La natura giuridica del diritto all’oblio ed i suoi controversi rapporti con il diritto di cronaca

La natura giuridica del diritto all’oblio ed i suoi controversi rapporti con il diritto di cronaca

di Carmen Oliva

L’attuale momento storico, caratterizzato dalla prepotente informatizzazione dei dati e delle notizie, ha reso necessaria una più incidente tutela della persona, in relazione al trattamento dei dati che la riguardano.

Il diritto all’oblio, quale diritto della personalità di nuova generazione (art 2 Cost) è stato definito come il diritto della persona a non essere esposta a tempo indeterminato ai pregiudizi che può arrecare all’onore e alla reputazione la possibilità di continuare ad accedere a una notizia che, pur legittimamente pubblicata, non risulta essere più di interesse pubblico, essendo trascorso un significativo lasso di tempo dal momento della sua originaria pubblicazione.

Esso, in un primo momento riferito ad un contesto in cui la stampa era concepita secondo il modello tradizionale, ossia cartacea, costituiva una sorta di specificazione del diritto alla riservatezza, tant’è che, analogamente a quest’ultimo, viene posto in correlazione ai diritti all’onore e alla reputazione.

Dalla definizione emerge chiaramente che il diritto all’oblio si intreccia con il diritto di cronaca, anch’esso costituzionalmente garantito, rispetto al quale rappresenta una sorta di contro-limite.  Come è noto, infatti, l’esercizio del diritto di cronaca  consente la divulgazione di notizie, anche potenzialmente lesive della altrui riservatezza, purchè ciò avvenga nel rispetto di alcuni limiti tra cui la verità ( ossia la reale corrispondenza della notizia ai fatti riferiti), la continenza ( ossia l’esposizione dei fatti non offensiva ) e l’interesse pubblico alla conoscenza della notizia.  Quest’ultimo requisito, in particolare, per il suo carattere sovraindividuale e collettivo, legittima la “soccombenza” anche di diritti fondamentali della persona, quali l’onore e la reputazione.

Il diritto all’oblio, quindi, viene posto in contrapposizione con l’interesse pubblico che giustifica la divulgazione della notizia, nel senso che esso prevale sul diritto di cronaca nel momento in cui la rinnovata pubblicazione di una notizia risalente non appaia più giustificata, poiché è trascorso un lasso di tempo tale da determinare il venir meno dell’interesse della collettività a conoscerla.

Ciò sempre che l’interesse alla conoscenza non derivi dal ruolo pubblico della persona cui la notizia inerisce o dalla particolare rilevanza della stessa: in questi casi, infatti, nonostante il decorso di un lasso temporale significativo, il diritto all’oblio potrebbe risultare soccombente rispetto al diritto di cronaca, consentendo la reiterata pubblicazione della notizia, ancorchè non più attuale.

Analogamente, una notizia risalente nel tempo può tornare ad essere attuale, per eventi sopravvenuti, quali, ad esempio, il sopraggiungere di sviluppi nella vicenda inizialmente riportata.

Alla luce di quanto affermato, quindi, il diritto all’oblio può essere definito come il diritto di ognuno di noi ad essere dimenticato, o meglio a non essere più ricordato per fatti che in passato hanno costituito oggetto di cronaca. Questo diritto è, dunque, collegato al decorrere del tempo; per cui quando un fatto è stato assimilato dalla collettività, cessa di essere utile per l’interesse pubblico e torna ad occupare la sola sfera privata dell’individuo, non essendo più rilevante ai fini della cronaca.

L’elemento temporale, come emerge da numerose sentenze della Corte di Cassazione, costituisce il principale fattore da valutare per verificare se vada o meno data prevalenza al diritto all’oblio rispetto al diritto di cronaca. In questo senso, esso è espressione non solo del diritto alla privacy, inteso come diritto ad impedire l’ingerenza altrui nella propria sfera privata e personale, ma anche come diritto all’identità personale: quest’ultima, a sua volta, va inquadrata in una dimensione dinamica e non statica. Il diritto all’oblio, allora, in questa veste, può essere definito anche come il diritto ad avere una rappresentazione di sé mutevole, che sia il frutto di un percorso evolutivo della persona, la quale può subire un danno dalla reiterata possibilità di accedere ad una notizia risalente che immortala la persona solo in un dato momento storico della sua vita.

