Profili di costituzionalità dei reati in materia ambientale

Profili di costituzionalità dei reati in materia ambientale 

Di Carmen Oliva

La nutrita disciplina in tema di reati ambientali, caratterizzata da numerosi e recenti interventi volti a contrastare anche le c.d. ecomafie, ha sollevato un’importante questione riguardante il profilo di costituzionalità delle fattispecie legislativamente previste, sia sul piano dell’offensività che  della legalità (nell’accezione della tassatività e determinatezza), stante la mancanza di una vera e propria definizione di “ambiente” quale bene giuridicamente protetto.

Invero, in nessuna branca del diritto si rinviene una nozione giuridica univoca di ambiente.

In realtà, si tratta di un diritto, che secondo parte della dottrina e giurisprudenza maggioritaria, sarebbe strettamente e direttamente connesso all’uomo, tanto da rientrare nei diritti della personalità ad esso riconosciuti. Tale ragione spiega l’ingresso a pieno titolo del diritto ad un ambiente salubre nell’ambito della categoria dei diritti fondamentali e, più specificamente, dei diritti della personalità riconosciuti meritevoli di tutela in seno alla nostra Costituzione.

In realtà,  addentellati costituzionali del diritto all’ambiente sono rinvenibili sia nell’art.9 comma 2 Cost che nell’art. 32 Cost.: la prima stabilisce che “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”; la seconda, invece, tutela il diritto alla salute.

La disposizione costituzionale di cui all’art 9, pur nella sua ineludibile genericità, rivela una manifesta natura di norma programmatica, la cui lettura ha subìto, nel corso del tempo, una costante evoluzione. L’art. 9 Cost., difatti, è da sempre letto in parallelo con l’art. 32 della stessa Carta Fondamentale, nel quale la tutela della salute viene qualificata come diritto dell’individuo e, al tempo stesso, interesse della collettività. Dottrina e giurisprudenza, in uno sforzo esegetico ampliativo della portata del dettato costituzionale, hanno così progressivamente esteso l’ambito della tutela garantita alla salute pubblica, sino a ricomprendervi un, non meglio specificato, “diritto alla salubrità dell’ambiente”. Il collegamento esistente tra le due disposizioni è di facile intuizione: atteso lo stretto legame intercorrente tra la persona e l’ambiente in cui vive, ogni atto lesivo avente ad oggetto l’integrità e la salubrità di questo, ricade inevitabilmente anche sugli aspetti relativi alla salute umana. E’ quindi evidente che una tutela sistematica della salute degli individui (tanto in termini preventivi, quanto in un’ottica propriamente riparatoria e ripristinatoria) passa inevitabilmente attraverso il riconoscimento e la tutela di un diritto ad un ambiente salubre.

Dopo le resistenze iniziali, anche la Corte Costituzionale, sotto la spinta della legge n.349/86, ha riconosciuto nella salvaguardia dell’ambiente un diritto fondamentale della persona e della collettività, delineando i contorni del “bene ambiente”, quale bene che comporta la conservazione, la razionale gestione ed il miglioramento delle condizioni naturali (aria, acque, suolo e territorio in tutte le sue componenti), l’esistenza e la salvaguardia dei patrimoni genetici, terrestri e marini, di tutte le specie animali e vegetali che in esso vivono allo stato naturale ed in definitiva la persona umana in tutte le sue estrinsecazioni.

Tale definizione ha il pregio di aver, per la prima volta, consentito di collocare la salvaguardia ambientale fra i diritti fondamentali della persona riconosciuti dall’ordinamento giuridico italiano.

Altro importante referente costituzionale del concetto di ambiente è rinvenibile nell’art. 2 Cost., in base al quale, “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Secondo autorevole dottrina, infatti, l’art. 2 cit. costituisce, inter alia, l’ontologico ed imprescindibile punto di partenza di tutti quei “nuovi diritti” non ancora (completamente e positivamente) recepiti dall’ordinamento giuridico”, costituendo la vera porta di ingresso, nel nostro ordinamento, per l’emergente diritto all’ambiente.

