ESAME AVVOCATO 2016: PRIMA PROVA.PARERE DI DIRITTO CIVILE

Dic 13, 2016 da

Traccia n.1 Civile

Nel corso della seconda lezione di equitazione all’interno del maneggio della società Alfa, il piccolo Tizio, figlio dei signori Beta, viene disarcionato dal cavallo e cade rovinosamente a terra.

Condotto al pronto soccorso e sottoposto a controllo radiografico al piccolo viene diagnosticata una forte contusione al polso destro e applicato un tutore mobile per la durata di 20 giorni.

Poiché tuttavia, anche decorso tale periodo, il bambino continua a lamentare un’evidente sintomatologia dolorosa e non riesce a muovere la mano, i signori Beta lo fanno visitare da uno specialista che, dopo aver effettuato una radiografia in una diversa proiezione, si avvede dell’esistenza di una frattura(non evidenziata al momento della visita al Pronto Soccorso) che, a causa del tempo oramai trascorso, non può più consolidarsi se non attraverso un intervento chirurgico, da effettuarsi quanto prima.

Malgrado l’intervento chirurgico venga eseguito a regola d’arte, con conseguente immobilizzazione dell’arto per i successivi 45 giorni, anche dopo le sedute di riabilitazione(protrattesi per i successivi 60 giorni) il piccolo riporta un’invalidità permanente del 6%.

I signori Beta si recano quindi da un legale e dopo aver esposto i fatti sopra detti aggiungono: che il cavallo montato dal piccolo Tizio aveva già mostrato, fin dall’inizio della lezione, evidenti segni di nervosismo, tanto che l’istruttore era già intervenuto 2 volte per calmarlo;  che al momento dell’iscrizione del proprio figlio al corso la società Alfa aveva fatto loro sottoscrivere una dichiarazione di esonero da ogni responsabilità per i danni eventualmente derivanti dallo svolgimento della pratica sportiva; che ove prontamente diagnosticata la frattura avrebbe potuto consolidarsi senza necessità di ricorrere all’intervento chirurgico; che per l’intervento chirurgico e successiva riabilitazione (effettuati entrambi in strutture private a causa dell’urgenza), avevano dovuto sostenere la complessiva spesa di €10.000,00.

Il candidato assunte le vesti del difensore dei signori Beta rediga un motivato parere illustrando le questioni sottese al caso in esame e prospettando le azioni più idonee a tutelare le ragioni dei propri assistiti.

Il tema della responsabilità da animali selvatici ed il tema della responsabilità medica erano stati trattati nella lezione del 26 novembre 2016 dedicata alla responsabilità civile. 

La nostra ipotesi di soluzione

ESAME DI AVVOCATO 2016 – PARERE DI DIRITTO CIVILE

TRACCIA N. 1

POSSIBILE SCHEMA DI SVOLGIMENTO

A cura di Valentina Lo Voi e Serafino Ruscica

 

Norme di riferimento  e giurisprudenza rilevante
Art. 2050 c.c.

Chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno

Art. 2052 c.c.

l proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dall’animale, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito.

Art. 1229 c.c.

E’ nullo qualsiasi patto che esclude o limita preventivamente la responsabilità del debitore per dolo o per colpa grave.
E’ nullo altresì qualsiasi patto preventivo di esonero o di limitazione di responsabilità per i casi in cui il fatto del debitore o dei suoi ausiliari costituisca violazione di obblighi derivanti da norme di ordine pubblico.

Cassazione civile, 27 novembre 2015, n. 24211.

Nel caso di allievi più esperti l’attività equestre è soggetta alla presunzione di responsabilità di cui all’art. 2052 c.c. ( con la conseguenza che spetta al proprietario od all’utilizzatore dell’animale che ha causato il danno fornire non soltanto la prova della propria assenza di colpa, ma anche quella che il danno é stato causato da un evento fortuito ), il gestore del maneggio risponde viceversa quale esercente di attività pericolosa ex art, 2050 c.c. dei danni riportati dai soggetti partecipanti alle lezioni di equitazione qualora gli allievi siano come nella specie principianti, del tutto ignari dì ogni regola di equitazione, ovvero giovanissimi.