La correlazione tra il diritto all’oblio e il diritto all’identità personale risulta ancora più evidente se si considera che si è, nel tempo, affermata la possibilità per il soggetto interessato di invocare la tutela di cui agli artt. 1 e ss della legge n. 675/1996, confluita nel codice della Privacy, che prevede, per il soggetto leso,  il diritto di ottenere l’aggiornamento, la modifica e la rettifica dei dati personali, anche quando si tratta di dati utilizzati nell’esercizio dell’attività giornalistica. In questa prospettiva, la Suprema Corte ha espressamente affermato l’applicabilità della disciplina in materia di trattamento dei dati personali anche all’attività giornalistica.

 Dunque, anche il limite temporale fissato dall’art. 11 del dlgs n. 196/03, che prevede che il trattamento dei dati personali possa avvenire per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per cui i dati sono raccolti e trattati, secondo la giurisprudenza sarebbe invocabile in relazione all’attività giornalistica.

Nei casi in cui si accerti la prevalenza del diritto all’oblio rispetto al diritto di cronaca, la tutela della persona che  assuma di essere stata danneggiata si estrinseca nei due principali rimedi, consistenti nella rimozione della notizia e nel risarcimento del danno, venendo in rilievo posizioni costituzionalmente.

Un ulteriore rimedio, sulla scorta dell’applicabilità al diritto in questione anche della disciplina predisposta dal Codice della privacy, comprende anche le azioni di cui all’art 11 del dlsg 196/03, consistenti nell’aggiornamento, nella modifica o nella rettifica dei dati riguardanti il soggetto interessato.

Da quanto sin qui evidenziato emerge chiaramente che il punto centrale della tutela del diritto all’oblio è rappresentato dall’individuazione del lasso temporale intercorrente dalla pubblicazione originaria della notizia che, se notevole,  comporta, quantomeno in via presuntiva, il venire meno dell’interesse pubblico alla relativa conoscenza. Si tratta di una valutazione che non può essere fatta in termini di ipotetici, aprioristici e astratti, atteso che sono molteplici gli elementi che possono incidere su  di essa: dal ruolo pubblico o meno della persona alla quale la notizia si riferisce, al grado di rilevanza della notizia inizialmente pubblicata, passando per le modalità con le quali la notizia, seppur risalente nel tempo, risulta accessibile.

Decisiva, dunque, è l’indagine svolta in concreto dai giudici di merito, che trovi un punto di equilibrio tra gli interessi opposti coinvolti in tale tipo di controversia e precisamente, da un lato, il diritto all’oblio, quale espressione del diritto alla personalità nell’accezione di privacy e identità personale, e dall’altro, il diritto di cronaca, quale manifestazione della libertà di pensiero.

Di recente, la Suprema Corte, con una pronuncia del 2018, ha delineato in maniera ancora più articolata e specifica, i rapporti tra diritto all’oblio e diritto di cronaca, individuando una serie di presupposti che devono sussistere cumulativamente affinchè il diritto di cronaca possa prevalere sul diritto all’oblio, e in particolare: il fatto che la notizia pubblicata o l’immagine diffusa rechino un contributo allo sviluppo di un dibattito di interesse pubblico; la sussistenza di un interesse attuale e concreto alla divulgazione dell’immagine o della notizia, che deve però ritenersi mancante qualora esso si sostanzi nell’interesse divulgativo puro ( sganciato cioè da scopi di giustizia, scientifici o didattici) o in interessi di natura commerciale ed economica; l’elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato dalla notizia; la pubblicazione della notizia attraverso modalità che ne assicurino, in primo luogo, la veridicità, che non siano eccedenti rispetto allo scopo informativo e siano tali da evitare che la divulgazione sia accompagnata da insinuazioni e considerazioni personali; infine, la necessità che, in caso di pubblicazione a distanza di tempo dell’originaria notizia, sia previamente interpellata la persona interessata, affinchè possa esercitare il diritto di replica prima della relativa divulgazione.

