LA RESPONSABILITA’ PENALE DELLA PERSONA GIURIDICA

mar 01, 2012 da

Sommario 1. Premessa storica. 2. Principi generali e criteri d’attribuzione della responsabilità amministrativa. 3. Sanzioni. 4. Responsabilità amministrativa per reati dell’ente. 5. Responsabilità patrimoniale dell’ente. 6. Vicende modificative dell’ente. 7. Procedimento d’accertamento ed applicativo delle sanzioni.

 

 

 

 

 

1. Premessa storica

 

Il sempre più preoccupante ed incontrollabile fenomeno della criminalità economica, cresciuta esponenzialmente verso i primi anni del’ultimo ventennio trascorso, spinse l’Unione Europea ad introdurre misure di contrasto non più individuali (cd. soggettive) ma riconducibili ad Enti quali società e associazioni con o senza personalità giuridica (cd. oggettive).

Lo stesso fenomeno investiva organizzazioni ed istituzioni dotati di fine in se lecito, inclini ad attività quali: a) la lesione di interessi patrimoniali pubblici; b) la truffa finanziaria; c) la corruzione.

Tutto questo condusse il legislatore comunitario ad invogliare le singole realtà nazionali a produrre strumenti legislativi idonei a combattere tale fenomeno di matrice criminal-economica.

Con questi presupposti venne approvata in Italia la l.d. n. 300/2000, attuata poi col D.lgs. n. 231/2001, che individuava la responsabilità amministrativa dell’Ente limitatamente ai reati commessi dai propri dirigenti, amministratori o dipendenti in favore e a beneficio dello stesso Ente. Il legislatore italiano, nell’affrontare lo studio preliminare alla produzione normativa, aveva scelto una posizione intermedia, definita dal rapporto accompagnatorio del governo come ”tertium genus” nell’ambito della responsabilità: non solamente di genere amministrativo perché è presupposta la presenza di un reato (natura penale) e neanche di genere penale, perché la sanzione al quale l’ente avrebbe dovuto essere condannato, deficitava del compito rieducativo, scopo primario della pena, quando inflitta ad una persona fisica.

Il Decreto n. 231 mira, quindi, ad investire gli operatori economici di una sorta di funzione di “garanzia” che sensibilizzi gli stessi a prevenire qualsiasi crimine economico all’interno dell’esercizio dell’impresa secondo canoni etici e non contra legem.

Il legislatore tentava, inoltre, di infrangere quella sorta di estraneità mediante la quale la percezione del medesimo reato economico era ridotta ad un evento isolato e lontano dalla sfera di interesse dell’Ente stesso.

Dopo l’introduzione di tale intervento legislativo, seguirono molte integrazioni, quali la legge n. 409/2001 riguardante le “Disposizioni urgenti in vista dell’introduzione dell’euro” che ha introdotto l’art. 25-bis e la falsificazione della nuova divisa e degli altri titoli di credito; la legge n. 366/2001, quale “l.d. di riforma del diritto societario”, che ha esteso, anche nell’ambito dei cd. reati societari, la disciplina della responsabilità amministrativa degli Enti; il D.lgs. n. 61/2002 riguardante la ”disciplina degli illeciti penali e amministrativi riguardanti le società commerciali a norma della art. 11 della legge 3 ottobre 2001” (ad es.: aggiotaggio, falso in prospetto, impedito controllo, false comunicazioni sociali, falsità nelle relazioni o nelle comunicazioni della società di revisione, indebita restituzione dei conferimenti, illegale ripartizione degli utili e delle riserve, formazione fittizia del capitali, illecite operazioni sulle azioni o quote sociali o della società controllante, ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza); il decreto n. 201/2003 emanato dal Ministro della Giustizia “Regolamento recante disposizioni regolamentari relative al procedimento di accertamento dell’illecito amministrativo delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica; legge n. 311/2004 (Legge Finanziaria 2005) che ha imposto l’adozione obbligatoria dei Modelli con misure organizzative e di funzionamento tali da prevenire il pericolo dell’attuazione di illeciti nel loro interesse o a loro vantaggio, per gli enti e le società che beneficiano di sovvenzioni erogate dai bilanci pubblici o dell’Unione Europea (anche sotto forma di esenzioni, incentivi, agevolazioni o sgravi fiscali) in ambito di sgravi contributivi per personale addetto all’attività produttiva, formazione professionale, avviamento e aggiornamento, utilizzazione di lavoratori; la legge n. 123/2007 riguardante le “Misure in tema di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro e delega al Governo per il riassetto e la riforma della normativa in materia”.

Nel nostro ordinamento, la responsabilità da reato delle persone giuridiche è stata introdotta dal d.lgs. n. 231/2001; questa forma di responsabilità riguarda attualmente una serie di: a) delitti contro la PA; b) delitti di falsità in monete; c) delitti commessi con finalità di terrorismo o di eversione;                  d) pratiche di mutilazione di organi genitali femminili; e) delitti in materia di schiavitù; f) delitto di prostituzione minorilie e di pornografia minorile; g) alcuni gravi reati transnazionali che si ambientano nella criminalità organizzata; h) reati societari e abuso di mercato.

Dal 2001 in poi, quindi, anche il nostro ordinamento ha dunque fatto spazio al principio “societas delinquere potesi“.

In merito, poi, ai  RAPPORTI TRA ILLECITO PENALE E ILLECITO AMMINISTRATIVO,                                   il giudice penale conosce dell’illecito amministrativo solo in caso di connessione obiettiva con un reato, nel caso cioè in cui l’esistenza di un reato dipenda dall’accertamento di un illecito amministrativo.

 

 

2. Principi generali e criteri d’attribuzione della responsabilità amministrativa

 

L’art. 1, d.lgs. n. 231/2001 (che per comodità chiameremo d’ora in avanti, decreto) disciplina la responsabilita degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato e le disposizioni del decreto si applicano sia agli enti forniti di personalita giuridica che alle società e associazioni anche prive di personalità giuridica, ma non allo Stato, agli enti pubblici territoriali, agli altri enti pubblici non economici e agli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale.