Cassazione civile, 12 gennaio – 9 aprile 2015, n. 7093.

Lo stabilire se una attività sia da reputare “pericolosa” ai sensi dell’art. 2050 c.c., al fine di sottoporre chi la esercita alla presunzione prevista da quella norma, è un accertamento di fatto, non una valutazione in diritto. “Pericolosa”, ex art. 2050 c.c., è infatti l’attività potenzialmente causativa di danno non solo per la sua natura, ma anche per la natura dei mezzi adoperati. Esistono dunque attività pericolose di per sé, ed attività svolte in modo pericoloso, cioè pericolose in relazione al caso concreto: e per queste ultime l’accertamento della “pericolosità” non può che essere compiuto dal giudice di merito tenendo conto di tutte le specificità della fattispecie, con accertamento sottratto al sindacato di legittimità. La gestione d’una scuola d’equitazione può essere in concreto pericolosa, ma può anche non esserlo: tale requisito non sussiste in astratto, ma va accertato in concreto in base alle modalità con cui viene impartito l’insegnamento, alle caratteristiche degli animali impiegati ed alla qualità degli allievi.  Questa Corte ha da molto tempo suggerito, al riguardo, una massima di esperienza quale criterio orientativo per la soluzione dei casi pratici: ovvero quella consistente nel presumere che, di norma, impartire lezioni di equitazione a fanciulli o principianti comporta pericoli che non sussistono quando gli allievi sono esperti; con la conseguenza che la prima attività (impartire lezioni a principianti) sarebbe pericolosa, la seconda (impartire lezioni ad esperti) non lo sarebbe. Deve tuttavia essere ben chiaro che quella appena indicata non è una regula iuris, ma una mera massima d’esperienza, basata sull’id quod plerumque accidit: sicché non viola l’art. 2050 c.c. il giudice di merito che, motivando, ritenesse nel caso concreto pericolosa l’attività di insegnamento dell’equitazione impartita ad allievi esperti, ovvero ritenesse non pericoloso l’insegnamento dell’equitazione a fanciulli.

Cassazione civile, sez. III, 9.3.2010, n. 5664

L’attività sportiva consistente nella partecipazione ad una lezione di equitazione da parte di allievi dotati di sufficiente esperienza rientra, ai fini della responsabilità civile, nella fattispecie dell’art. 2052 cod. civ. con applicazione della relativa presunzione; spetta pertanto al gestore dell’animale (utilizzatore o proprietario) che ha causato il danno fornire non solo la prova dell’assenza della propria colpa, ma anche quella che il danno è stato cagionato dal caso fortuito, poiché ciò che rileva è la semplice relazione esistente tra il gestore e l’animale e il nesso di causalità tra il comportamento di questo e il danno (nella specie il gestore è stato ritenuto responsabile del danno causato dal calcio improvviso di un cavallo sferrato mentre il gruppo di allievi, sotto la guida dell’istruttore, procedeva in fila indiana).

Cassazione civile, 19 luglio 2008, n. 20063

In tema di danno cagionato da animali, il proprietario o utente dell’animale (nella specie Centro ippico che utilizza il cavallo a fini di lucro) per sottrarsi alla responsabilità presunta è tenuto a fornire la prova del caso fortuito, che può consistere anche nel fatto del terzo, ma solo dopo che sia stato dimostrato in modo in equivoco la sussistenza del nesso di causalità tra il comportamento dell’animale, del suo cavaliere ed il danno causato.

