Finzione di avveramento della condizione e provvedimenti amministrativi

Feb 06, 2017 da

Finzione di avveramento della condizione e provvedimenti amministrativi

di Alessia Converti

La condizione è un evento futuro e incerto al cui verificarsi le parti subordinano la produzione o l’eliminazione degli effetti prodotti dal negozio a cui essa è applicata.

L’autonomia privata in questo caso ha una duplice facoltà da un lato di selezionare nell’ambito del lecito che un evento futuro regoli la propria sfera giuridica e dall’altro stabilire il tipo di incidenza risolutiva o sospensiva degli effetti del negozio.

In pendenza della condizione, l’obbligato e l’alienante sotto condizione sospensiva e l’acquirente sotto condizione risolutiva devono comportarsi secondo buona fede per conservare integre le ragioni dell’altra parte ai sensi dell’art. 1358 c.c..

Viene allora da domandarsi se esista una differenza fra la buona fede ex art. 1358 c.c. e quella generale ex art. 1375 c.c..

Dal punto di vista contenutistico sono identiche, ovvero il dovere di agire secondo criteri di correttezza contrattuale in modo tale da salvaguardare, nei limiti dell’apprezzabile sacrificio, la posizione della controparte. Però, l’obbligo previsto dall’art. 1358 c.c. costituisce una chiara specificazione di quello generale, in quanto espressamente diretto a conservare integre le ragioni dell’altra parte, pur senza uno specifico obbligo di adoperarsi positivamente al fine di favorire l’avverarsi della condizione.

La parte che ha la disponibilità del bene deve dunque attivarsi positivamente affinché questo venga preservato a tutela dell’aspettativa della controparte, il tutto ovviamente entro i limiti dell’apprezzabile sacrificio e con l’utilizzo della normale diligenza ex art. 1176 c.c..

A tutela della parte titolare dell’aspettativa il legislatore pone l’art. 1359 c.c., in forza del quale si ha una finzione di avveramento qualora l’accadimento dedotto in condizione sia divenuto inattuabile per causa imputabile alla parte che ha un interesse contrario all’avveramento.

Si parla al riguardo di una finzione giuridica (fictio iuris) anche se la norma in esame appare più come una sanzione la cui ratio è quella di evitare che l’autore dell’illecito tragga da questo effetti giuridici favorevoli.

evento in relazione al quale la condotta umana abbia concrete possibilità di governo ed indirizzo.

Ci si è posti il problema relativo all’indispensabilità o meno, ai fini della sanzione di cui alla norma in esame, di un comportamento positivo e se sarebbe rilevante la mera omissione.

Al riguardo la Cassazione ha dato risposta affermativa, purché la condotta omissiva tenuta dalla parte costituisca violazione di un preciso obbligo di agire imposto dal contratto o dalla legge.

Dal punto di vista logico il comportamento dell’uomo potrebbe incidere non solo nel senso di impedire la verificazione di un evento ma, inversamente, nel senso di determinare la produzione di un evento che faccia divenire operativa la condizione avente effetti sfavorevoli all’altra parte.

Secondo la Corte sarebbe sufficiente un comportamento colposo in base ai parametri della normale diligenza e non necessariamente doloso anche se meramente omissivo purché posto in essere durante la pendenza della condizione e non certo prima della conclusione del negozio in cui questa è contenuta.

La Corte ha inoltre precisato, che in linea di principio, la parte di un contratto sottoposto a condizione non ha alcun obbligo di produrre l’avveramento o di cooperare all’avverarsi della condizione; su di esse incomberebbe solo l’obbligo ex art. 1358 c.c. puramente negativo ovvero di astenersi da ogni atto che pregiudichi le aspettative dell’altro contraente o impedisca l’evento necessario all’avveramento.

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