Nell’art. 2, decreto viene cristallizzato il principio secondo cui l’ente non può essere ritenuto responsabile per un fatto costituente reato se il reato e le relative sanzioni non sono espressamente previste da una legge entrata in vigore prima della commissione del fatto; sulla scorta di quanto detto, l’art. 3, decreto precisa che l’ente non può essere ritenuto responsabile per un fatto che secondo una legge posteriore non costituisce più reato o in relazione al quale non é più prevista la responsabilità amministrativa dell’ente, e, se vi é stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti giuridici; se la legge del tempo in cui é stato commesso l’illecito e le successive sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli, salvo che sia intervenuta pronuncia irrevocabile, considerando sempre la applicazione di quanto detto del presente articolo se si tratta di leggi eccezionali o temporanee.

L’art. 4, decreto si preoccupa, invece di normatizzare la condotta di reato commessa all’estero, per cui nei casi e alle condizioni previsti dagli artt. 7, 8, 9 e 10 c.p., gli enti aventi nel territorio dello Stato la sede principale rispondono anche in relazione ai reati commessi all’estero, purché nei loro confronti non proceda lo Stato del luogo in cui é stato commesso il fatto e se nei casi in cui la legge prevede che il colpevole sia punito a richiesta del Ministro della giustizia, si procede contro l’ente solo se la richiesta é formulata anche nei confronti di quest’ultimo.

L’art. 5, decreto afferma che l’ente é responsabile per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio:

a) da persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente

o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonché da persone

che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso;

b) da persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui alla lettera a).

L’ente non risponde se le persone indicate precedentemente hanno agito nell’interesse esclusivo

proprio o di terzi.

Per l’art. 6, decreto, se il reato é stato commesso dalle persone che rivestono funzioni di rappresentanza, amministrazione o direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata d’autonomia finanziaria e funzionale, nonchè da persone che esercitano anche di fatto la gestione e il controllo dello stesso, l’ente non risponde se prova che: a) l’organo dirigente ha adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi; b) il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli di curare il loro aggiornamento é stato affidato a un organismo dell’ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo; c) le persone hanno commesso il reato eludendo fraudolentemente i modelli di organizzazione e di gestione; d) non vi é stata omessa o insufficiente vigilanza da parte dell’organismo di cui alla lettera b). I modelli di cui alla lettera a) sopracitata dell’art. 6, decreto, devono rispondere alle seguenti esigenze:                            a) individuare le attività nel cui ambito possono essere commessi reati; b) prevedere specifici protocolli diretti a programmare la formazione e l’attuazione delle decisioni dell’ente in relazione ai reati da prevenire; c) individuare modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee ad impedire la commissione dei reati; d) prevedere obblighi di informazione nei confronti dell’organismo deputato a vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli; e) introdurre un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello. I modelli di organizzazione e di gestione possono essere adottati, garantendo le esigenze sopracitate, sulla base di codici di comportamento redatti dalle associazioni rappresentative degli enti, comunicati al Ministero della giustizia che, di concerto con i Ministeri competenti, può formulare, entro trenta giorni, osservazioni sulla idoneità dei modelli a prevenire i reati. Negli enti di piccole dimensioni, poi,  i compiti indicati di individuare specifici protocolli diretti a programmare la formazione e l’attuazione delle decisioni dell’ente, possono essere svolti direttamente dall’organo dirigente.                           É comunque disposta la confisca del profitto che l’ente ha tratto dal reato, anche nella forma per equivalente.

Continuando con la nostra disamina normativa, l’art. 7, decreto disciplina i soggetti sottoposti all’altrui direzione e modelli di organizzazione dell’ente, per cui nel caso previsto dall’art. 5.1, lett. b), decreto, l’ente é responsabile se la commissione del reato é stata resa possibile dall’inosservanza degli obblighi di direzione o vigilanza. In ogni caso, é esclusa l’inosservanza degli obblighi di direzione o vigilanza se l’ente, prima della commissione del reato, ha adottato ed efficacemente attuato un modello di organizzazione, gestione e controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi. Il modello prevede, in relazione alla natura e alla dimensione dell’organizzazione nonché al tipo d’attività svolta, misure idonee a garantire lo svolgimento dell’attività nel rispetto della legge e a scoprire ed eliminare tempestivamente situazioni di rischio. L’efficace attuazione del modello richiede: a) una verifica periodica e l’eventuale modifica dello stesso quando sono                     scoperte significative violazioni delle prescrizioni ovvero quando intervengono mutamenti nell’organizzazione o nell’attività; b) un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello.

L’art. 8, decreto, poi, specifica che la responsabilità dell’ente sussiste anche quando l’autore del reato non é stato identificato o non é imputabile o il reato si estingue per una causa diversa dall’amnistia, salvo che la legge disponga diversamente, non si procede nei confronti dell’ente quando é concessa amnistia per un reato in relazione al quale é prevista la sua responsabilità e l’imputato ha rinunciato alla sua applicazione. L’ente può rinunciare all’amnistia.

Riassumendo, per quanto attiene ai criteri d’attribuzione della responsabilità da reato all’ente:                       a) il primo criterio è che il reato sia stato commesso nel suo interesse o a suo vantaggio da soggetti a in posizione apicale o da soggetti sottoposti alla direzione o vigilanza di uno dei soggetti a apicali: criterio ovviamente inapplicabile quando quei soggetti abbiano agito “nell’interesse esclusivo proprio o di terzi”; b) il secondo criterio è la rimproverabilità all’ente di una colpa d’organizzazione: cioè la mancata adozione o l’inefficace attuazione di un modello di organizzazione e di gestione idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi ovvero il mancato affidamento del compito di vigilare sul funzionamento e sull’osservanza dei modelli a un organismo autonomo dell’ente.

