ATTI DI TRASFERIMENTO IMMOBILIARE E CRISI CONIUGALE

Feb 22, 2017 da

ATTI DI TRASFERIMENTO IMMOBILIARE E CRISI CONIUGALE

di E. C.

Prima di trattare specificamente le problematiche riguardanti gli atti di trasferimento immobiliare, conclusi in sede di crisi coniugale, è necessaria una premessa sulla causa del contratto, con particolare riguardo ai negozi unilaterali atipici traslativi di diritti reali.

La causa, ai sensi dell’art. 1325 c.c., è uno degli elementi essenziali del contratto, assieme all’oggetto, alla volontà, e alla forma, quando prevista a pena di nullità. E, in base all’art. 1418 c.c., il contratto è nullo per mancanza di causa.

Nel diritto romano, la causa non aveva particolare importanza, poiché si ammettevano negozi astratti, cioè privi di causa, quali la mancipatio, laddove era riconosciuta la validità dell’impegno assunto, purché fosse stato assunto nelle forme solenni.

Poi il codice civile del 1865 sposava una concezione soggettiva della causa. Si cercava nei contraenti una causa lecita per obbligarsi alla prestazione, guardando per lo più alla causa come un riflesso del profilo soggettivo, della ragione per cui la parte si obbligava all’adempimento di quella prestazione.

L’attuale codice civile, invece, pone la causa al centro del sistema. Infatti, l’indagine sulla causa viene in rilievo nell’art. 1418 c.c., come contratto nullo per mancanza di causa, nell’art. 1344 c.c., sul negozio in frode alla legge, e, soprattutto, nel principio di autonomia contrattuale, di cui all’art. 1322 c.c., per il quale ciascun soggetto ha il potere di disporre della propria sfera giuridica personale e patrimoniale. Tuttavia, il codice prevede anche delle situazioni anomale (ad esempio, gli artt. 1987-1989 c.c.), in cui sembra che si possa fare a meno della causa.

Per quanto riguarda la teorizzazione della causa del contratto, la giurisprudenza ha subìto delle oscillazioni nel corso del tempo. In una prima fase, dagli anni ’40 agli anni ’60, si era orientata verso l’idea di una causa in chiave tendenzialmente soggettiva, perché ancora influenzata dal dato testuale del codice del 1865. Tra gli anni ’60-’70, emerge una visione della causa in senso oggettivo, sulla base dell’idea della causa in astratto come funzione economico-sociale. Infine, dagli anni ’80, la dottrina e in seguito la giurisprudenza hanno riconosciuto la validità della teoria della causa in concreto come funzione individuale.

Tanto premesso, la teoria della causa come giustificazione economico-sociale del contratto trova fondamento nell’impostazione del codice civile del 1942, perché risponde alle logiche della pianificazione economica e del controllo degli spostamenti patrimoniali. Essa tende a distinguere la causa dai motivi, che sono giuridicamente irrilevanti, salvo alcuni casi espressamente previsti (ad esempio, motivi illeciti comuni a entrambe le parti), perché sono attinenti alla sfera del foro interno del soggetto, ciò che spinge la parte a concludere il contratto. Da questa teoria discende quale corollario che tutti i contratti tipici hanno una causa lecita, e che la causa è identica in tutti i contratti, perché astratta (ad esempio, nelle compravendite è lo scambio di un bene dietro pagamento di un prezzo). Secondo questa tesi, un contratto si definisce tipico perché è stato recepito dal legislatore, in quanto frutto di uno studio e di una tradizione millenaria. Non a caso il codice del 1942 riporta tutti contratti (come la compravendita, il mutuo, il deposito) che c’erano nel codice del 1865, che a sua volta derivava dalla tradizione del diritto romano. E, se il legislatore ha tipizzato un determinato contratto, lo ha fatto perché il giudizio di liceità e meritevolezza della causa è stato già effettuato a monte. Questo esonera l’interprete dal porsi il problema della causa, perché si innesca l’automatismo per cui se il contratto è tipico, ha causa lecita, dato che se non avesse avuto causa lecita il legislatore non lo avrebbe tipizzato.

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