Cassazione civile, 17 ottobre 2002, n. 14743:

In tema di responsabilità per danni causati da animali, perché la responsabilità del proprietario gravi su di un altro soggetto, occorre che il proprietario giuridicamente o di fatto si sia spogliato della facoltà di far uso dello stesso (intendendo tale locuzione nel senso di trarne un profitto economico), trasferendolo ad un terzo. Qualora, invece, il proprietario continui a far uso dell’animale sia pure tramite un terzo e, quindi, abbia ingerenza nel governo dello stesso, resta responsabile dei danni arretrati dallo stesso di qualunque danno.

Cassazione civile 23 novembre 1998, n. 11861

L’attività di equitazione svolta all’interno di un circolo ippico, alla presenza di un istruttore, con cavalli collaudati ed addestrati ad essere montati da persone non esperte, le quali, peraltro, in quanto allievi, vengono portate a conoscenza delle regole fondamentali della equitazione, non può, in linea di principio, proprio per tali caratteristiche, essere annoverata tra le attività pericolose di cui all’art. 2050 c.c. salvo l’accertamento, in fatto, di specifiche caratteristiche proprie del caso concreto, idonee a rendere obiettivamente pericoloso lo svolgimento dell’attività equestre ed è, pertanto, soggetta, per i danni subiti dagli allievi durante le esercitazioni, alla presunzione di responsabilità di cui all’art. 2052 c.c., prevista a carico del proprietario o di chi si serve dell’animale per il periodo in cui lo ha in uso, in relazione ai danni cagionati dallo stesso.

Cassazione civile, 19 giugno 2008 , n. 16637

La dichiarazione unilaterale dell’allievo di una scuola di equitazione, con la quale il gestore sia esonerato da ogni responsabilità per i danni patiti dagli allievi, è improduttiva di effetti nei casi di responsabilità per colpa grave, ex art. 1229 c.c. Tale colpa grave è ravvisabile nella condotta degli istruttori i quali, pur avendo notato che uno degli animali impiegati per l’esercitazione dava segni di nervosismo, non lo abbiano sostituito.

Cass. Civ. III sez. 13.4.2015 n. 7354

In tema di resp. contrattuale medico sanitaria, il nesso causale fra il comportamento del medico sanitario e l’evento dannoso va ritenuto esistente in caso in cui il medico sia in corso nell’inadempimento degli obblighi a suo carico e il danno verificatosi costituisce conseguenza probabile, pur se non certa, di quegli adempimenti”.


IPOTESI DI SVOLGIMENTO IN SINTESI

 

La traccia richiedeva di analizzare ai fini dell’accertamento di eventuali profili risarcitori la posizione di diversi soggetti, segnatamente, quella della società Alfa, titolare del maneggio, e quella dei sanitari del Pronto Soccorso. Il candidato, avrebbe, quindi, potuto brevemente accennare alla responsabilità derivante dall’esercizio di attività pericolosa, quale forma di responsabilità aggravata o, secondo alcuni orientamenti, oggettiva, e quale categoria al cui interno la giurisprudenza ricomprende, in modo piuttosto ampio, non solo quelle attività qualificate pericolose dal Testo Unico di Pubblica Sicurezza o da altre leggi speciali, ma, più in generale, anche quelle che comportano la rilevante possibilità del verificarsi del danno, per la loro stessa natura e per le caratteristiche dei mezzi usati, la cui suddetta oggettiva pericolosità ha una potenzialità lesiva notevolmente superiore al normale (Cass. Civ., n. 16052/2015).

Si sarebbe, inoltre, potuta differenziare tale forma di responsabilità gravante in capo al gestore del maneggio, discendente dalla qualificazione della sua attività come pericolosa, dall’ipotesi, invece, prevista dall’art. 2052 cod. civ. (danno cagionato da animali) che viene in rilievo, sempre in materia di attività equestre, nel caso di allievi più esperti. Come noto nell’ipotesi di presunzione di responsabilità di cui all’art. 2052 cod. civ., spetta al proprietario o all’utilizzatore dell’animale che ha causato il danno di fornire non soltanto la prova della propria assenza di colpa, ma anche quella che il danno é stato causato da un evento fortuito (Cass. Civ., n. 16637/2008).

