Conseguenze civili della legittima difesa putativa o dell’eccesso colposo in legittima difesa 

TESTO TRACCIA

Conseguenze civili della legittima difesa putativa o dell’eccesso colposo in legittima difesa

di Carmen Oliva 

Il ruolo e l’incidenza che le scriminanti previste dal diritto penale hanno nell’ambito della responsabilità civile evidenziano la forte sinergia che intercorre tra l’ illecito penale e quello civile, per cui  i principi attinti dalla dottrina penalistica sono certamente validi ed utilizzabili anche in ambito civile.

Quanto ai principi generali disciplinanti le cause di giustificazione, il codice civile non ne menziona alcuno; dunque, essi vengono mutuati dalla disciplina penale.

In generale, si definiscono cause di giustificazione quelle speciali situazioni nelle quali un fatto, che di regola è vietato dalla legge, non costituisce illecito per l’esistenza di una norma che lo autorizza o lo impone: pertanto il fatto, in tali condizioni, diviene giuridicamente lecito nonostante la sua conformità alla figura astratta di un illecito.

Né il codice penale, né tantomeno il codice civile, utilizzano mai la locuzione “cause di giustificazione”: il legislatore si limita semplicemente a parlare di “fatti non punibili” se commessi in una data situazione (ad es. artt. 50, 51, 52, 53, 54 c.p.), di circostanze “che escludono la pena” (art. 59, 1° comma, c.p.), di “circostanze oggettive che escludono la pena” (art. 119, 2°comma, c.p.), di “non responsabilità” (art. 2044 c.c.) o “indennità” sostitutiva del risarcimento (art. 2045 c.c.).

Spetta pertanto all’interprete stabilire quali, tra le numerose ipotesi previste dalla legge, ricadano nell’ambito delle cause di giustificazione , altresì dette fattispecie scriminati, e quali invece ricadano sotto l’egida di altri istituti giuridici.

Orbene, la collocazione delle cause di giustificazione all’interno della struttura dell’illecito, risente inevitabilmente delle due contrapposte teorie dottrinarie in tema di illecito penale. Secondo la teoria tripartita, infatti, componendosi il reato di tre elementi essenziali, quali il fatto (elemento materiale), la colpevolezza (elemento psicologico) e l’antigiuridicità, le cause di giustificazione attingerebbero a quest’ultima, elidendola.

In sostanza, le cause di giustificazione si configurano come elementi negativi di un reato che di per sé è perfetto poiché sussistente in tutti i suoi elementi ( tipicità, antigiuridicità e colpevolezza). Esse possono però elidere l’antigiuridicità, sempreché risultino sussistenti in tutti gli estremi di fatto e di diritto.

Secondo i seguaci della teoria bipartita, invece, il reato si scompone semplicemente in elemento oggettivo ( ossia il fatto materiale, consistente nel comportamento esteriore dell’uomo) ed elemento soggettivo ( ossia l’elemento psichico, la volontà), pertanto le cause di giustificazione perderebbero la propria autonomia, ma verrebbero conglobate all’interno dell’elemento oggettivo del reato.

Ferma restando tale premessa, le cause di giustificazione possono definirsi come cause oggettive di esclusione dell’illecito in quanto rendono, ab origine, lecito un fatto che normalmente costituirebbe illecito, impedendo l’applicazione di qualsiasi tipo di sanzione (penale, civile, amministrativa). Tali cause operano in virtù della loro obiettiva esistenza, indipendentemente dal fatto di essere state conosciute o meno, risultando pertanto applicabili non solo all’agente ma anche a tutti i soggetti che hanno eventualmente partecipato alla commissione del fatto.

Ciononostante, secondo la Suprema Corte, la loro portata scriminante generale in ambito penale potrebbe lasciar sussistere residue antigiuridicità in diversi settori dell’ ordinamento giuridico: un caso tipico è quello della responsabilità civile o disciplinare.