Da questa breve ricostruzione dogmatica si ricava una qualificazione del diritto all’ambiente come di un diritto fondamentale, per così dire, in transitu che privilegia alla concezione “ecocentrica”, una concezione c.d.“antropocentrica”, basata sui diritti del singolo individuo.

In ordine al bene giuridico tutelato dalle norme ambientali si sono affermate due concezioni contrapposte: secondo la concezione unitaria, nonostante le diverse oggettività giuridiche (acqua, aria, suolo) o i diversi fenomeni (smaltimento rifiuti) cui, di volta in volta, si riferiscono, le norme ambientali, in realtà, sarebbero tutte indirizzate alla tutela di un unico bene giuridico, l’ambiente, da intendersi come entità comprensiva di tutto ciò che configura l’habitat di vita dell’uomo; secondo la concezione pluralistica, invece,  l’insieme normativo in materia ambientale andrebbe interpretato come una somma di tutele fra loro diverse quanto ad oggetto. Tale ultima concezione pare meglio esplicitare le esigenze di tutela.

Riconosciutane la natura di diritto fondamentale costituzionalmente protetto, si può affermare che a garanzia della tutela del bene ambiente, sia il codice penale che leggi speciali prevedono precise fattispecie di reato e illeciti amministrativi, cui di recente si sono aggiunte altre specifiche previsioni ed aggravanti grazie alla riforma del 2015.

Il codice penale prevede le seguentisingole fattispecie di reati ambientali:incendio boschivo (423 bis c.p.); inondazione, frana, valanga (426 c.p.), danneggiamento seguito da inondazione, frana o valanga (427 c.p.); crollo di costruzioni o altri disastri (434 c.p.);avvelenamento di acque e di sostanze alimentari (439 c.p.); distruzione di materie prime o di prodotti agricoli o industriali, ovvero di mezzi di produzione (499 c.p.); diffusione di una malattia delle piante o degli animali (500 c.p.); uccisione di animali (544 bis c.p); maltrattamento di animali (544 ter c.p.); spettacoli o manifestazioni vietati (544 quater c.p.); divieto di combattimenti tra animali (544 quinquies c.p); getto pericoloso di cose (674 c.p.); danneggiamento al patrimonio archeologico, storico o artistico nazionale (733 c.p.) e distruzione o deturpamento di bellezze naturali (734 c.p.).

Il dlgs. n. 152/2006 “Norme in materia ambientale”, noto come Testo Unico Ambientale, prevede specifiche figure di illeciti amministrativi e reati (es: tutela penale dell’acqua, dell’aria, gestione, abbandono e traffico illecito di rifiuti, attività in difetto di autorizzazione) e nella Parte sesta bis sanzioni amministrative e penali in materia ambientale.

Infine, La legge n. 68/2015 “Disposizioni in materia di delitti contro l’ambiente” recante la riforma dei reati ambientali, avente la ratio di garantire un salto di qualità nella tutela della salute e dei beni naturali, ha introdotto nel codice penale il titolo VI-bis (452 bis- 452 terdecies), intitolato “Dei delitti contro l’ambiente”,  recante le fattispecie di inquinamento ambientale e disastro ambientale.

Dal complesso delle norme richiamate si evince che si tratta di norme a carattere prettamente sanzionatorio, implementate sulle disposizioni regolamentari di stampo amministrativo, giacchè gli illeciti da esse descritti si incentranosull’inosservanza di disposizioni di fonte o di natura amministrativa.

Se pur  variamente strutturati, gli illeciti ambientali sono comunque tutti, o quasi tutti, riconducibili alla categoria dei reati c.d. di pericolo astratto o presunto: in ciascuna delle ipotesi sopra richiamate, infatti, al giudice penale non si chiede di accertare se una certa condotta è stata causa di un danno o di una specifica situazione di pericolo per l’equilibrio ecologico di questo o di quel territorio, ma più semplicemente di verificare se condotte ritenute per scienza o esperienza pericolose per l’ambiente abbiano rispettato quegli standards di sicurezza (autorizzazione preventiva, ordini tecnico-amministrativi di natura cautelare, tabelle di accettabilità etc.) la cui osservanza si ritiene ne diminuisca o addirittura ne elimini la pericolosità. Si tratta insomma, sempre e comunque, di reati consistenti nella mera realizzazione di condotte che il legislatore assume come generalmente pericolose, e che vengono però punite in quanto elusive di standardsdi sicurezza suggeriti dalla scienza ed imposti in via preventiva.