È sul terreno probatorio che la disciplina italiana opera una distinzione tra i reati commessi da soggetti in posizione apicale e i reati commessi da soggetti sottoposti all’altrui azione. Nel primo caso, l’onere di provare l’assenza di una colpa d’organizzazione grava sull’ente: nel dubbio, all’ente andranno inflitte le sanzioni previste dalla legge. L’onere sarà tuttavia assolto nell’eventualità che l’ente provi che, pur essendo efficace il modello di organizzazione ed efficiente l’organismo di controllo, l’ente non era comunque in grado di impedire la commissione del reato da parte dei soggetti in posizione apicale, perché costoro hanno agito “eludendo fraudolentemente i modelli di organizzazione e di gestione“. In quest’ultima eventualità l’esonero dell’ente non è totale: l’art. 6.5, decreto dispone infatti che ” è comunque disposta la confisca del profitto che l’ente ha tratto dal reato anche nella forma per equivalente”. Il dubbio non nuoce all’ente quando, invece, si tratti di reati commessi da soggetti sottoposti all’altrui direzione o vigilanza: la legge non opera, in tal caso, nessuna inversione dell’onere della prova. Graverà perciò sull’accusa l’onere di provare il difettoso funzionamento del modello di organizzazione e/o dell’organismo di controllo. Come si è anticipato, la colpa d’organizzazione è il criterio minimale sul quale si fonda la responsabilità da reato dell’ente, nel senso che basta la colpa. È ben possibile, per contro, che il reato sia l’espressione di una politica di impresa finalizzata alla commissione del reato: in tal caso la responsabilità troverà il proprio fondamento in una sorta di dolo dell’ente. Talora è la stessa legge a prevedere espressamente questa forma di responsabilità: per i delitti con finalità di terrorismo o eversione, quando “l’ente o una sua unità organizzativa viene stabilmente utilizzato allo scopo unico o prevalente di consentire o agevolare la commissione” del delitto represso dall’art. 583-bis c.p.; per le ipotesi delittuose di associazione per delinquere con carattere transnazionale, ancora una volta, l’ente o una sua unità organizzativa viene stabilmente utilizzato allo scopo unico o prevalente di consentire o agevolare la commissione di quei reati. In tutti questi casi la sanzione comminata è la dissoluzione dell’ente, nella forma dell’interdizione definitiva dall’esercizio dell’attività. Ma non sono gli unici casi.                       Ogni altro reato può essere infatti l’espressione di una politica dell’impresa finalizzata alla sua commissione, e in tale eventualità l’ente, sarà del pari sanzionato con l’interdizione definitiva dall’esercizio dell’attività. Ciò accadrà quando “l’ente o una sua unità organizzativa viene stabilmente utilizzato allo scopo unico o prevalente di consentire o agevolare la commissione” di questo o quel reato.

 

 

3. Sanzioni

 

Il decreto elenca tutta una serie di sanzioni e la loro disciplina, dall’art. 9 all’art. 23.

L’art. 9, decreto disciplina le sanzioni amministrative, affermando che le sanzioni per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato sono: a) la sanzione pecuniaria; b) le sanzioni interdittive;                    c) la confisca; d) la pubblicazione della sentenza.

Le sanzioni interdittive sono: a) l’interdizione dall’esercizio dell’attività; b) la sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito;                            c) il divieto di contrattare con la PA, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio;                   d) l’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di quelli già

concessi; e) il divieto di pubblicizzare beni o servizi.

L’art. 10, decreto specifica poi che per l’illecito amministrativo dipendente da reato si applica sempre la sanzione pecuniaria. La sanzione pecuniaria viene applicata per quote in un numero non inferiore a cento né superiore a mille. L’importo di una quota va da un minimo di mille a cinquecentomila €. Non é ammesso il pagamento in misura ridotta.

Per l’art. 12, decreto, la sanzione pecuniaria é ridotta della metà e non può comunque essere superiore a centomila € se: a) l’autore del reato ha commesso il fatto nel prevalente interesse proprio o di terzi e l’ente non ne ha ricavato vantaggio o ne ha ricavato un vantaggio minimo; b) il danno patrimoniale cagionato é di particolare tenuità. La sanzione é ridotta da un terzo alla metà se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado: a) l’ente ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato ovvero si é comunque efficacemente adoperato in tal senso; b) é stato adottato e reso operativo un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi. In ogni caso, la sanzione pecuniaria non può essere inferiore a diecimila €.

Per l’art. 13, decreto, le sanzioni interdittive si applicano in relazione ai reati per i quali sono espressamente previste, quando ricorre almeno una delle seguenti condizioni: a) l’ente ha tratto dal reato un profitto di rilevante entità e il reato é stato commesso da soggetti in posizione apicale ovvero da soggetti sottoposti all’altrui direzione quando, in questo caso, la commissione del reato é stata determinata o agevolata da gravi carenze organizzative; b) in caso di reiterazione degli illeciti. Le sanzioni interdittive hanno una durata non inferiore a tre mesi e non superiore a due anni.                      Le sanzioni interdittive non si applicano nei casi previsti dall’art. 12.1, decreto.

L’art. 14, decreto, si dedica poi ai criteri di scelta delle sanzioni interdittive.

Ferma l’applicazione delle sanzioni pecuniarie, come citato dall’art. 17, decreto, le sanzioni interdittive non si applicano quando, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, concorrono le seguenti condizioni: a) l’ente ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato ovvero si é comunque efficacemente adoperato in tal senso; b) l’ente ha eliminato le carenze organizzative che hanno determinato il reato mediante l’adozione e l’attuazione di modelli organizzativi idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi; c) l’ente ha messo a disposizione il profitto conseguito ai fini della confisca.

Con l’art. 18, decreto, si è deciso di dare spazio alla pubblicazione delle sentenza di condanna.                 La pubblicazione della sentenza di condanna può essere disposta quando nei confronti dell’ente viene applicata una sanzione interdittiva. La sentenza é pubblicata una sola volta, per estratto o per intero, in uno o più giornali indicati dal giudice nella sentenza nonché mediante affissione nel comune ove l’ente ha la sede principale. La pubblicazione della sentenza é eseguita, a cura della cancelleria del giudice, a spese dell’ente.

Ancora, l’art. 19, decreto afferma che nei confronti dell’ente é sempre disposta, con la sentenza di condanna, la confisca del prezzo o del profitto del reato, salvo che per la parte che può essere restituita al danneggiato e sono fatti salvi i diritti acquisiti dai terzi in buona fede, ma quando non é possibile eseguire la confisca, la stessa può avere ad oggetto somme di denaro, beni o altre utilità di valore equivalente al prezzo o al profitto del reato.

Concludiamo la prima disamina con gli artt. 20-21, decreto che disciplinano la reiterazione e la pluralità di illeciti, con l’art. 22, decreto sulla prescrizione e l’art. 23, decreto sulla inosservanza delle sanzioni interdittive.