Prima di soffermarci sulla specifica ipotesi della legittima difesa e delle sue previsioni e conseguenze in sede civile, occorre ricordare che il comma 4 dell’art 59 c.p. prevede la c.d. scriminante putativa, stabilendo che: “se l’agente ritiene per errore che esistano circostanze di esclusione della pena, queste sono sempre valutate a favore di lui. Tuttavia, se si tratta di errore determinato da colpa, la punibilità non è esclusa quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo”.

In sostanza,  tale disposizione pone un rapporto di equivalenza tra la scriminante effettiva e la scriminante supposta ma non esistente, in quanto, in entrambe le ipotesi, viene esclusa la punibilità dell’autore del fatto tipico. La giurisprudenza ha, peraltro, avuto modo di chiarire come, ai fini della concreta operatività della scriminante putativa, occorre pur sempre che la medesima si fondi su dati di fatto che siano idonei a determinare il convincimento della ricorrenza di una causa di giustificazione non essendo, all’uopo, sufficiente un errore di percezione puramente soggettivo e disancorato da presupposti fattuali. Diversamente, ove l’errore sia dovuto a colpa ed il fatto di reato sia punibile anche a tale titolo, non si esclude la punibilità dell’autore a titolo di colpa. La scriminante putativa, onde produrre i suoi effetti scriminanti, deve riguardare il fatto e non il precetto penale, l’agente deve, pertanto, ritenere esistente una situazione di fatto che, astrattamente considerata, costituirebbe causa di giustificazione della condotta e non già ritenere, per errore, che una determinata situazione di fatto in realtà inidonea a scriminare il fatto, costituisca una causa di giustificazione.

Riferendo i concetti suesposti alla legittima difesa di cui all’art 52 c.p.  che si configura quando chi ha commesso il fatto vi è stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta ( sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa),  la legittima difesa putativa  ricorre quando ricorrono medesimi presupposti di quella reale, con la sola differenza che lo stato di pericolo attuale di offesa ingiusta non esiste realmente ma viene supposto dall’agente sulla base di un errore scusabile nell’apprezzamento dei fatti, determinato da una situazione obiettiva, atta a far sorgere nel soggetto la convinzione di trovarsi in presenza del pericolo attuale di una offesa ingiusta.

Altra ipotesi facilmente riscontrabile nell’ambito della legittima difesa, oltre alla scriminante putativa, e l’eccesso colposo. Si parla di eccesso colposo di legittima difesa a fronte di una reazione di difesa eccessiva: non c’è volontà di commettere un reato ma viene meno il requisito della proporzionalità tra difesa ed offesa configurandosi un’errata valutazione colposa della reazione difensiva. Ai sensi dell’art 55 c.p. “quando, nel commettere alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 51, 52, 53 e 54, si eccedono colposamente i limiti stabiliti dalla legge o dall’ordine dell’autorità ovvero imposti dalla necessità, si applicano le disposizioni concernenti i delitti colposi, se il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo”.

Orbene, dovuta questa breve premessa, possiamo soffermarci sulle conseguenze in sede civile, specie sul piano riparatorio, di quegli illeciti che, per la presenza di una scriminante quale la legittima difesa, o non vengono puniti ( perché una norma ne esclude l’antigiuridicità) o vengono tutt’al più puniti a titolo di colpa ( ove ne ricorrano i presupposti).

Sul piano civile, l’art 52 c.p trova una disposizione di carattere speculare nell’art 2044 c.c., a mente della quale “non è responsabile chi cagiona il danno per legittima difesa di sè o di altri”.

I requisiti affinchè ricorra un caso di legittima difesa di cui all art 2044 c.c. sono i medesimi requisiti previsti dall’art 52 c.p. e precisamente: un’aggressione illegittima al soggetto o al suo patrimonio; un pericolo attuale ed inevitabile; una difesa diretta a far venir meno l’aggressione, purchè sia proporzionata all’offesa. E’ indubbio che le due norme vengano, dunque, a svolgere la medesima funzione scriminante, pur nel campo delle rispettive competenze funzionali. L’art. 2044 c.c., sotto il profilo strettamente civilistico, riconosce ed instaura un vero e proprio diritto di respingere l’attacco altrui, che si traduce in una indiscussa tolleranza dell’ordinamento all’atto dannoso diretto a respingere l’aggressione ingiusta.