In quanto costruiti su forme “standardizzate” di aggressione a beni giuridici la cui pericolosità è statisticamente acclarata,  i reati di pericolo presunto sono forniti di un indiscutibile fondamento razionale; tuttavia, proprio perché costruiti su generalizzazioni a base statistica che, in quanto tali, non sono, sempre ed immancabilmente, destinate a riprodursi in concreto, essi recano in sé il rischio che, in alcuni casi, ad essere punite siano condotte formalmente riconducibili alla fattispecie tipica ma in realtà prive della pericolosità pronosticata in astratto dal legislatore. Infatti, se è vero che  Il principio di offensività subordina la sanzione penale all’offesa di un bene giuridico, intendendosi per offesa la lesione tanto in termini di nocumento effettivo, quanto in termini di esposizione al pericolo, e quindi di nocumento potenziale, è anche vero che, nel rispetto del noto brocardo “ nullum crimine sine iuria” il legislatore deve selezionare, nell’ambito dei comportamenti di cui i consociati possono essere chiamati a rispondere, soltanto quelli che arrecano un’offesa ad un bene giuridico meritevole di tutela. Dunque, il principio de quo, comporta che , unavolta introdotta un’incriminazione basata su di una presuntaattitudine lesiva, è impedito al giudice punire fatti apparentemente tipici ma sostanzialmente inoffensivi.

Di fronte alle numerose eccezioni di incostituzionalità delle fattispecie di pericolo presunto,prontamente respinte,  la Corte costituzionale,  ha riconosciuto al principio di offensività un duplice livello di operatività: in primo luogo, una condotta è punibile in quanto risulti oggettivamente pericolosa per un bene giuridico oppure realizzi nella situazione concreta il pericolo prospettato in astratto dal legislatore ed incorporato nel fatto descritto dalla norma incriminatrice. In secondo luogo, una volta riaffermato il fondamento costituzionale di tale principio, al giudice è riservata, sempre e comunque, una valutazione della “pericolosità in concreto”.

Nell’ambito dei reati ambientali, una fattispecie che solleva perplessità è quella prevista dall’art 434 c.p, che recita: “ chiunque, fuori dai casi preveduti dagli articoli precedenti,  commette un fatto diretto a cagionare il crollo di una costruzione o di una parte di essa ovvero un altro disastro è punito, se dal fatto deriva pericolo per la pubblica incolumità, con la reclusione da uno a cinque anni. La pena è della reclusione da tre a dodici anni se il crollo o il disastro avviene.”.

Dunque, l’offensività della fattispecie può  essere costituita  o dal pericolo per la pubblica incolumità (primo comma) ovvero dal danno (in caso si verifichi il disastro), e tali eventi giuridici in ambito ambientale sono costituiti dal pericolo per l’ambiente con riflessi sulla salute pubblica, da accertare con un giudizio ex ante, dovendosi ritenere raggiunta la prova del pericolo a fronte della “elevata probabilità” della compromissione del bene ambiente, senza necessità di ricercare la prova del verificarsi di tale compromissione.

Il delitto di disastro innominato di cui al primo comma dell’art. 434 c.p., che incrimina atti diretti a cagionare un disastro, è considerato un reato di pericolo a consumazione anticipata e si perfeziona con la condotta di immutatio loci; tuttavia, nel caso di disastro ambientale, affinchè venga rispettato il principio di offensività, è necessario che tale condotta sia idonea in concreto a mettere in grave pericolo l’ambiente.

Il requisito dell’offensività della fattispecie delittuosa risulta perciò realizzato quando il pericolo concerne un danno ambientale di eccezionale gravità, ma tale giudizio non comporta dover dimostrare che l’eventuale verificarsi del danno avrebbe necessariamente effetti irreversibili: infatti il grave danno provocato o minacciato potrebbe pur sempre essere riparabile con opere di bonifica, seppure non connotate dal requisito della normalità.

