PARERE DI DIRITTO PENALE SULLA COMPATIBILITA’ TRA L’AGGRAVANTE DELLA CRUDELTA’ E IL DOLO D’IMPETO

Nov 17, 2016 da

PARERE DI DIRITTO PENALE SULLA COMPATIBILITA’ TRA L’AGGRAVANTE DELLA CRUDELTA’ E IL DOLO D’IMPETO

V. 23enne cresciuto in un contesto familiare molto degradato, caratterizzato, soprattutto in passato, da comportamenti aggressivi e violenti del padre, mentre si trovava nell’abitazione familiare, colpì con 39 coltellate il padre che giaceva sul letto della stanza matrimoniale, attingendolo in organi vitali; indi si recò in cucina e colpì la madre con 72 coltellate, pure esse altamente lesive. Le condotte furono caratterizzate da un rapido e reiterato susseguirsi di colpi. Subito dopo, il D.V. trascinò i corpi sotto il suo letto e, per quanto possibile, eliminò le copiose tracce di sangue.

Tali atti sono da considerarsi espressione di una rabbia esplosiva a lungo accumulata. Il candidato premessi brevi cenni sulle circostanze di natura soggettiva ed oggettiva rediga motivato parere.

Svolgimento a cura di Angelica Ambiel

  • Con il presente parere il sottoscritto legale è chiamato ad affrontare le problematiche connesse alla figura del reato circostanziato.

La questione impone di valutare la ricorrenza e la rilevanza delle circostanze sia di natura oggettiva che soggettiva, nonché la loro capacità di incidere sul profilo della punibilità del soggetto agente, chiamato nella vicenda di specie a rispondere del duplice omicidio dei genitori, connotato dal dolo d’impeto.

L’analisi della fattispecie criminosa di cui all’art. 575 c.p. esige pertanto di soffermarsi brevemente sulla disciplina delle circostanze di cui all’art. 70 c.p.

Va innanzitutto premesso che le circostanze sono elementi accidentali del reato, la cui immanenza al reato, pur non essendo essenziale, incide comunque sulla configurabilità del fatto di reato e sul grado di punibilità, comportando una diminuzione della pena, nel caso si tratti di attenuanti, ovvero un aumento, nel caso delle aggravanti.

A prescindere che siano classificate dal legislatore come circostanze aggravanti, attenuanti, comuni o speciali, esse possono suddividersi in circostanze oggettive e soggettive, le prime attinenti la natura, la specie, i mezzi, l’oggetto, il tempo, il luogo e ogni altra modalità dell’azione, la gravità del danno o del pericolo, ovvero le qualità personali dell’offeso; le seconde ricomprendenti invece una valutazione circa l’intensità del dolo o il grado della colpa, o le condizioni e le qualità personali del colpevole nonché i rapporti intercorrenti con la persona offesa-vittima.

Alla luce di tali premesse si procede ora ad analizzare le circostanze rinvenibili nella vicenda omicidiaria, ponendo attenzione agli elementi sopra descritti.

Il fatto che Tizio abbia posto in essere la condotta delittuosa nei confronti dei propri genitori, è una prima circostanza valutabile come aggravante speciale ai sensi dell’art. 576 n. 2 c.p. (abuso del rapporto genitoriale) comportante la pena dell’ergastolo.

Tale circostanza ha natura soggettiva e si incentra esclusivamente sul legame genitoriale che inerisce il soggetto agente e la vittima.

Facendo riferimento ai mezzi, al luogo, al tempo e alle modalità dell’azione, potrebbero concorrere anche le aggravanti speciali dell’elemento insidioso e della cosiddetta minorata difesa, richiamata anche dall’art. 61 comma 1, n. 5 c.p.

La giurisprudenza ritiene sussistente l’aggravante in questione qualora vi siano condizioni tali da ostacolare o ridurre la difesa della vittima, di cui il soggetto agente se ne avvantaggia in maniera consapevole.

Nel caso di specie potrebbe essere contestato a Tizio di aver colpito i genitori mentre si trovavano entrambi completamente indifesi ed incapaci di reagire perché rispettivamente in stato di riposo, il padre, ed intenta nella gestione delle faccende domestiche, la madre.

Tuttavia ciò che richiede un maggior approfondimento è la questione relativa alla possibilità di riconoscere nei confronti di Tizio, l’aggravante comune di cui all’art. 61, n. 4 c.p., richiamato dall’art. 577, comma 1, n. 4 c.p.