Quanto al primo profilo si tratta, in sintesi, di stabilire se la disciplina applicabile al caso in questione sia quella prevista dall’art. 2050 ovvero dall’art. 2052 c.c.

La gestione di impianti sportivi con l’impiego di animali potrebbe comportare l’insorgere di almeno due diverse specie di responsabilità, rientranti entrambe nell’alveo della responsabilità oggettiva: la responsabilità per esercizio di attività pericolose (art. 2050 c.c.) e responsabilità per danni prodotti da animali (art. 2052 c.c.).

L’art. 2050 c.c. prevede che ci si libera da responsabilità solo provando di “avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno”: la prova liberatoria non verte dunque sulle modalità del fatto che ha cagionato il danno, ma sulle modalità di organizzazione dell’attività pericolosa, che debbono apparire idonee a prevenire eventuali danni. In realtà, poiché si verte in materia di responsabilità oggettiva, la vera prova liberatoria, al dunque, potrà raggiungersi solo dimostrando che il danno è dovuto ad un evento non prevedibile né superabile con l’adeguata diligenza, ossia che il danno è dovuto ad un caso fortuito.

Ai sensi dell’art. 2052 c.c., invece, “il proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dall’animale, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito”.

Il primo presupposto applicativo della responsabilità per i danni cagionati da animali è che il danno sia «cagionato» dall’animale, ossia il danno deve essere “conseguente” al comportamento dell’animale risultando del tutto irrilevante il requisito della pericolosità dell’animale, per cui la responsabilità in questione opererà anche se il danno proviene da un animale di indole mansueta.

Il dettato normativo prevede, inoltre, che possano essere chiamati a risarcire i danni cagionati dall’animale solo il proprietario o l’utilizzatore dello stesso, i quali ne rispondono sia che l’animale fosse sotto la loro custodia sia che fosse smarrito o fuggito.

Tornando al tema che ci interessa più da vicino, passiamo ora a chiederci quale sia il regime di responsabilità invocabile da parte dei Sig.ri Beta, e cioè se quello generale previsto dall’art. 2050 c.c. ovvero la disciplina specifica di cui all’art. 2052 c.c.

La giurisprudenza, in più occasioni ha affermato che il gestore di un maneggio, proprietario o utilizzatore dei cavalli ivi esistenti, adibiti allo svolgimento di lezioni di equitazione da parte di allievi, risponde quale esercente di attività pericolosa, ai sensi dell’art. 2050 c.c., dei danni riportati dai partecipanti qualora siano cavallerizzi principianti o inesperti (Cass. 27 novembre 2015, n. 24211) e, più in generale, ha predicato l’applicabilità dell’art. 2050 c.c. soltanto laddove l’esperienza del fantino, le caratteristiche del percorso o il comportamento dell’animale montato comportino una maggiore esposizione al rischi di incidenti (cfr. Cass., 4 dicembre 1998, n. 12307).

E, dunque, nel caso specifico dovrà ritenersi certamente responsabile il gestore del maneggio, quale esercente un’attività pericolosa, per i danni riportati al piccolo Tizio a seguito della caduta da un cavallo imbizzarrito durante una lezione di equitazione.

Va infatti evidenziato che quest’ultimo, allievo principiante, è stato scaraventato a terra da un cavallo che già all’inizio dell’esercitazione aveva dato segni di evidente nervosismo tanto da far intervenire l’istruttore per calmarlo e senza che prudenzialmente, per questo, si provvedesse alla sua immediata sostituzione.

D’altronde assegnare ad un allievo non esperto un animale potenzialmente nervoso è sicuramente condotta inidonea alla prevenzione del rischio.

Per altro verso, difficilmente potrà giovare al proprietario del maneggio la clausola sottoscritta dai Sig.ri Beta con cui lo si esonerava da ogni responsabilità connessa all’attività di equitazione svolta all’interno del Circolo.