Si ha reiterazione quando l’ente, già condannato in via definitiva almeno una volta per un illecito dipendente da reato, ne commette un altro nei cinque anni successivi alla condanna definitiva. Quando l’ente é responsabile in relazione ad una pluralità di reati commessi con una unica azione od omissione ovvero commessi nello svolgimento di una medesima attività e prima che per uno di essi sia stata pronunciata sentenza anche non definitiva, si applica la sanzione pecuniaria prevista per l’illecito più grave aumentata fino al triplo. Per effetto di detto aumento, l’ammontare della sanzione pecuniaria non può comunque essere superiore alla somma delle sanzioni applicabili per ciascun illecito. Nei casi sopra previsti, quando in relazione a uno o più degli illeciti ricorrono le condizioni

per l’applicazione delle sanzioni interdittive, si applica quella prevista per l’illecito più grave.

Le sanzioni amministrative si prescrivono nel termine di cinque anni dalla data di consumazione del reato. Interrompono la prescrizione la richiesta di applicazione di misure cautelari interdittive e la contestazione dell’illecito amministrativo a norma dell’art. 59, decreto. Per effetto della interruzione inizia un nuovo periodo di prescrizione. Se l’interruzione é avvenuta mediante la contestazione dell’illecito amministrativo dipendente da reato, la prescrizione non corre fino al momento in cui passa in giudicato la sentenza che definisce il giudizio.

Chiunque, nello svolgimento dell’attività dell’ente a cui é stata applicata una sanzione o una misura cautelare interdittiva trasgredisce agli obblighi o ai divieti inerenti a tali sanzioni o misure, é punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Nel caso appena descritto, nei confronti dell’ente nell’interesse o a vantaggio del quale il reato é stato commesso, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da duecento e seicento quote e la confisca del profitto, a norma                                         dell’art. 19, decreto. Se dal reato descritto, l’ente ha tratto un profitto rilevante, si applicano le sanzioni interdittive, anche diverse da quelle in precedenza irrogate.

 

 

4. Responsabilità amministrativa per reati dell’ente

 

Il legislatore riserva una sezione del decreto ai rapporti tra la responsabilità dell’ente e i delitti del codice penale, modificando le fattispecie per inserire l’applicazione, oltre che alla persona fisica, anche alla persona giuridica.

Le fattispecie penali sono: a) l’indebita percezione di erogazioni, truffa in danno dello Stato o di un ente pubblico o per il conseguimento di erogazioni pubbliche e frode informatica in danno dello Stato o di un ente pubblico (24, decreto); b) delitti informatici e trattamento illecito di dati (24-bis, decreto); c) delitti di criminalità organizzata (24-ter, decreto); d) concussione e corruzione (25, decreto); e) falsità in monete, in carte di pubblico credito, in valori di bollo e in strumenti o segni di

riconoscimento e delitti contro l’industria e il commercio (25-bis, decreto); f) reati societari (25-ter, decreto); g) delitti con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico e pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili (25-quater, decreto); h) delitti contro la personalità individuale (25-quinquies, decreto); i) abusi di mercato (25-sexies, decreto); l) omicidio colposo o lesioni gravi o gravissime commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro (25-septies, decreto); m) ricettazione, riciclaggio e impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita (25-octies, decreto); n) delitti in materia di violazione del diritto d’autore (25-novies, decreto); o) induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria (25-decies, decreto); p) reati ambientali (25-undecies, decreto).

Circa poi i delitti tentati, come recita l’art. 26, decreto, le sanzioni pecuniarie e interdittive sono ridotte da un terzo alla metà in relazione alla commissione, nelle forme del tentativo, dei delitti indicati nel presente capo del decreto. L’ente non risponde quando volontariamente impedisce il compimento dell’azione o la realizzazione dell’evento.

 

5. Responsabilità patrimoniale dell’ente

 

L’art. 27.1 e 27.2, decreto, rubricato “responsabilità patrimoniale dell’ente”, afferma che: Dell’obbligazione per il pagamento della sanzione pecuniaria risponde soltanto l’ente con il suopatrimonio o con il fondo comune. I crediti dello Stato derivanti degli illeciti amministrativi dell’ente relativi a reati hanno privilegio secondo le disposizioni del codice di procedura penale sui crediti dipendenti da reato. A tale fine, la sanzione pecuniaria si intende equiparata alla pena pecuniaria.

 

 

6. Vicende modificative dell’ente

 

Il legislatore si è chiesto, poi, cosa succede in caso di vicende modificative dell’ente.

Gli artt. 28, 29, 30, 31 e 32, decreto, si occupano delle ipotesi di trasfermazione, fusione e scissione, mentre l’art. 33, decreto si occupa dell’ipotesi della cessione aziendale.

Nel caso di trasformazione dell’ente, resta ferma la responsabilità per i reati commessi anteriormente alla data in cui la trasformazione ha avuto effetto.

Nel caso di fusione, anche per incorporazione, l’ente che ne risulta risponde dei reati dei quali erano responsabili gli enti partecipanti alla fusione.

Nel caso di scissione parziale, resta ferma la responsabilità dell’ente scisso per i reati commessi anteriormente alla data in cui la scissione ha avuto effetto. Gli enti beneficiari della scissione, sia totale che parziale, sono solidalmente obbligati al pagamento delle sanzioni pecuniarie dovute dall’ente scisso per i reati commessi anteriormente alla data dalla quale la scissione ha avuto effetto. L’obbligo é limitato al valore effettivo del patrimonio netto trasferito al singolo ente, salvo che si tratti di ente al quale é stato trasferito, anche in parte il ramo di attività nell’ambito del quale é stato commesso il reato. Le sanzioni interdittive relative ai reati indicati nel comma 2, si applicano agli enti cui é rimasto o é stato trasferito, anche in parte, il ramo di attività nell’ambito del quale il reato é stato commesso.