Sull’aggravante dell’utilizzo della crudeltà molto si è discusso in giurisprudenza, in relazione al reato di omicidio avvenuto con la reiterazione di colpi di coltello.

Orientamento costante ritiene che, qualora la reiterazione di colpi inferti con un coltello non si limiti a cagionare l’evento morte, ma al contrario costituisca espressione della volontà di infliggere alla vittima sofferenze che esulano dal normale processo di causazione dell’evento morte, trasmodando in una manifestazione di efferatezza, si configura l’aggravante di aver agito con crudeltà (Cass., 5 marzo 2014, n. 18332; Cass., 28 maggio 2013 n. 27163). Le modalità della condotta devono rendere evidente in modo obiettivo e conclamato la volontà dell’agente di infligge alla vittima patimenti gratuiti, ulteriori ed inutili (Cass., 25 maggio 2012, n. 25835).

Con una recente pronuncia la giurisprudenza di legittimità ha individuato in modo chiaro i termini entro i quali il giudice deve valutare la sussistenza di tale aggravante avente natura soggettiva.

Al giudice si richiede di procedere preliminarmente all’esame delle modalità complessive dell’azione e del correlato elemento psicologico, tuttavia la Suprema Corte chiarisce che ai fini della configurabilità dell’aggravante non possono assumere rilievo elementi di disvalore insiti nel finalismo omicidiario o in una diversa e autonoma circostanza (Cass., 10 febbraio 2015, n. 8163).

Questa pronuncia ha escluso l’aggravante della crudeltà in un caso di omicidio avvenuto con una serie di coltellate e l’abbandono della vittima in stato agonico, ritenendo che tali elementi si collocassero in un contesto di dolo d’impeto e di finalismo omicidiario correlato a tale condizione psicologica.

Il caso di specie potrebbe presentare elementi di difficile interpretazione, tuttavia sulla base dell’analisi giurisprudenziale condotta, il sottoscritto difensore di Tizio, ritiene che non sussistano gli estremi per l’applicazione dell’aggravante della crudeltà.

Nell’agire di Tizio non si ritiene ravvisabile quel quid pluris rispetto all’esplicitazione ordinaria dell’attività necessaria per la consumazione del reato. Non è ravvisabile in Tizio una volontà di infliggere sofferenze aggiuntive, soprattutto se si considera che i colpi di coltello sono stati inferti in zone vitali con gesti rapidi e impulsivi ed i corpi dei genitori non sono stati abbandonati agonizzanti.

Parimenti a quanto ritenuto e ricostruito dalla Suprema Corte nella recente sentenza richiamata, si potrebbe inoltre sostenere che le modalità di aggressione e il nascondimento dei corpi esanimi sotto il proprio letto, non siano da ritenersi indici di crudeltà e sevizie bensì elementi rientranti nella natura del dolo d’impeto.

Una parte della giurisprudenza ritiene inoltre che l’aggravante dell’aver agito con crudeltà sia incompatibile con il dolo d’impeto.

Tale tesi appare azzardata e non percorribile, soprattutto se posta in raffronto con l’orientamento maggioritario che ne riconosce al contrario la compatibilità (Cass., 2 luglio 1982).

In merito alla configurabilità di una qualche circostanza attenuante è bene non trascurare una condizione che ha giocato un ruolo determinante nella vicenda omicidiaria, ossia il contesto fortemente degradato, fatto di violenze e soprusi nel quale ha vissuto il ragazzo.

Tale aspetto potrebbe sicuramente rilevare ai fini del riconoscimento delle attenuanti generiche.

Con riferimento al solo omicidio del padre, si potrebbe ipotizzare a favore di Tizio, il riconoscimento dell’attenuante della provocazione cosiddetta “per accumulo”, ai sensi dell’art. 62, n. 2 c.p.

La giurisprudenza di legittimità ritiene sia invocabile detta circostanza in presenza di uno stato d’ira, caratterizzato da una situazione psicologica connotata da un impulso incontenibile, comportante una perdita dell’autocontrollo e scatenata da un fatto ingiusto altrui rispetto al quale essa si pone in rapporto di causalità di tipo psicologico.

Nel caso in esame, i ripetuti comportamenti aggressivi e violenti messi in atto dal padre verso il figlio sarebbero infatti da posi in stretta correlazione con l’esplosione rabbiosa di Tizio, sfociata nell’azione omicida. La reazione di Tizio sarebbe frutto non tanto di odio ma di una sofferenza e di un dolore sedimentati nel tempo, idonei a provocare un impulso incontrollato.

Angelica Ambiel

Dottrina Penale

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