Tuttavia, la reazione difensiva avverso l’aggressore può, talora, comportare conseguenze che, pur apparendo armoniche rispetto al dato strettamente penalistico, di fatto, lo travalicano e si possono sostanziare, eventualmente, in ipotesi di danno di portata patrimoniale ed extrapatrimoniale.

La lesione prodotta in capo alla posizione giuridica dell’aggressore, ancorché in teoria contra ius, è, in realtà, in iure, posto che, intervenendo la causa di non punibilità, viene a mancare uno degli elementi dell’iniuria, ossia “l’ingiustizia”.

La norma introduce, quindi, in speculare correlazione con la previsione penalistica, una causa di esclusione di responsabilità civile, per il caso di commissione di un fatto, il quale se non fosse scriminato, potrebbe indubbiamente rivestire il carattere di fonte di risarcimento extracontrattuale.

La ragione della assenza di antigiuridicità e di irresponsabilità sul piano civile da parte dell’agente, si rinviene nella circostanza che la condotta, con la quale il soggetto si oppone all’aggressione (normalmente non tutelata dall’ordinamento perché definita ingiusta), è ritenuta, a precise e determinate condizioni, dall’ordinamento meritevole di tutela, quindi, lecita.

Viene, in questo modo, esclusa qualsiasi forma di contrarietà alla norma giuridica, altrimenti sussistente, e, parimenti, viene meno la fonte dell’obbligazione, che sarebbe extracontrattuale, cioè quella da fatto illecito o aquiliana.

Ciò non toglie comunque che la condotta, seppur non antigiuridica, pregiudichi un bene giuridicamente tutelato. La reazione difensiva, infatti, ancorchè tutelata dall’ordinamento provoca, naturalmente, un danno obbiettivamente ingiusto, il quale, in assenza delle circostanze costituenti la legittima difesa, sarebbe senza dubbio alcuno fonte di responsabilità ai sensi del citato art. 2043 c.c.. Ciò spiega anche la collocazione sistematica della disposizione di cui all’art 2044 c.c. tra le norme dedicate alla responsabilità civile.

Quanto all’ambito applicativo della disposizione in esame, il pericolo del danno ingiusto deve considerarsi riferibile non solo a colui che reagisce ma anche ad altri, creandosi altrimenti una grave discrasia rispetto a quanto previsto dall’art 52 c.p. in materia penale.

 Ad ogni modo, l’ambito di operatività della scriminante di cui all’art 2044 c.c. è ben più ampia  di quella prevista dall’art .2045 c.c. per lo stato di necessità, giacchè  quest’ultimo acquisisce valenza soltanto in relazione al danno arrecato in difesa di un diritto relativo alla persona.

Ne deriva che, nell’ambito della disciplina civilistica,  l’azione reattiva rientri nel novero della legittimità, se si riferisca alla difesa di una posizione giuridica soggettiva tutelata, qualunque sia l’oggetto del diritto.

Anche ai fini prettamente risarcitori e civilistici, si può sostenere che la reazione possa essere ritenuta legittima anche quando il diritto minacciato abbia natura patrimoniale, o comunque non sia strettamente inerente alla persona umana, allo stesso modo in cui si ritiene operi la correlativa tutela penalistica.

Consequenziale, quindi, è stata la configurazione della scriminante anche relativamente ad altri beni giuridicamente tutelati, mantenendo comunque fermo il limite della proporzione tra la difesa e l’offesa arrecata.

Infatti, il concetto di legittima difesa ha avuto, in sede civile, una forma di applicazione caratterizzata da profili di progressiva e maggiore ampiezza rispetto al dato puramente penalistico.