Dal raffronto tra i requisiti individuati nella suesposta decisione e quelli enucleati dalla giurisprudenza precedente emerge che è in atto un’evoluzione, tesa a rafforzare ulteriormente la tutela del diritto all’oblio. Ciò si desume in particolare dalla specificazione della nozione di interesse pubblico richiesto per la divulgazione della notizia e , soprattutto, dalla previsione di una sorta di diritto di rettifica dal contenuto innovativo, giacchè esercitabile prima e non dopo la divulgazione della notizia stessa.

Delineata la nozione di diritto all’oblio e i relativi strumenti di tutela, riconducibili in buona sostanza alla tutela in forma equivalente mediante la condanna al risarcimento dei danni ( patrimoniali e non) patiti dal titolare del diritto leso, oppure specifica, consistente nella rimozione della notizia lesiva di cui non è necessaria la divulgazione, ci si può soffermare, nello specifico, sui casi di recente trattazione, caratterizzati dalle moderne modalità di pubblicazione online. Infatti, la diffusione della stampa online e l’archiviazione delle notizie in archivi digitali, facilmente accessibili attraverso i motori di ricerca, rendono estremamente agevole la divulgazione e l’accesso a notizie anche molto risalenti. Contro tali mezzi di divulgazione, di difficile arginamento, è emersa con forza l’esigenza di ricercare nuove forme di tutela del diritto all’oblio.

Alcune recenti decisioni in tema di oblio hanno attribuito un peso significativo alle modalità di pubblicazione della notizia, e ciò anche al fine di individuare il lasso di tempo necessario affinchè il diritto all’oblio prevalga sul diritto di cronaca. In quest’ottica, si è evidenziata  la circostanza che la consultazione dell’articolo giornalistico pubblicato su testata online sia particolarmente agevole, così come l’accesso ad una notizia risalente attraverso il motore di ricerca dell’archivio online della testata stessa. La rilevanza del tempo trascorso dalla pubblicazione dell’originaria notizia assume, allora, un’accezione relativa, giacchè  su di essa non influisce solo la quantità  del tempo in termini di ore, giorni, mesi e anni, ma anche e soprattutto la modalità di divulgazione che , con il mezzo digitale, è di gran lunga più veloce, sistematica e capillare rispetto alla divulgazione tradizionale a mezzo di stampa cartacea.  Con siffatta modalità di divulgazione, infatti, l’interesse pubblico alla conoscenza della notizia può essere soddisfatto attraverso l’accesso alla notizia stessa da  parte di un maggior numero di utenti e in un lasso di tempo più ridotto.

In altri termini, la modalità di pubblicazione della notizia diviene rilevante, atteso che la notizia online è potenzialmente idonea a informare la collettività in un lasso di tempo minore rispetto alla tradizionale pubblicazione cartacea, con la conseguenza che il diritto all’informazione potrebbe essere già stato ampiamente soddisfatto nel momento in cui si chiede la rimozione, o deindicizzazione, della notizia.

Quest’ultimo rimedio, rappresenta il frutto dell’evoluzione che ha interessato anche gli strumenti di tutela del diritto all’oblio: il soggetto danneggiato dalla pubblicazione ha diritto di ottenere, in caso di pubblicazione della notizia online, la c.d. deindicizzazione, ossia la rimozione dal motore di ricerca dell’indirizzo web o del link che conduce al sito web su cui la notizia è riportata.

Tale rimedio è stato elaborato da una nota sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea (caso Google Spain)  che ha qualificato l’attività dei motori di ricerca, tipo Google, come vera e propria attività di trattamento dei dati personali, atteso che le informazioni pubblicate su internet e indicizzate poi dai motori di ricerca contengono dati personali, con la conseguenza che i gestori dei motori di ricerca sono veri e propri responsabili dell’attività di trattamento e, in  quanto tali, sono tenuti a rimuovere i link recanti alle pagine web su cui è pubblicata la notizia, qualora si riscontri la sussistenza del diritto all’oblio.