Se la fusione o la scissione é avvenuta prima della conclusione del giudizio, il giudice, nella commisurazione della sanzione pecuniaria, tiene conto delle condizioni economiche e patrimoniali dell’ente originariamente responsabile. Salvo quanto previsto dall’art. 17, decreto, l’ente risultante dalla fusione e l’ente al quale, nel caso di scissione, é applicabile la sanzione interdittiva possono chiedere al giudice la sostituzione della medesima con la sanzione pecuniaria, qualora, a seguito della fusione o della scissione, si sia realizzata la condizione prevista dalla lettera b) del comma 1 dell’art. 17, decreto, e ricorrano le ulteriori condizioni di cui alle lettere a) e c) del medesimo articolo. Se accoglie la richiesta, il giudice, nel pronunciare sentenza di condanna, sostituisce la sanzione interdittiva con una sanzione pecuniaria di ammontare pari da una a due volte quello della sanzione pecuniaria inflitta all’ente in relazione al medesimo reato. Resta salva la facoltà dell’ente, anche nei casi di fusione o scissione successiva alla conclusione del giudizio, di chiedere la conversione della sanzione interdittiva in sanzione pecuniaria.

Nei casi di responsabilità dell’ente risultante dalla fusione o beneficiario della scissione per reati commessi successivamente alla data dalla quale la fusione o la scissione ha avuto effetto, il giudice può ritenere la reiterazione, anche in rapporto a condanne pronunciate nei confronti degli enti partecipanti alla fusione o dell’ente scisso per reati commessi anteriormente a tale data. A tale fine, il giudice tiene conto della natura delle violazioni e dell’attività nell’ambito della quale sono state commesse nonché delle caratteristiche della fusione o della scissione. Rispetto agli enti beneficiari della scissione, la reiterazione può essere ritenuta solo se ad essi é stato trasferito, anche in parte, il ramo di attività nell’ambito del quale é stato commesso il reato per cui é stata pronunciata condanna nei confronti dell’ente scisso.

Nel caso di cessione dell’azienda nella cui attività é stato commesso il reato, il cessionario é solidalmente obbligato, salvo il beneficio della preventiva escussione dell’ente cedente e nei limiti del valore dell’azienda, al pagamento della sanzione pecuniaria. L’obbligazione del cessionario é limitata alle sanzioni pecuniarie che risultano dai libri contabili obbligatori, ovvero dovute per illeciti amministrativi dei quali egli era comunque a conoscenza Le disposizioni dell’art. 33.1 e 33.2, decreto, si applicano anche nel caso di conferimento di azienda.

 

 

7. Procedimento d’accertamento ed applicativo delle sanzioni

 

7.1. Disposizioni generali

Come sancito dall’art. 34, decreto, per il procedimento relativo agli illeciti amministrativi dipendenti da reato, si osservano le norme di questo capo nonché, in quanto compatibili, le disposizioni del codice di procedura penale e del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271; inoltre, per l’art. 35, decreto, all’ente si applicano le disposizioni processuali relative all’imputato, in quanto compatibili.

 

7.2. Soggetti, giurisdizione e competenza

L’art. 36, decreto devolve la competenza a conoscere gli illeciti amministrativi dell’ente al giudice penale competente per i reati dai quali gli stessi dipendono, mentre per il procedimento di accertamento dell’illecito amministrativo dell’ente si osservano le disposizioni sulla composizione del tribunale e le disposizioni processuali collegate relative ai reati dai quali l’illecito amministrativo dipende.

L’art. 37, decreto, specifica però che non si procede all’accertamento dell’illecito amministrativo dell’ente quando l’azione penale non può essere iniziata o proseguita nei confronti dell’autore del reato per la mancanza di una condizione di procedibilità.

La disciplina della riunione delle separazione dei procedimenti è designata alla lettera dell’art. 38, decreto, per cui il procedimento per l’illecito amministrativo dell’ente é riunito al procedimento penale instaurato nei confronti dell’autore del reato da cui l’illecito dipende. Si procede separatamente per l’illecito amministrativo dell’ente soltanto quando: a) é stata ordinata la sospensione del procedimento ai sensi dell’art. 71 c.p.p.; b) il procedimento é stato definito con il giudizio abbreviato o con l’applicazione della pena ai sensi dell’art. 444 c.p.p., ovvero é stato emesso il decreto penale di condanna; c) l’osservanza delle disposizioni processuali lo rende necessario.

L’ente, a norma dell’art. 39, decreto, partecipa al procedimento penale con il proprio rappresentante legale, salvo che questi sia imputato del reato da cui dipende l’illecito amministrativo e si costituisce depositando nella cancelleria dell’autorità giudiziaria procedente una dichiarazione contenente a pena di inammissibilità: a) la denominazione dell’ente e le generalità del suo legale rappresentante; b) il nome ed il cognome del difensore e l’indicazione della procura; c) la sottoscrizione del difensore; d) la dichiarazione o l’elezione di domicilio. La procura, conferita nelle forme previste dall’art. 100.1 c.p.p., é depositata nella segreteria del pubblico ministero o nella cancelleria del giudice ovvero é presentata in udienza unitamente alla dichiarazione. Quando non compare il legale rappresentante, l’ente costituito é rappresentato dal difensore.

L’ente che non ha nominato un difensore di fiducia o ne é rimasto privo é assistito, a norma dell’art. 40, decreto, da un difensore di ufficio.

Gli artt. 41 e 42, decreto si occupano del caso della contumacia e delle vicende modificative dell’ente nel corso del processo, per cui, nel primo caso, l’ente che non si costituisce nel processo é dichiarato contumace, mentre nel secondo caso, se avviene una trasformazione, di fusione o di scissione dell’ente originariamente responsabile, il procedimento prosegue nei confronti degli enti risultanti da tali vicende modificative o beneficiari della scissione, che partecipano al processo, nello stato in cui lo stesso si trova, depositando la dichiarazione di cui all’art. 39.2, decreto.

Infine, l’art. 43, decreto, si occupa dell’aspetto notificatorio. Per la prima notificazione all’ente si osservano le disposizioni dell’art. 154.3 c.p.p.. Sono comunque valide le notificazioni eseguite mediante consegna al legale rappresentante, anche se imputato del reato da cui dipende l’illecito amministrativo. Se l’ente ha dichiarato o eletto domicilio nella dichiarazione o in altro atto comunicato all’autorità giudiziaria, le notificazioni sono eseguite ai sensi dell’art. 161 c.p.p.. Se non é possibile eseguire le notificazioni nei modi previsti precedentemente, l’autorità giudiziaria dispone nuove ricerche. Qualora le ricerche non diano esito positivo, il giudice, su richiesta del pubblico ministero, sospende il procedimento.