A tal proposito giova citare un precedente giurisprudenziale piuttosto calzante: “La dichiarazione unilaterale dell’allievo di una scuola di equitazione, con la quale il gestore sia esonerato da ogni responsabilità per i danni patiti dagli allievi, è improduttiva di effetti nei casi di responsabilità per colpa grave, ex art. 1229 c.c. Tale colpa grave è ravvisabile nella condotta degli istruttori i quali, pur avendo notato che uno degli animali impiegati per l’esercitazione dava segni di nervosismo, non lo abbiano sostituito” (Cassazione civile, sez. III, 19/06/2008, n. 16637).

Le clausole di esonero o di limitazione non esonerano da responsabilità neppure in caso di colpa lieve, se il fatto del debitore o dei suoi ausiliari costituisca violazione di «obblighi derivanti da norme di ordine pubblico» (art. 1229, secondo comma, c.c.). Tali sono le norme poste a presidio della integrità fisica, della sicurezza, della salute della persona e, in genere, dei diritti della personalità.

Concludendo riguardo alla posizione della società Alfa, avrebbe potuto farsi riferimento alla giurisprudenza di legittimità che appare concorde nell’affermare la responsabilità del gestore di un maneggio, proprietario o utilizzatore dei cavalli ivi esistenti, adibiti allo svolgimento di lezioni di equitazione da parte di allievi; tale soggetto risponderebbe, quale esercente di attività pericolosa, ai sensi dell’art. 2050 cod. civ., dei danni riportati dai partecipanti qualora siano cavallerizzi principianti o inesperti, del tutto ignari di ogni regola di equitazione, ovvero giovanissimi (Cass. Civ., n. 24211/2015).

Il candidato avrebbe potuto ipotizzare l’eventualità di intentare un’iniziativa giudiziaria da parte dei genitori del minore nei confronti della società Alfa. I genitori, nell’instaurare tale giudizio, si sarebbero potuti limitare a provare la sola esistenza del rapporto eziologico tra la condotta dell’animale e l’evento lesivo, spettando, invece, al convenuto la prova dell’eventuale esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva e idoneo ad interrompere il nesso causale.

Si sarebbe quindi dovuta innestare la questione dell’incidenza quale fattore idoneo ad interrompere in nesso di causalità, dell’opera dei sanitari del Pronto Soccorso che avrebbero commesso un errore diagnostico nella gestione dell’infortunio, causandone l’aggravamento.

L’attività dei sanitari, qualora fosse considerata rilevante, pur non potendosi ritenere da sola idonea ad interrompere il nesso causale, avrebbe potuto comunque concorrere con la precedente condotta lesiva imputabile al gestore del maneggio ai sensi degli artt. 40 e 41 cod. pen. e 2055 cod. civ. (Cass. Civ. 15113/2016).

Sul punto si potrebbe considerare come precedente giurisprudenziale pertinente quanto recentemente affermato dalla Suprema Corte secondo cui: Nel caso di incidente stradale causativo di lesioni, anche l’ipotetica negligenza o imperizia dei medici, persino ove di elevata gravità, non è idonea ad elidere il nesso causale tra la condotta e l’evento morte, in quanto l’intervento dei sanitari costituisce, rispetto al soggetto leso, un fatto tipico e prevedibile, anche nei potenziali errori di cura, mentre ai fini della esclusione del nesso di causalità occorre un errore sanitario del tutto eccezionale e da solo determinante l’evento letale (Cass. Civ. n. 28246 del 07 Luglio 2016).

Pertanto potrebbe supporsi che, accanto all’azione nei confronti della società Alfa, i genitori avrebbero, altresì, potuto agire nei confronti del Pronto Soccorso e quindi dell’ASL, e, con riferimento a tale ipotesi, il candidato, avrebbe potuto, succintamente, trattare della natura della responsabilità gravante in capo a tale struttura sanitaria  con particolare riferimento alle recenti evoluzioni giurisprudenziali sull’applicabilità all ‘ASL della responsabilità ex art. 1228 cc. .  (sentenza n. 7768 del 9.12.2015 Rel. Scarano,)

Sarebbe stato opportuno dar conto della circostanza per cui nelle cause aventi come petitum la richiesta di risarcimento di danno derivante da responsabilità medica l’istituto della mediazione (D.Lgs. 28/2010) è condizione di procedibilità per l’eventuale giudizio civile.