Per effettuare la valutazione, la giurisprudenza ha sottolineato la necessità che le attività di inquinamento interessate siano apprezzabili in termini di durata temporale e di ampiezza spaziale.

La norma ha presentato profili di incostituzionalità anche sul piano della determinatezza, laddove, la descrizione del c.d. disastro innominato è scarsamente definito, traducendosi in una espressione sommaria capace di assumere, nel linguaggio comune, una gamma di significati ampiamente diversificati, utilizzando il legislatore all’interno della fattispecie costitutiva degli elementi c.d. elastici.  Di fronte a tale eccezione la Consulta ha dichiarato, tuttavia, non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata, ricordando che la nozione di “disastro innominato”, per essere compatibile con il principio di tassatività e determinatezza della fattispecie, deve essere desunta dal complesso di elementi che compongono la fattispecie. Pertanto, La Corte ribadisce il suo consolidato orientamento secondo cui la verifica del rispetto del principio di determinatezza della norma penale non va condotta valutando isolatamente il singolo elemento descrittivo dell’illecito, ma raccordandolo con gli altri elementi costitutivi della fattispecie e con la disciplina in cui questa si inserisce. In sostanza, l’inclusione nella formula descrittiva dell’illecito di espressioni sommarie, di vocaboli polisensi, ovvero di clausole generali o concetti “elastici”, non comporta un vulnus del parametro costituzionale evocato, quando la descrizione complessiva del fatto incriminato consenta comunque al giudice – avuto riguardo alle finalità perseguite dall’incriminazione ed al più ampio contesto ordinamentale in cui essa si colloca – di stabilire il significato di tale elemento mediante un’operazione interpretativa non esorbitante dall’ordinario compito a lui affidato. Pertanto, gli esposti dubbi di incostituzionalità per “imprecisione” sono superabili valorizzando,  nell’interpretazione dell’art. 434 c.p., la finalità dell’incriminazione e la sua collocazione nel sistema dei delitti contro la pubblica incolumità: ne consegue che al disastro innominato deve riconoscersi una struttura omogenea (per dimensione e proiezione offensiva) a quella dei disastri tipizzati nelle norme incriminatrici poste dagli articoli precedenti

Anche l’art 452 quater c.p è stato oggetto di attenta analisi, dopo la sua recente introduzione.  La norma recita: “Fuori dai casi previsti dall’articolo 434, chiunque abusivamente cagiona un disastro ambientale è punito con la reclusione da cinque a quindici anni. Costituiscono disastro ambientale alternativamente:

1) l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema; 2) l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali; 3) l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l’estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo.

Quando il disastro è prodotto in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata.”

Sebbene i numeri 1 e 2 dell’art. 452-quater, co. 2, c.p. pongano dubbi di compatibilità con i principi di tassatività e determinatezza della fattispecie, postulando la soluzione del non semplice problema di comprendere l’esatta perimetrazione del concetto di “ecosistema”, minori criticità sollevano in punto di offensività. I due eventi in esame, infatti, configurano il reato “de quo” quale reato di danno, atteso che è espressamente richiesta l’effettiva compromissione del bene giuridico ambiente; la differenza tra i due eventi in parola è invece costituita da un parametro quantitativo, avendo il legislatore provveduto a configurare l’evento del reato attraverso un’intensità decrescente dell’offesa.

Una fisionomia parzialmente diversa dimostra, invece, il terzo evento della fattispecie di disastro ambientale. In tal caso, infatti, il reato assume carattere plurioffensivo in quanto oltre alla lesione ( effettiva ) del bene giuridico ambiente, è richiesta altresì l’offesa ( potenziale) dell’incolumità pubblica: l’art. 452-quater, co. 2, n. 3 c.p. si atteggia, pertanto, quale reato di danno per l’ambiente e di pericolo per la pubblica incolumità.

Il carattere effettivo dell’offesa al bene giuridico ambiente emerge dal riferimento letterale alla “rilevanza del fatto”, nonché alla “compromissione o dei suoi effetti lesivi”. Nonostante l’assenza di un’espressa qualificazione di tali pregiudizi, è il canone interpretativo di carattere sistematico che induce a ritenere riferibili i medesimi al bene giuridico dell’ambiente.

