Descriva il candidato i passaggi storico-istituzionali che portarono alla nascita della Repubblica Italiana

Il referendum istituzionale del 2 e del 3 giugno 1946, per mezzo del quale più di ventotto milioni di cittadini furono chiamati al voto per determinare la forma istituzionale dello Stato italiano, si concluse con la scelta del sistema repubblicano da parte di dodici milioni di elettori, nonché con l’elezione dei deputati dell’Assemblea Costituente, l’organo legislativo che avrebbe dovuto redigere la carta costituzionale del nuovo Stato. Tale referendum, tuttavia, oltre a rappresentare l’inizio di una nuova epoca storica e istituzionale per il Paese, deve essere altresì considerato come culmine di un travagliato processo evolutivo, iniziato svariati decenni prima dell’unificazione del 1861.

Già durante l’epoca mazziniana, infatti, l’idea di rendere il nascituro Stato italiano una repubblica democratica riscuoteva numerosi consensi; con la formazione della Giovine Italia negli anni Trenta del 1800, fondata da Mazzini, allora esule in Francia, iniziò un periodo di insurrezioni, che, accompagnate dal motto “Unione, Forza e Libertà”, e precedendo di oltre un decennio le grandi sollevazioni degli anni Quaranta, contribuirono a rendere evidente il programma di unità e indipendenza e l’entusiastico supporto all’idea repubblicana, nonostante la sanguinosa repressione di tali moti, e la successiva scomparsa dell’organizzazione, assorbita dapprima nel movimento della Giovine Europa, e definitivamente sciolta da Mazzini stesso nel 1848. Tale supporto emerge chiaramente anche dal sostegno ricevuto dalle idee federaliste propugnate da intellettuali del calibro di Cattaneo, radicale sostenitore dell’idea repubblicana. La soppressione delle sollevazioni, infatti, non spense il sostegno popolare per l’idea repubblicana, che ricevette un rinnovato impulso in corrispondenza dei moti del 1848 Tra il gennaio e il marzo di quell’anno, infatti, i movimenti rivoluzionari e la concessione di Costituzioni, a Napoli, nel Regno di Sardegna, nel granducato di Toscana, a Milano, e culminati nella breve ma significativa esperienza della cosiddetta Repubblica Romana, conclusasi con l’intervento francese. La mai sopita idea repubblicana dovette tuttavia cedere a favore del processo unitario; l’opera di Cavour, pur sostenuto dal repubblicano Garibaldi, aveva previsto come figura centrale del neonato Stato italiano la presenza di un re di casa Savoia; lo Statuto Albertino, promulgato da Carlo Alberto di Savoia nel 1848, venne esteso all’intero territorio unificato, dando vita ad una forma istituzionale all’interno della quale l’elettorato, composto unicamente da elettori maschi, si vide riconoscere la possibilità di eleggere i propri rappresentanti all’interno della Camera dei Deputati, mentre ministri, Senato e magistratura rimasero di sola nomina regia; non per questo tuttavia cessarono le istanze repubblicane all’interno del Parlamento, confluite nell’operato del Partito d’Azione mazziniano, sciolto a metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, nonché il Partito della Democrazia fondato negli anni Settanta.