 

7.3. Prove

L’unica norma presente nel testo normativo in esame che si occupa di prove è l’art. 44, decreto, rubricato “incompatibilità con l’ufficio di testimone”, per cui non può essere assunta come testimone: a) la persona imputata del reato da cui dipende l’illecito amministrativo; b) la persona che rappresenta l’ente indicata nella dichiarazione e che rivestiva tale funzione anche al momento della commissione del reato. Nel caso di incompatibilità la persona che rappresenta l’ente può essere interrogata ed esaminata nelle forme, con i limiti e con gli effetti previsti per l’interrogatorio e per l’esame della persona imputata in un procedimento connesso.

 

7.4. Misure cautelari

Tutta la Sezione IV, decreto (artt. 45-54) è dedicata alle misure cautelari.

Quando sussistono gravi indizi per ritenere la sussistenza della responsabilità dell’ente per un illecito amministrativo dipendente da reato e vi sono fondati e specifici elementi che fanno ritenere concreto il pericolo che vengano commessi illeciti della stessa indole di quello per cui si procede, il pubblico ministero può richiedere l’applicazione quale misura cautelare di una delle sanzioni interdittive previste dall’art. 9.2, decreto, presentando al giudice gli elementi su cui la richiesta si fonda, compresi quelli a favore dell’ente e le eventuali deduzioni e memorie difensive già depositate. Sulla richiesta il giudice provvede con ordinanza, in cui indica anche le modalità applicative della misura. Si osservano le disposizioni dell’art. 292 c.p.p.. In luogo della misura cautelare interdittiva, il giudice può nominare un commissario giudiziale per un periodo pari alla durata della misura che sarebbe stata applicata.

Nel disporre le misure cautelari, il giudice tiene conto della specifica idoneità di ciascuna in relazione alla natura e al grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto. Ogni misura cautelare deve essere proporzionata all’entità del fatto e alla sanzione che si ritiene possa essere applicata all’ente. L’interdizione dall’esercizio dell’attività può essere disposta in via cautelare soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata. Le misure cautelari non possono essere applicate congiuntamente.

Sull’applicazione e sulla revoca delle misure cautelari nonché sulle modifiche delle loro modalità esecutive, provvede il giudice che procede. Nel corso delle indagini provvede il giudice per le indagini preliminari. Si applicano altresì le disposizioni di cui all’art. 91, d.lgs. n. 271/1989.                       Se la richiesta di applicazione della misura cautelare é presentata fuori udienza, il giudice fissa la data dell’udienza e ne fa dare avviso al pubblico ministero, all’ente e ai difensori. L’ente e i difensori sono altresì avvisati che, presso la cancelleria del giudice, possono esaminare la richiesta dal pubblico ministero e gli elementi sui quali la stessa si fonda. Nell’udienza prevista si osservano le forme dell’art. 127, commi 1, 2, 3, 4, 5, 6 e 10, c.p.p.; i termini previsti ai commi 1 e 2 del medesimo articolo sono ridotti rispettivamente a cinque e a tre giorni. Tra il deposito della richiesta e la data dell’udienza non può intercorrere un termine superiore a quindici giorni.

L’ordinanza che dispone l’applicazione di una misura cautelare é notificata all’ente a cura del pubblico ministero.

Le misure cautelari possono essere sospese se l’ente chiede di poter realizzare gli adempimenti

cui la legge condiziona l’esclusione di sanzioni interdittive. In tal caso, il giudice, sentito il pubblico ministero, se ritiene di accogliere la richiesta, determina una somma di denaro a titolo di cauzione, dispone la sospensione della misura e indica il termine per la realizzazione delle condotte riparatorie. La cauzione consiste nel deposito presso la Cassa delle ammende di una somma di denaro che non può comunque essere inferiore alla metà della sanzione pecuniaria minima prevista per l’illecito per cui si procede. In luogo del deposito, é ammessa la prestazione di una garanzia mediante ipoteca o fideiussione solidale. Nel caso di mancata, incompleta o inefficace esecuzione delle attività nel termine fissato, la misura cautelare viene ripristinata e la somma depositata o per la quale é stata data garanzia é devoluta alla Cassa delle ammende. Se si realizzano le condizioni di cui all’art. 17, decreto, il giudice revoca la misura cautelare e ordina la restituzione della somma depositata o la cancellazione dell’ipoteca; la fideiussione prestata si estingue.

Le misure cautelari sono revocate anche d’ufficio quando risultano mancanti, anche per fatti sopravvenuti, le condizioni di applicabilità ex art. 45, decreto, ovvero quando ricorrono le ipotesi previste dall’art. 17, decreto. Quando le esigenze cautelari risultano attenuate ovvero la misura applicata non appare piu proporzionata all’entità del fatto o alla sanzione che si ritiene possa essere applicata in via definitiva, il giudice, su richiesta del pubblico ministero o dell’ente, sostituisce la misura con un’altra meno grave ovvero ne dispone l’applicazione con modalità meno gravose, anche stabilendo una minore durata.

Nel disporre le misure cautelari il giudice ne determina la durata, che non può superare la metà

del termine massimo indicato dall’art. 13.2, decreto. Dopo la sentenza di condanna di primo grado, la durata della misura cautelare può avere la stessa durata della corrispondente sanzione applicata con la medesima sentenza. In ogni caso, la durata della misura cautelare non può superare i due terzi del termine massimo. Il termine di durata delle misure cautelari decorre dalla data della notifica dell’ordinanza. La durata delle misure cautelari é computata nella durata delle sanzioni applicate in via definitiva.

Il pubblico ministero e l’ente, per mezzo del suo difensore, possono proporre appello contro tutti

i provvedimenti in materia di misure cautelari, indicandone contestualmente i motivi. Si osservano

le disposizioni di cui all’art. 322-bis, commi 1-bis e 2, c.p.p.. Contro il provvedimento, il pubblico ministero e l’ente, per mezzo del suo difensore, possono proporre ricorso per cassazione per violazione di legge. Si osservano le disposizioni di cui all’art. 325 c.p.p..

Il giudice può disporre il sequestro preventivo delle cose di cui é consentita la confisca a norma dell’art. 19, decreto e si osservano le disposizioni di cui agli art. 321, commi 3, 3-bis e 3-ter, 322, 322-bis e 323, c.p.p., in quanto applicabili.