Per quanto riguarda la configurazione in termini di pericolo dell’offesa alla pubblica incolumità, essa è desumibile da un criterio ermeneutico di ordine teleologico teso a valorizzare la finalità dell’incriminazione. Infatti, se tra gli obiettivi perseguiti dal legislatore vi è quello di evitare le difficoltà probatorie connesse alla fattispecie di “disastro innominato” ex art. 434 c.p., è necessario riconoscere all’offesa alla pubblica incolumità le medesime caratteristiche delineate nell’art. 434 c.p..

Inoltre, la fattispecie di cui all’art. 452-quater, co. 2, n. 3 c.p. è configurabile quale di pericolo concreto in ragione della necessità di dimostrare che dalla compromissione effettiva del bene ambiente possa derivare l’offesa ad un numero indeterminato di persone.

Infine, un ulteriore elemento che depone per la configurazione dell’offesa alla pubblica incolumità in termini di pericolo è costituito dall’esigenza di evitare che le offese effettive alle persone coinvolte siano assorbite dall’evento giuridico di cui al numero 3. Costruendo, infatti, la fattispecie in esame come di pericolo si assicura che le offese alle persone coinvolte conservino autonomia.

L’indagine inerente al reato di disastro ambientale impone di indagarne i rapporti rispetto alla diversa fattispecie di “disastro innominato” ex art. 434 c.p. Quest’ultimo costituisce un reato di attentato, di pericolo concreto ed avente carattere sussidiario rispetto alle altre fattispecie contemplate nel Titolo VI.

A tal riguardo si palesa problematico l’ “incipit” del primo comma dell’art. 452-quater c.p., ove viene espressamente previsto “fuori dai casi previsti dall’art. 434 c.p.”. Se per una prima impostazione essa integrerebbe una clausola di sussidiarietà volta a neutralizzare ogni possibilità di concorso tra le due fattispecie, per una diversa tesi la previsione in esame sarebbe funzionale a preservare i processi già pendenti in cui è addebitato il delitto di cui all’art. 434 c.p.

Anche laddove venisse privilegiata siffatta impostazione sarebbe preclusa ogni possibilità di concorso tra i reati in esame. Alla luce di quanto premesso, infatti, se il fatto posto in essere da parte del soggetto agente si dimostra lesivo, in via potenziale, esclusivamente del bene giuridico dell’incolumità pubblica sarà integrato solo il delitto di cui all’art. 434 c.p; se, invece, il fatto si palesa lesivo dell’ambiente oltre che dell’incolumità pubblica sarà integrato il delitto di cui all’art. 452-quater, co. 2, n. 3 c.p.. Laddove, infine, il fatto risulti lesivo esclusivamente dell’ambiente risulterà integrato il reato di cui ai numeri 1 o 2 dell’art. 452-quater, co. 2, c.p.

Dal quadro tracciato emerge, pertanto, nitidamente che l’offesa al bene giuridico oltre a costituire un elemento indispensabile al fine di costruire la parte speciale del codice penale in chiave compatibile col dettato costituzionale, assume rilievo centrale ai fini della sussunzione del fatto concreto nel perimetro applicativo delle eterogenee fattispecie delineate dal legislatore a presidio dell’ambiente e dell’incolumità pubblica.

Da ultimo, un ultimo cenno va fatto alle norme speciali, che, fatta eccezione per gli artt. 260 e 258, co. 4 del d. lgs. n. 152/06, prevedono solo fattispecie contravvenzionali punite con la pena pecuniaria dell’ammenda in alternativa o congiunta alla pena detentiva dell’arresto.  Tale legislazione è incentrata prevalentemente sul ricorso a fattispecie di pericolo astratto e prevede un solo reato di danno: quello di bonifica dei siti di  cui all’art 257 del dlgs n.152/06.

Per quanto riguarda la disciplina penale più problematica e più interessante in materia ambientale, ci dobbiamo senza dubbio riferire alla disciplina sui rifiuti, ossia al d. lgs. n. 152/06. La nozione di rifiuto, oggi, si deve ricavare dal correttivo al d. lgs. n. 152/06, ossia dal d. l. n. 205/2010, laddove si stabilisce che è rifiuto “qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o l’obbligo di disfarsi”. Gli articoli maggiormente significativi sono l’art. 256 e l’art. 260 del d. lgs. n. 152/06.