Esso talvolta si è venuto a correlare con situazioni anche totalmente disancorate da dinamiche penalmente rilevanti, pur rimanendo, però, sempre nel rigoroso rispetto dei requisiti penalisticamente elaborati.

Ad esempio,  in tema di pubblicità, i giudici hanno fatto applicazione del combinato disposto degli artt. 2044 c.c. e 52 c.p. stabilendo che la pubblicità contenente apprezzamenti sfavorevoli sui prodotti dei concorrenti è lecita, ad esempio, quando l’apprezzamento sfavorevole idoneo a screditare il prodotto concorrente è il mezzo per reagire all’attacco altrui, quindi è scriminato dalla legittima difesa ai sensi art. 2044 c. c., oppure quando l’apprezzamento sfavorevole circa il prodotto concorrente direttamente o indirettamente indicato è il mezzo necessario per mettere in evidenza l’effettiva superiorità tecnica del proprio prodotto (quindi è scriminato dall’esercizio di un diritto che la le sue radici nella libertà di iniziativa economica garantita dal 1° comma art. 41 cost.).

Sullo stesso filone giurisprudenziale alcune pronunce hanno escluso che sia antigiuridica, perchè compiuta per legittima difesa, a norma dell’art. 2044 c.c., la condotta dell’imprenditore che reagisca per conservare la propria clientela alla condotta di chi ha tentato di sottrargliela. Così, anche Il fatto di chi parcheggia la propria vettura in uno spazio privato adeguatamente segnalato come interdetto alla sosta, può , per la giurisprudenza in questione, senza dubbio qualificarsi come una molestia al pacifico godimento della strada privata da parte dell’ente proprietario e possessore. Ne consegue che la rimozione dell’auto parcheggiata contro le disposizioni date e rese adeguatamente conoscibili integra il lecito esercizio dell’autotutela possessoria, che trova il suo fondamento normativo nell’art. 2044 c.c. che esclude l’antigiuridicità della reazione ad un’azione obiettivamente ingiusta.

Dunque, la gamma delle situazioni rispetto alle quali l’art 2044 c.c. trova applicazione supera lo stereotipato limite dato dalla sua originaria estrazione penalistica.

Come emerge dagli esempi riportati, la reazione difensiva, pur concretizzandosi in un comportamento in sé illecito e produttivo di danno, viene scriminata proprio in quanto è finalizzata a reprimere un fatto illecito; tale reazione dovrà altresì essere proporzionata all’offesa attuale ed ingiusta che l’ha provocata, altrimenti, nell’ipotesi in cui il soggetto aggredito ecceda colposamente nel difendere un proprio o un altrui diritto (eccesso colposo di legittima difesa), bisognerà tener conto delle conseguenze lesive corrispondenti alla predetta reazione e determinarne l’eventuale risarcibilità.

Diversa dall’eccesso colposo è  il caso in cui un soggetto reagisce ad un’aggressione supponendo erroneamente di agire in difesa di un bene minacciato: costui, cioè, crede di trovarsi esattamente nella situazione prevista dall’art. 2044 c.c. pur non trovandovisi ( c.d. scriminante putativa).

Come già affrontato, il codice penale contiene una specifica disciplina al riguardo nell’art. 59, secondo cui l’erronea supposizione della sussistenza di una circostanza di esclusione della punibilità, viene valutata a favore del soggetto. Tuttavia,  affinché possa applicarsi l’esimente della legittima difesa, è necessario che l’errore sia scusabile, ovvero che l’agente fondi il proprio convincimento (di trovarsi in una situazione di pericolo) sulla base di elementi di fatto obiettivi.

Per questo motivo, la giurisprudenza di legittimità tende ad escludere la legittima difesa putativa qualora l’animus dell’agente sia di profittare di una situazione di fatto, anche se da lui non causata, per offendere più che per difendersi, contribuendo volontariamente e consapevolmente al crearsi di una situazione di pericolo attuale al quale egli deliberatamene si espone. Analogamente, i giudici escludono la legittima difesa putativa quando si tratti di sfida liberamente accettata nella quale ciascuno assume contemporaneamente la qualità di aggressore e di aggredito, e in cui non vi è spazio neanche per la provocazione.