 

 

 

Traccia n.2 Civile

Caio è un giovane molto ben voluto nel piccolo paese in cui vive.

Nel dicembre del 2005 riceve in donazione dall’amico Sempronio un piccolo appezzamento di terreno. Successivamente, nel maggio del 2008, acquista un piccolo appartamento con denaro dell’amico Mevio.

Nel febbraio del 2016, però, Caio riceve la visita di Tizio, figlio e unico erede di Mevio (deceduto nel 2010) che gli rappresenta la propria intenzione di rivendicare la proprietà del predetto terreno (lasciatogli in eredità da Mevio) nonché di ottenere la restituzione della somma di euro 50.000,00 (pari al prezzo dell’appartamento acquistato con denaro dello stesso Mevio).

A sostegno della prima pretesa, Tizio sostiene che Caio non possa vantare alcun titolo sul terreno, non potendo considerarsi tale la donazione di cui il predetto aveva beneficiato nel dicembre 2005, dal momento che il disponente Sempronio non era titolare di alcun diritto sul bene donato.

Quanto alla seconda pretesa lo stesso rappresenta che l’acquisto del predetto appartamento con denaro di Mevio avesse realizzato una donazione di denaro di non modico valore, che doveva considerarsi nulla per non aver rivestito la forma prescritta dalla legge.

Caio, che sin dalla data della prima donazione (peraltro immediatamente trascritta) aveva goduto direttamente del terreno adibendolo a orto, seriamente preoccupato per quanto rappresentatogli da Tizio, si rivolge ad un legale, al quale dopo aver riferito i fatti per come sopra detti, ribadisce di non aver mai saputo che il terreno donatogli da Sempronio fosse, in realtà di proprietà di Mevio.
Il candidato assunte le vesti del legale di Caio , rediga un motivato parere illustrando le questioni sottese al caso in esame e prospettando la linea difensiva più idonea a tutelare le regioni del proprio assistito.

Il tema della donazione (anche con riferimento alla sentenza delle SS.UU in materia di donazione di bene altrui) era stato segnalato come probabile nella dispensa di studio inviata per mail il 30 novembre scorso.

Le nostre ipotesi di soluzione

ESAME DI AVVOCATO 2016 – PARERE DI DIRITTO CIVILE

TRACCIA N. 2

POSSIBILE SCHEMA DI SVOLGIMENTO

A cura di Valentina Lo Voi

 

Le questioni nodali che la traccia richiedeva di affrontare erano essenzialmente due:

  • L’idoneità della donazione di cosa altrui a costituire titolo valido ai fini del perfezionarsi della fattispecie acquisitiva di cui all’art. 1159 cod. civ. (usucapione decennale);
  • La natura giuridica dell’acquisto di un bene immobile con denaro altrui e l’opportunità, a fini difensivi, di qualificare lo stesso come donazione indiretta.

– Preliminarmente, il candidato avrebbe potuto soffermarsi, molto brevemente, sul contratto di donazione e sugli elementi che caratterizzano lo stesso, ossia: lo spirito di liberalità,  l’arricchimento del donatario e il contestuale depauperamento del donante.

– Quanto alla prima problematica che la traccia richiedeva di affrontare, ovvero la validità della donazione del terreno fatta da un soggetto che non poteva validamente disporne, deve segnalarsi che sul punto è intervenuta la sentenza della Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, n. 5068 del 15 marzo 2016.