Se vi é fondata ragione di ritenere che manchino o si disperdano le garanzie per il pagamento della sanzione pecuniaria, delle spese del procedimento e di ogni altra somma dovuta all’erario dello Stato, il pubblico ministero, in ogni stato e grado del processo di merito, chiede il sequestro conservativo dei beni mobili e immobili dell’ente o delle somme o cose allo stesso dovute.                       Si osservano le disposizioni di cui agli artt. 316.4, 317, 318, 319 e 320 c.p.p., in quanto applicabili.

 

7.5. Indagini preliminari ed udienza preliminare

La Sezione V, decreto (artt. 55-61) è dedicata alle indagini preliminari e all’udienza preliminare.

Il pubblico ministero che acquisisce la notizia dell’illecito amministrativo dipendente da reato commesso dall’ente annota immediatamente, nel registro, gli elementi identificativi dell’ente unitamente, ove possibile, alle generalità del suo legale rappresentante nonché il reato da cui dipende l’illecito. L’annotazione é comunicata all’ente o al suo difensore che ne faccia richiesta negli stessi limiti in cui é consentita la comunicazione delle iscrizioni della notizia di reato alla persona alla quale il reato é attribuito.

Il pubblico ministero procede all’accertamento dell’illecito amministrativo negli stessi termini previsti per le indagini preliminari relative al reato da cui dipende l’illecito stesso. Il termine per l’accertamento dell’illecito amministrativo a carico dell’ente decorre dalla annotazione.

L’informazione di garanzia inviata all’ente deve contenere l’invito a dichiarare ovvero eleggere domicilio per le notificazioni nonché l’avvertimento che per partecipare al procedimento deve depositare la dichiarazione di cui all’art. 39.2, decreto.

Se non procede alla contestazione dell’illecito amministrativo a norma dell’art. 59, decreto, il pubblico ministero emette decreto motivato di archiviazione degli atti, comunicandolo al procuratore generale presso la corte d’appello. Il procuratore generale può svolgere gli accertamenti

indispensabili e, qualora ritenga ne ricorrano le condizioni, contesta all’ente le violazioni amministrative conseguenti al reato entro sei mesi dalla comunicazione.

Quando non dispone l’archiviazione, il pubblico ministero contesta all’ente l’illecito amministrativo dipendente dal reato. La contestazione dell’illecito é contenuta in uno degli atti indicati dall’art. 405.1 c.p.p.. La contestazione contiene gli elementi identificativi dell’ente, l’enunciazione, in forma chiara e precisa, del fatto che può comportare l’applicazione delle sanzioni amministrative, con l’indicazione del reato da cui l’illecito dipende e dei relativi articoli di legge e delle fonti di prova.

Non può procedersi alla contestazione di cui all’articolo 59 quando il reato da cui dipende l’illecito amministrativo dell’ente é estinto per prescrizione.

Il giudice dell’udienza preliminare pronuncia sentenza di non luogo a procedere nei casi di estinzione o di improcedibilità della sanzione amministrativa, ovvero quando l’illecito stesso non sussiste o gli elementi acquisiti risultano insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere in giudizio la responsabilità dell’ente. Si applica l’art. 426 c.p.p.. Il decreto che, a seguito dell’udienza preliminare, dispone il giudizio nei confronti dell’ente, contiene, a pena di nullità, la contestazione dell’illecito amministrativo dipendente dal reato, con l’enunciazione, in forma chiara e precisa, del fatto che può comportare l’applicazione delle sanzioni e l’indicazione del reato da cui l’illecito dipende e dei relativi articoli di legge e delle fonti di prova nonché gli elementi identificativi dell’ente.

 

7.6. Procedimenti speciali

La Sezione VI, decreto (artt. 62-64) è dedicata, invece, ai procedimenti speciali.

Per il GIUDIZIO ABBREVIATO si osservano le disposizioni del titolo I del libro sesto del codice di procedura penale, in quanto applicabili. Se manca l’udienza preliminare, si applicano, secondo i casi, le disposizioni degli artt. 555.2, 557 e 558.8 c.p.p.. La riduzione di cui all’art. 442.2 c.p.p. é operata sulla durata della sanzione interdittiva e sull’ammontare della sanzione pecuniaria. In ogni caso, il giudizio abbreviato non é ammesso quando per l’illecito amministrativo é prevista l’applicazione di una sanzione interdittiva in via definitiva.

L’applicazione all’ente della SANZIONE SU RICHIESTA é ammessa se il giudizio nei confronti dell’imputato é definito ovvero definibile a norma dell’art. 444 c.p.p. nonché in tutti i casi in cui per l’illecito amministrativo é prevista la sola sanzione pecuniaria. Si osservano le disposizioni di cui al titolo II del libro sesto del codice di procedura penale, in quanto applicabili. Nei casi in cui é applicabile la sanzione su richiesta, la riduzione di cui all’art. 444.1 c.p.p., é operata sulla durata della sanzione interdittiva e sull’ammontare della sanzione pecuniaria. Il giudice, se ritiene che debba essere applicata una sanzione interdittiva in via definitiva, rigetta la richiesta.

Il pubblico ministero, quando ritiene che si debba applicare la sola sanzione pecuniaria, può presentare al giudice per le indagini preliminari, entro sei mesi dalla data dell’annotazione dell’illecito amministrativo nel registro e previa trasmissione del fascicolo, richiesta motivata di emissione del DECRETO DI APPLICAZIONE DELLA SANZIONE PECUNIARIA, indicandone

la misura. Il pubblico ministero può chiedere l’applicazione di una sanzione pecuniaria diminuita sino alla metà rispetto al minimo dell’importo applicabile. Il giudice, quando non accoglie la richiesta, se non deve pronunciare sentenza di esclusione della responsabilità dell’ente, restituisce gli atti al pubblico ministero. Si osservano le disposizioni del titolo V del libro sesto e dell’art. 557 c.p.p., in quanto compatibili.

 

7.7. Giudizio

La Sezione VII, decreto (artt. 65-71) è dedicata al giudizio.