L’art 256 punisce al comma 2 l’abbandono, il deposito incontrollato e l’immissioni di rifiuti.

La prima delle tre condotte, ossia l’abbandono di rifiuti, consiste in una dismissione definitiva del rifiuto. Il deposito incontrollato integra una situazione di temporaneo ammasso del materiale con modalità irregolari, con rifiuti accantonati senza alcun criterio di sistemazione o di separazione. Infine,  per immissione deve intendersi, invece, il rilascio episodico di qualsiasi rifiuto sia solido che liquido. Tale reato è commissivo istantaneo e la sua consumazione coincide con l’abusivo scarico, deposito o immissione di rifiuti.
I reati previsti dal comma 1 dell’art. 256 sono di pericolo presunto, poiché per la loro integrazione non occorre né l’effettiva lesione del bene protetto né la sua concreta messa in pericolo. Si tratta, inoltre, di  reati formali, di mera condotta e permanenti.

L’art 260, invece, sanziona chiunque, al fine di conseguire un ingiusto profitto, con più operazioni e attraverso l’allestimento di mezzi e attività continuative organizzate, ceda, riceva o trasporti esporti o importi, o comunque gestisca abusivamente ingenti  quantitativi di rifiuti.

Si tratta, dunque, di un reato abituale, monosoggettivo, caratterizzato dalla necessaria esistenza di una struttura organizzata che giustifica la più severa penalizzazione del fatto alla luce del grave allarme sociale connaturato proprio alla creazione di tale struttura organizzata. Il reato è punibile, poi, a titolo di dolo specifico, in quanto la norma richiede il fine di conseguire un “profitto ingiusto”: esso non deve essere necessariamente un ricavo patrimoniale, ben potendo lo stesso essere integrato dal mero risparmio di costi o dal perseguimento di vantaggi di altra natura.

Il bene giuridico protetto dalla norma, deve essere rinvenuto nella tutela della pubblica incolumità da interpretarsi alla luce della protezione ambientale. Inoltre, la locuzione “attraverso l’allestimento di mezzi ed attività continuative organizzate” sembra avvicinare molto tale delitto a quello di cui all’art. 416 c.p. in cui rileva proprio l’esistenza di una struttura organizzativa, sia pur minima e rudimentale, ma idonea e soprattutto adeguata a realizzare gli obiettivi criminosi presi di mira. Esistono, tuttavia, differenze tra i due delitti: l’art. 260 è un reato formale, mono soggettivo e non a concorso necessario e, quindi, non occorre neppure che alla base della struttura organizzativa vi sia un accordo tra più persone finalizzato all’ attuazione di un determinato programma delittuoso ben potendo, il delitto in esame, esaurirsi in occasione del conseguimento del profitto ricavabile da specifiche campagne di gestione abusiva di rifiuti. Ancora, nel delitto ambientale non c’è bisogno del “pactum sceleris”, bensì è necessaria soltanto la realizzazione di una pluralità di operazioni, almeno due. Quindi, si può parlare di reato abituale a formazione progressiva. Affinché la pluralità delle operazioni assuma rilevanza per integrare lo schema criminoso del delitto in oggetto, occorre che siano stati gestiti “ingenti quantitativi di rifiuti”.

Tale nozione è abbastanza vaga e finisce per essere rimessa alla discrezionalità del giudice, sollevando così, anche sotto questo aspetto profili di criticità in ambito applicativo.

 In conclusione, i profili di costituzionalità dei reati ambientali,  sotto il profilo della determinatezza ed offensività, possono essere risolti attraverso una interazione sinergica delle disposizioni, codicistiche e delle leggi speciali, preposte tutte alla tutela di bene giuridico unitario individuato nel diritto all’ambiente salubre. Tale diritto trova all’interno del nostro ordinamento una tutela rafforzata poiche non è circoscritto alla sola salvaguardia dell’ecosistema ma anche alla pubblica incolumità del cittadino, mostrandosi tangente rispetto al inviolabile diritto alla salute di cui all’art 32 Cost..


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