In tale occasione le Sezioni Unite hanno affermato che la donazione di un bene altrui, benché non espressamente vietata, deve ritenersi nulla per difetto di causa, a meno che nell’atto non si affermi espressamente che il donante sia consapevole dell’attuale non appartenenza del bene al proprio patrimonio.
Il candidato, al fine di prospettare una strategia difensiva idonea a tutelare le ragioni di Caio, avrebbe allora potuto far leva sul dato temporale, affrontando la questione relativa alla possibilità che la donazione di bene altrui possa considerarsi titolo idoneo per il perfezionamento della usucapione decennale, prevista dall’art. 1159 cod.civ.

La traccia, infatti, afferma espressamente che Caio, oltre ad avere trascritto immediatamente la donazione, aveva posseduto in buona fede, e in maniera continuativa, per dieci anni e due mesi (dal dicembre del 2005, data della donazione, al febbraio del 2016).

La idoneità della donazione di bene altrui quale ipotesi di usucapione abbreviata non è stata, invero, affrontata nella pronuncia, sopra richiamata, resa dalle Sezioni Unite nel marzo 2016.

Sarebbe stato, quindi, opportuno far riferimento alla giurisprudenza formatasi in precedenza.

In particolare,  nell’ottica di un’efficace strategia difensiva si sarebbe potuto sostenere che, secondo quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità, la donazione di beni altrui non potrebbe essere ricompresa nella donazione di beni futuri, nulla ex art. 771 cod. civ., ma costituirebbe piuttosto un’ipotesi di semplice inefficacia che, tuttavia, sarebbe idonea ai fini dell’usucapione abbreviata ex art. 1159 cod. civ..

Il requisito, richiesto dalla predetta disposizione codicistica, della esistenza di un titolo debitamente trascritto che sia idoneo a far acquistare la proprietà o altro diritto reale di godimento, andrebbe, infatti, inteso nel senso che il titolo, tenuto conto della sostanza e della forma del negozio, debba essere idoneo in astratto, e non in concreto, a determinare il trasferimento del diritto reale (Cass. civ., n. 1596/2001).

A corroborare la tesi della validità della donazione a non domino ai fini dell’usucapione breve si sarebbe, poi, potuta riportare la sentenza n. 10356 del 2009.

In tale pronuncia la S.C. ha affermato che la donazione dispositiva di un bene altrui, benché non espressamente disciplinata, deve ritenersi nulla alla luce della disciplina complessiva della donazione e, in particolare, dell’art. 771 cod. civ., poiché il divieto di donazione dei beni futuri ricomprende tutti gli atti perfezionatisi prima che il loro oggetto entri a comporre il patrimonio del donante. Tale atto, tuttavia, secondo quanto affermato nella pronuncia da ultimo richiamata, sarebbe comunque idoneo ai fini dell’usucapione decennale prevista dall’art. 1159 cod. civ., poiché il titolo, tenuto conto della sostanza e della forma del negozio, deve essere suscettibile in astratto, e non in concreto, di determinare il trasferimento del diritto reale.

Infine, trattandosi di un parere motivato, si sarebbe dovuto dare atto dell’esistenza di un ulteriore orientamento, che seppur risalente nel tempo, andrebbe contro le ragioni di Caio, ritenendo che la donazione di un bene altrui non sia un titolo idoneo ai fini dell’usucapione abbreviata a norma dell’art. 1159 c.c., attesa l’invalidità di tale negozio, ai sensi dell’art. 771 cod.civ. (Cass. Civ., n. 6544/1985).

– Il secondo punto nodale posto dalla traccia aveva riguardo, invece, alla natura giuridica dell’acquisto di un bene immobile con denaro altrui e, in particolare, alla possibilità che lo stesso possa o meno configurare una donazione e, quindi, essere soggetto alle formalità richieste ai fini della validità della stessa.

La traccia, specificamente, afferma che nel 2008 Caio aveva acquistato un piccolo appartamento con denaro dell’amico Mevio.