Prima dell’apertura del dibattimento di primo grado, il giudice può disporre la sospensione del processo se l’ente chiede di provvedere alle attività di cui all’art. 17, decreto e dimostra di essere stato nell’impossibilità di effettuarle prima. In tal caso, il giudice, se ritiene di accogliere la richiesta, determina una somma di denaro a titolo di cauzione. Si osservano le disposizioni di cui all’art. 49, decreto.

Se l’illecito amministrativo contestato all’ente non sussiste, il giudice lo dichiara con sentenza, indicandone la causa nel dispositivo. Allo stesso modo procede quando manca, é insufficiente o é contraddittoria la prova dell’illecito amministrativo.

Il giudice pronuncia sentenza di non doversi procedere nei casi previsti dall’art. 60, decreto e quando la sanzione é estinta per prescrizione.

Quando pronuncia una delle sentenza di cui agli artt. 66-67, decreto, il giudice dichiara la cessazione delle misure cautelari eventualmente disposte.

Se l’ente risulta responsabile dell’illecito amministrativo contestato il giudice applica le sanzioni previste dalla legge e lo condanna al pagamento delle spese processuali. In caso di applicazione delle sanzioni interdittive la sentenza deve sempre indicare l’attività o le strutture oggetto della sanzione.

Nel caso di trasformazione, fusione o scissione dell’ente responsabile, il giudice dà atto nel dispositivo che la sentenza é pronunciata nei confronti degli enti risultanti dalla trasformazione o fusione ovvero beneficiari della scissione, indicando l’ente originariamente responsabile.                                  La sentenza pronunciata nei confronti dell’ente originariamente responsabile ha comunque effetto anche nei confronti degli enti.

 

7.8. Impugnazioni

La Sezione VIII, decreto (artt. 71-73) è dedicata alle impugnazioni.

Contro la sentenza che applica sanzioni amministrative diverse da quelle interdittive l’ente può proporre impugnazione nei casi e nei modi stabiliti per l’imputato del reato dal quale dipende l’illecito amministrativo. Contro la sentenza che applica una o più sanzioni interdittive, l’ente può sempre proporre appello anche se questo non é ammesso per l’imputato del reato dal quale dipende l’illecito amministrativo. Contro la sentenza che riguarda l’illecito amministrativo il pubblico ministero può proporre le stesse impugnazioni consentite per il reato da cui l’illecito amministrativo dipende.

Le impugnazioni proposte dall’imputato del reato da cui dipende l’illecito amministrativo e dall’ente, giovano, rispettivamente, all’ente e all’imputato, purché non fondate su motivi esclusivamente personali.

Alle sentenze pronunciate nei confronti dell’ente si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni del titolo IV del libro nono del codice di procedura penale ad eccezione degli artt. 643, 644, 645, 646 e 647, decreto.

 

7.9. Esecuzione

La Sezione IX, decreto (artt. 74-79) è dedicata all’aspetto esecutorio del procedimento.

Competente a conoscere dell’esecuzione delle sanzioni amministrative dipendenti da reato é il giudice indicato nell’art. 665 c.p.p.. Il giudice ora indicato é pure competente per i provvedimenti relativi: a) alla cessazione dell’esecuzione delle sanzioni nei casi previsti dall’art. 3, decreto; b) alla cessazione dell’esecuzione nei casi di estinzione del reato per amnistia; c) alla determinazione della sanzione amministrativa applicabile nei casi previsti dall’art. 21.1 e 21.2, decreto; d) alla confisca e alla restituzione delle cose sequestrate. Nel procedimento di esecuzione si osservano le disposizioni di cui all’art. 666 c.p.p., in quanto applicabili. Nei casi previsti dal comma 2, lettere b) e d) si osservano le disposizioni di cui all’art. 667.4 c.p.p.. Quando é applicata l’interdizione dall’esercizio dell’attività, il giudice, su richiesta dell’ente, può autorizzare il compimento di atti di gestione ordinaria che non comportino la prosecuzione dell’attività interdetta.

La pubblicazione della sentenza di condanna é eseguita a spese dell’ente nei cui confronti é stata applicata la sanzione. Si osservano le disposizioni di cui all’art. 694, commi 2, 3 e 4 c.p.p..

L’estratto della sentenza che ha disposto l’applicazione di una sanzione interdittiva é notificata all’ente a cura del pubblico ministero. Ai fini della decorrenza del termine di durata delle sanzioni interdittive si ha riguardo alla data della notificazione.

L’ente che ha posto in essere tardivamente le condotte di cui all’art. 17, decreto, entro venti giorni

dalla notifica dell’estratto della sentenza, può richiedere la conversione della sanzione amministrativa interdittiva in sanzione pecuniaria. La richiesta é presentata al giudice dell’esecuzione e deve contenere la documentazione attestante l’avvenuta esecuzione degli adempimenti di cui all’art. 17, decreto. Entro dieci giorni dalla presentazione della richiesta, il giudice fissa l’udienza in camera di consiglio e ne fa dare avviso alle parti e ai difensori; se la richiesta non appare manifestamente infondata, il giudice può sospendere l’esecuzione della sanzione. La sospensione é disposta con decreto motivato revocabile. Se accoglie la richiesta il giudice, con ordinanza, converte le sanzioni interdittive, determinando l’importo della sanzione pecuniaria in una somma non inferiore a quella già applicata in sentenza e non superiore al doppio della stessa. Nel determinare l’importo della somma il giudice tiene conto della gravità dell’illecito ritenuto in sentenza e delle ragioni che hanno determinato il tardivo adempimento delle condizioni di cui all’art. 17, decreto.

Quando deve essere eseguita la sentenza che dispone la prosecuzione dell’attività dell’ente ai sensi dell’art. 15, decreto, la nomina del commissario giudiziale é richiesta dal pubblico ministero al giudice dell’esecuzione, il quale vi provvede senza formalità. Il commissario riferisce ogni tre mesi al giudice dell’esecuzione e al pubblico ministero sull’andamento della gestione e, terminato l’incarico, trasmette al giudice una relazione sull’attività svolta nella quale rende conto della gestione, indicando altresì l’entità del profitto da sottoporre a confisca e le modalità con le quali sono stati attuati i modelli organizzativi. Il giudice decide sulla confisca con le forme dell’art. 667.4 c.p.p.. Le spese relative all’attività svolta dal commissario e al suo compenso sono a carico dell’ente.

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