La Corte di Lussemburgo ha, poi, chiarito che il gestore del motore di ricerca, pur non esercitando alcun controllo preventivo sui dati personali pubblicati sui siti web di terzi, svolge di fatto un ruolo decisivo nella diffusione globale di suddetti dati, rendendoli accessibili a qualsiasi utente di internet che effettui una ricerca a partire dal nome della persona interessata. Pertanto, potendo l’attività del motore di ricerca produrre conseguenze rilevanti sui diritti fondamentali collegati alla persona e alla sua vita privata, il gestore del motore di ricerca deve assicurare che tale attività  di trattamento dei dati personali soddisfi le prescrizioni della direttiva n. 95/46, garantendo una tutela efficace e completa della persona, in aderenza a quanto disposto dall’ art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo e dagli artt. 7 e 8 della Carta di Nizza.

Di conseguenza, qualora si accerti la sussistenza del diritto all’oblio, vi è l’obbligo per il gestore del motore di ricerca di eliminare, dall’elenco dei risultati che emergono dalla ricerca effettuata a partire dal nome della persona, i link che conducono a pagine web  di terzi contenenti informazioni relative a questa persona, e ciò indipendentemente dal fatto che tali informazioni non siano state rimosse dalla pagina web in cui risiedono e che siano o meno lecite.

La particolarità di tale forma di tutela sta nel fatto che chi domanda la deindicizzazione della notizia coperta dal diritto all’oblio non deve necessariamente adire preventivamente l’autorità amministrativa o giudiziaria: l’interessato, infatti, può rivolgere la domanda direttamente al gestore del motore di ricerca e senza che occorra la prova di un pregiudizio specifico; tant’è che nell’adeguarsi alla decisione della Corte, i gestori di motori di ricerca, come Google, hanno predisposto un vero e proprio format mediante il quale, attraverso l’inserimento dei propri dati o riferimenti alla notizia, è possibile chiedere direttamente al gestore del motore la deindicizzazione, con la conseguenza che il soggetto interessato potrà agire in sede giudiziale solo di fronte ad un eventuale rifiuto del gestore di effettuare la deindicizzazione.

L’art 29 della direttiva 95/46/CE ha tentato di facilitare il corretto bilanciamento degli interessi in gioco, enucleando una serie di criteri per la gestione dei reclami da parte delle stesse Autorità, le quali sono altresì tenute a riconoscere la giusta rilevanza anche agli pseudonimi/ nickname che siano strettamente connessi alla reale identità della persona.

Occorre poi distinguere tra la portata del “ ruolo rivestito nella vita pubblica” ed il più ampio concetto di “ personaggio pubblico”, intendendosi  tali i soggetti che hanno un’ampia esposizione mediatica, soprattutto per le informazioni di carattere privato: per questi ultimi, infatti, la deindicizzazione richiede motivazioni più stringenti. Se poi, il titolare dei dati è un minore, la tutela dei suoi dati personali sarà rafforzata anche dall’art. 24 della Carta dei diritti fondamentali. Ad ogni modo, le Autorità competenti considerano appropriata la deindicizzazione ogni qual volta riscontrino una inesattezza di informazioni tale da divulgare un’immagine della persona, mendace, fuorviante o comunque inadeguata.

In alcuni casi le Autorità possono considerare appropriato il delisting anche quando le informazioni sono pubblicate da soggetti che hanno il potere o il dovere di rendere pubbliche talune informazioni, qualora le stesse, secondo i citati criteri, abbiano carattere obsoleto o non pertinente. Il delisting, ove appropriato, non cancella comunque il dato dal sito originario. Se i dati riguardano la commissione di un crimine, fermo restando l’applicazione della legge nazionale, le Autorità possono considerare appropriata la de-indicizzazione quando i dati riguardano reati minori commessi molto tempo fa.  Alla stessa conclusione è pervenuto anche il nostro Garante della Privacy, secondo il quale, decorso un congruo lasso di tempo, non possono più costituire oggetto di indicizzazione le notizie relative a condanne. Le stesse vanno spostate in una parte specifica del sito internet non più indicizzabile e restano quindi disponibili all’utenza che vi può accedere solo digitando termini di ricerca diversi dal nome personale dell’interessato, ovvero direttamente dal sito originario.

Il diritto alla deindicizzazione dei dati, disciplinata dalla direttiva 95/46, è stato riprodotto anche dal Regolamento Europeo sulla Privacy (n. 2016/679) che all’art 17 sancisce il c.d. diritto alla cancellazione.