Nell’ambito del diritto civile, che in tema di scriminanti contiene una disciplina meno puntuale, non si rinviene un analogo riferimento normativo che disciplini la scriminante putativa. Anche per quanto attiene alla questione della risarcibilità del danno cagionato dal soggetto che erroneamente riteneva di trovarsi in una condizione di pericolo grave ad un bene giuridico proprio o altrui, si fa spesso ricorso ai principi elaborati in materia dalla dottrina e dalla giurisprudenza penale. Ciò ha dato luogo ad un vivace dibattito dottrinale e giurisprudenziale.

Una dottrina risalente riteneva non applicabili  nell’ambito della responsabilità extracontrattuale  gli schemi penalistici, per una serie di ragioni: in primo luogo, l’impossibilità di applicazione analogica dell’art 59 c.p. in sede civile, richiedendo i due istituti elementi costitutivi diversi. Infatti la disposizione penale richiede un pericolo immaginario, mentre l’art 2044 c.c. presuppone un’offesa reale. In secondo luogo, il sistema del diritto penale è fondato sul principio della responsabilità per fatto proprio colpevole, cosicché nell’ipotesi in cui il soggetto ritenga erroneamente di agire in presenza di determinate circostanze, la legge privilegia la rappresentazione soggettiva dello stesso, che consente di escludere la colpa nella causazione del fatto costituente reato. In ambito civilistico, invece, un simile ragionamento non può essere sostenuto poichè per l’art. 2044 c.c. ciò che rileva ai fini dell’esclusione della responsabilità risarcitoria è la effettiva sussistenza di un’offesa obiettivamente ingiusta, che costituisce una componente essenziale di tale esclusione; non è invece possibile fare esclusivo riferimento a stati d’animo meramente soggettivi, i quali del resto, in quanto attinenti all’interiorità psichica del soggetto, devono necessariamente essere desunti, applicando le comuni massime di esperienza, dalle circostanze esteriori.

Non essendo, pertanto, applicabile per analogia, attesa la differente ratio, la disposizione contenuta nel citato art. 59 c.p. e non potendosi, di conseguenza, ritenere esente da responsabilità colui che ritiene erroneamente sussistente la necessità di difendere un diritto proprio od altrui, si è reso necessario individuare una disciplina applicabile alla fattispecie considerata, evitando così vuoti di tutela.

La giurisprudenza di merito ha tentato di risarcire il danno da legittima difesa putativa attraverso lo strumento equitativo; soluzione questa encomiabile ma non supportata dalle norme di diritto. In sostanza, essendo la legittima difesa putativa conseguenza di un errore scusabile in cui è incorso il soggetto, manca il requisito della colpevolezza, il quale concorre con l’antigiuridicità alla realizzazione dell’illecito produttivo del danno. Secondo tale orientamento, integrandosi un’ipotesi di fatto  non antigiuridico, ad esso non sarebbero collegati effetti propriamente risarcitori, ma prettamente indennitari, valutabili dal giudice secondo equità in analogia a quanto disposto dall’art. 2045 c.c..

Un altro orientamento contrario, invece, ritiene non configurabile, in sede civile , la legittima difesa putativa sulla falsariga dell’art 59 c.p, per cui la fattispecie dell’errore  circa l’esistenza della scriminante in questione ricadrebbe nell’abito dell’art. 2043 c.c., con la conseguenza che la vittima è chiamata a risarcire il danno in base alle regole generali della responsabilità

 Le conseguenze  di una eventuale adesione ad un orientamento piuttosto che ad un altro sono rilevanti, poiché  coloro che ritengono applicabile all’ipotesi di scriminante putativa la disposizione di cui all’art 2045 c.c., esonerano il soggetto da  qualsiasi responsabilità.