Tizio, figlio e unico erede di Mevio, recandosi da Caio, oltre a rivendicare la proprietà del terreno, come si è precedentemente osservato, chiedeva anche la restituzione di 50000 Euro, pari al prezzo dell’appartamento, poiché, trattandosi di donazione di non modico valore, la stessa doveva considerarsi nulla in quanto, per essere valida, avrebbe dovuto rivestire le forme richieste dalla legge.

Ebbene, il candidato, per tutelare le ragioni di Caio, avrebbe potuto sostenere che trattavasi di donazione indiretta e non di donazione di non modico valore. Dimostrare, infatti, che 50000 euro fossero una donazione di modico valore sarebbe stato quantomeno impervio.

A tal fine si sarebbe potuta richiamare quella giurisprudenza di legittimità che ha ritenuto che l’acquisto del bene immobile con soldi altrui configura un’ipotesi di donazione indiretta (Cass. Civ., n. 1986/2016).

Aderendo a questa tesi non si sarebbe incorsi nella nullità, poiché per la validità delle donazioni indirette, cioè di quelle liberalità realizzate ponendo in essere un negozio tipico diverso da quello previsto dall’art. 782 cod. civ., la giurisprudenza appare concorde nel ritenere che non sia necessaria la forma dell’atto pubblico, essendo sufficiente l’osservanza delle forme prescritte per il negozio tipico utilizzato per realizzare lo scopo di liberalità (Cass. Civ., n. 3819/2015 e Cass. Civ., n. 14197/2013).

La ratio di tale assunto va ricercata nel fatto che l’art. 809 cod. civ., nel sancire l’applicabilità delle norme sulle donazioni agli altri atti di liberalità realizzati con negozi diversi da quelli previsti dall’art. 769 cod. civ., non richiama l’art. 782 cod. civ., che prescrive la forma dell’atto pubblico per la donazione. Inoltre, a sostegno di tale assunto, può affermarsi che l’art. 782 cod. civ. è volto a tutelare il donante, e quindi, a differenza delle norme che tutelano i terzi, tale norma non può essere estesa a quei negozi che perseguono l’intento di liberalità con schemi negoziali previsti per il raggiungimento di finalità diverse (Cass. Civ., n. 23297/2009).

Conclusivamente, quindi, profilate tutte le questioni problematiche in precedenza enucleate, una linea difensiva idonea a tutelare le ragioni di Caio avrebbe potuto essere la seguente:

  • con riferimento alla questione relativa al terreno, donato a Caio da un soggetto (Sempronio) che non ne era proprietario, si sarebbe potuta sostenere la idoneità della donazione di bene altrui (seppure nulla, come da ultimo definita dalle SS.UU. 5068/2016) ai fini del perfezionamento della fattispecie acquisitiva a titolo originario ex art. 1159 cod.civ.. In tal modo Caio, essendo trascorsi poco più di dieci anni dalla donazione, sarebbe comunque divenuto proprietario del terreno per il maturarsi della prescrizione decennale.;
  • con riguardo, invece, alla richiesta avanzata da Tizio nei confronti di Caio, al fine di ottenere la restituzione dei 50000 euro corrisposti da Mevio a Caio, ed utilizzati per l’acquisto di un immobile, si sarebbe potuta sostenere la tesi volta a qualificare l’atto negoziale alla stregua di una donazione indiretta. La giurisprudenza, infatti, appare concorde nel ritenere che le liberalità indirette siano valide se siano state adoperate le forme prescritte per il negozio tipico utilizzato per realizzare lo scopo di liberalità. In tal modo, quindi, la donazione indiretta fatta a Caio sarebbe stata pienamente valida.

Infine, seppure non necessario, si sarebbe potuto accennare al fatto che le donazioni indirette sono comunque soggette all’azione di riduzione volta a reintegrare la quota di legittima, non tralasciando, peraltro, la circostanza per cui le eventuali azioni di riduzione o di restituzione avanzate dagli eredi legittimi nei confronti del beneficiario della donazione non possono mai coinvolgere i successivi acquirenti dell’immobile oggetto di donazione indiretta (Cass. civ., n. 11496/2010).

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