L’articolo in commento, al primo comma, prevede che :  “ L’interessato ha il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei dati personali che lo riguardano senza ingiustificato ritardo e il titolare del trattamento ha l’obbligo di cancellare senza ingiustificato ritardo i dati personali, se sussiste uno dei motivi seguenti:

a) i dati personali non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati;

b) l’interessato revoca il consenso su cui si basa il trattamento conformemente all’articolo 6, paragrafo 1, lettera a), o all’articolo 9, paragrafo 2, lettera a), e se non sussiste altro fondamento giuridico per il trattamento;

c) l’interessato si oppone al trattamento ai sensi dell’articolo 21, paragrafo 1, e non sussiste alcun motivo legittimo prevalente per procedere al trattamento, oppure si oppone al trattamento ai sensi dell’articolo 21, paragrafo 2;

d) i dati personali sono stati trattati illecitamente;

e) i dati personali devono essere cancellati per adempiere un obbligo giuridico previsto dal diritto dell’Unione o dello Stato membro cui è soggetto il titolare del trattamento;

f) i dati personali sono stati raccolti relativamente all’offerta di servizi della società dell’informazione di cui all’articolo 8, paragrafo 1 “.

La norma si limita ad enucleare una serie di ipotesi specifiche in presenza delle quali il soggetto interessato può chiedere al titolare del trattamento la cancellazione dei dati che lo riguardano. In questo modo, quindi, la cancellazione diviene espressamente un mezzo utilizzabile per la tutela del diritto all’oblio. Anzi, la norma sembra sovrapporre il diritto all’oblio con la cancellazione stessa del dato: infatti, allo stesso articolo, rubricato “diritto alla cancellazione” segue, tra le parentesi, “ diritto all’oblio”.

Tra le ipotesi richiamate, che ricomprendono, tra l’altro, l’illiceità del trattamento per violazione del regolamento e del diritto unionale e la revoca del consenso inizialmente prestato, è presente, alla lettere a), l’esaurimento delle finalità per le quali i dati personali sono stati raccolti e trattati. Proprio in tale ipotesi rientra il controverso rapporto tra diritto all’oblio e diritto di cronaca, atteso che nell’esercizio del diritto di cronaca può assumere rilievo il sopraggiunto venir meno dell’interesse a pubblicare una determinata notizia.

In realtà la norma nulla chiarisce in ordine ai presupposti che consentano di individuare la prevalenza del diritto all’oblio sul diritto di cronaca.  L’unica innovazione degna di rilievo, e che recepisce gli approdi giurisprudenziali più moderni, sembra costituita dal considerando 66, in cui si afferma che, per rafforzare il diritto all’oblio nell’ambiente online, è opportuno che il diritto alla cancellazione sia esteso in modo tale da obbligare il titolare del trattamento che ha pubblicato i dati personali a informare i titolari del trattamento, che trattano i dati personali,  di cancellare  qualsiasi link che riconduca a tali dati. Nel fare ciò è opportuno che il titolare del trattamento adotti misure ragionevoli tenendo conto della tecnologia disponibile e dei mezzi a disposizione.

In sostanza, tale considerando prevede che il titolare del trattamento, da intendersi come il soggetto che inizialmente ha raccolto e trattato i dati personali, se li ha resi pubblici, consentendone, quindi, la divulgazione a terzi che in questo modo ne divengono titolare, oltre ad essere tenuto a cancellarli, deve adottare tutte le misure tecniche idonee, anche in termini economici, al fine di assicurare che siano informati gli altri titolari del trattamento, ossia i soggetti che, presumibilmente, hanno proceduto ad un’ulteriore divulgazione dei dati in virtù di quella effettuata dall’iniziale titolare, e che stanno continuando a trattare i dati personali, della richiesta dell’interessato di cancellare qualsiasi link, copia o riproduzione dei suoi dati personali. Le misure consistono nel rendere, almeno temporaneamente, inaccessibili i dati agli utenti o nel rimuoverli definitivamente da un determinato sito web.

In questo senso il regolamento aggiunge un ulteriore rimedio ( quello dell’inaccessibilità, anche temporanea, ai dati), accanto a quello classico della cancellazione e a quello giurisprudenziale della deindicizzazione.