Sul punto  si è espressa la Suprema Corte la quale, premettendo che la disposizione di cui all’art 2045 c.c. non ha carattere eccezionale e che può quindi essere applicata per analogia, ha ritenuto tale norma applicabile alla legittima difesa putativa. Infatti, individuando tale norma un caso di danno oggettivamente ingiusto, essa può essere applicata anche nell’ipotesi di legittima difesa putativa, caratterizzata dall’assenza dell’elemento soggettivo dell’illecito e dall’estraneità del danneggiato al fatto che ha provocato il danno.

Nell’ambito di tale orientamento, l’art. 2045 c.c. rappresenta un principio di carattere generale, in base al quale tra due situazioni di pericolo ( l’una riferibile a colui che pone in essere l’azione necessitata, l’altra relativa al terzo) la legge sceglie quella meno grave.

L’indennizzo previsto in tal caso consente, all’evidenza, di contemperare le opposte esigenze, quella del soggetto necessitato, che non commette un illecito ma procura un danno, e del terzo, che senza alcuna colpa subisce un pregiudizio.

La situazione che si realizza nello stato di legittima difesa putativa appare, allora, sotto tale profilo, analoga alla fattispecie dello stato di necessità: vi è, infatti, un soggetto che agisce nell’erronea convinzione di esservi costretto e, quindi, al solo fine di salvare sé od altri da un grave pregiudizio.
Si deve sottolineare, tuttavia, che l’analogia è limitata all’esigenza di contemperamento degli opposti interessi, poiché nell’ipotesi considerata tale pregiudizio, a differenza della situazione prevista dall’art. 2045 c.c., non necessariamente si riferisce ad un danno grave alla persona.

L’azione, in ogni caso, arreca danno ad un terzo, perché tale è certamente colui che subisce l’aggressione senza avervi dato causa. Tali elementi sono perfettamente compatibili con quelli in presenza dei quali la legge ha stabilito la corresponsione di un indennizzo in favore del terzo ed a carico dell’autore del danno.
Sulla base di quanto affermato, la giurisprudenza prevalente ritiene applicabile alla fattispecie della legittima difesa putativa la disciplina propria del fatto compiuto in stato di necessità.
Diversamente, nel caso  di eccesso colposo di legittima difesa , il danno cagionato configura comunque un illecito civile ed implica, ex art. 2043 c.c., obbligo di risarcire il danno

Naturalmente, non resterà senza effetti l’eventuale circostanza che il danneggiato risulti essere anch’esso in colpa per avere determinato, seppur oltre i limiti di proporzionalità, la reazione eccessiva dell’aggredito. In tal senso, è stato deciso che, nell’ipotesi in cui l’aggressore resti danneggiato dalla reazione di chi, agendo in stato di legittima difesa, incorra in eccesso colposo, il fatto dell’aggressore, avendo provocato la reazione difensiva della vittima, deve considerarsi come causa del danno a lui cagionato dall’aggredito, per cui trova applicazione l’art. 1227 comma 1 c.c., che stabilisce una ragionevole diminuzione del risarcimento nel caso di concorso del fatto colposo del danneggiato. In tali situazioni, dunque, il risarcimento del danno sarà ragionevolmente diminuito ex art. 1227, comma 1°, c.c.. Tuttavia,  l’applicazione dell’art. 1227 c.c. non è automatica, non essendo, ad esempio, sufficiente la mera provocazione. A tal proposito, la Suprema Corte ha deciso che, in tema di concorso del fatto colposo del danneggiato ai sensi e per gli effetti previsti dall’art. 1227 c.c., la partecipazione ad una colluttazione non comporta, di per sé, una riduzione della misura del danno subito da ciascuno dei due partecipanti, tranne che si tratti di danno subito dall’aggredito il quale abbia colposamente ecceduto i limiti consentiti da una difesa legittima, non essendo sufficiente, ai fini dell’applicabilità dell’art. 1227 c.c.., neanche la provocazione.


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