Parallelamente agli eventi storici che caratterizzarono la nascita dello Stato unitario italiano, che, come affermato precedentemente, rimase caratterizzato da una sempre presente corrente repubblicana, è opportuno soffermarsi sulle evoluzioni del sistema istituzionale; con la riforma Cavour del 1853, riguardante il riordinamento dell’amministrazione e della contabilità generale dello Stato, lo statista sabaudo introdusse il principio di un sistema ibrido di gestione dell’attività amministrativa, tale da assicurare il controllo del Parlamento sulla pubblica amministrazione. A seguito della proclamazione del Regno d’Italia, tuttavia, in questa fase iniziale del processo evolutivo dell’organizzazione dello Stato italiano unitario, la gestione della burocrazia del Paese risultava caratterizzata da forti legami tra amministrazione e classe politica e da una amministrazione relativamente “debole”, parallelamente a quanto avveniva sul piano istituzionale e su quello politico, ove era possibile osservare una serie di governi di breve durata, minati alla base sia dall’opposizione di posizioni tra la Destra e la Sinistra storiche, sia dal fenomeno trasformista che permeò gran parte del periodo liberale, e caratterizzato da concessioni agli schieramenti opposti allo scopo di ottenere maggioranze più stabili in Parlamento, come dimostrato dall’atteggiamento conciliatorio di Presidenti del Consiglio quali Agostino Depretis e Francesco Crispi, a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento. In parallelo con la crescita dell’industrializzazione nel Paese, tale epoca risultò altresì caratterizzata da una organizzazione più regolamentata dell’attività burocratica del Paese, nonché di trasparenza nella gestione dell’apparato amministrativo, nonché delle nomine dei suoi funzionari. Tale organizzazione sarebbe evoluta in una grande espansione dell’amministrazione, in particolare riguardo alla gestione dei pubblici servizi, culminando, in corrispondenza con la fine del periodo liberale e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nell’intervento dell’amministrazione in settori legati all’industria e ad altre attività private; nel contempo, alla fine del diciannovesimo secolo, le mai sopite istanze repubblicane si concretizzarono nella formazione del Partito Repubblicano Italiano, i cui rappresentanti, in virtù della loro intransigenza si trovarono spesso in urto con le formazioni politiche dell’epoca; l’apertura delle ostilità rappresentò infatti, per numerosi simpatizzanti repubblicani, una occasione unica, che vide la presenza di numerosi volontari italiani anche tra le fila di eserciti stranieri; l’irredentismo e gli ideali da cui erano nati i moti del 1831 emersero nuovamente, e l’ingresso in guerra dell’Italia nel 1915 rappresentò nel contempo l’inizio di profondi cambiamenti all’interno della realtà italiana, quali la crescita di influenza del partito socialista, nato alla fine del secolo precedente, nonché la sconfitta del partito liberale, che fino a quel momento aveva dominato la scena politica.

Allo stesso tempo, la conclusione del conflitto vide l’origine di una nuova forza politica, emersa dall’insoddisfazione per gli esiti della guerra, e che raccolse sostenitori dalle parti politiche più disparate: il partito fascista, costituito nella seconda metà del 1921, i cui rappresentanti, dopo una iniziale difficoltà nel penetrare nella società italiana, nonostante l’apporto dei nazionalisti, riuscirono a sfruttare le criticità della situazione italiana per guadagnare consensi. La crisi economica post-bellica, che colpì contemporaneamente tutti i Paesi, fu caratterizzata in Italia da numerosi scioperi, nonché da un ritorno alle campagne degli operai, che durante il periodo di crescita economica dovuto alla progressiva industrializzazione, in particolare nel Nord del Paese, avevano prestato servizio nelle fabbriche; ciò li mise in competizione con gli agricoltori, accrescendo la disoccupazione, e creando tensioni tra le classi sociali; all’inizio del 1922, la crisi economica iniziò a dare cenni di miglioramento, ma i ceti dirigenti, temendo una nuova ascesa inflazionistica a seguito della ripresa delle attività produttive, e la conseguente eventualità di ondate di scioperi volti ad adeguare i salari, appoggiarono l’emergente partito di Benito Mussolini, che si proponeva come corrente stabilizzatrice, caratterizzata da ordine e pacificazione sociale. Lo stesso anno, il leader fascista dichiarò fedeltà al Re, rinunciando nel contempo alle posizioni anticlericali, con l’obiettivo di attirare le simpatie degli ambienti vicini alla Chiesa. L’avvento di Mussolini marcò altresì una svolta autoritaria nel sistema istituzionale italiano, cambiamento caratterizzato già all’inizio del 1923 dalla formazione di due organismi che rappresentarono la base del nuovo regime: il Gran Consiglio del Fascismo, un organo coordinatore che de facto limitava fortemente l’operatività del Parlamento e del Consiglio dei Ministri, nonché la Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, le cosiddette “camicie nere”, che dovevano rappresentare una forza atta a sedare eventuali opposizioni all’interno del Paese; lo stesso anno, Mussolini fece approvare una nuova legge elettorale maggioritaria, la cosiddetta legge Acerbo, basata sul conferimento di tre quarti dei seggi alla coalizione che fosse riuscita a riportare la maggioranza relativa dei voti, allo scopo di assicurare la presenza di una nuova Camera, una volta sciolta la precedente, composta per i tre quarti da membri del partito fascista. Nonostante le proteste delle altre formazioni politiche, aggravate dagli echi dell’assassinio del socialista Matteotti, i due organi nati nel 1923 non vennero sciolti, ed alle proteste dell’opposizione seguì una dura e violenta repressione. Il passo successivo della costituzione dello Stato fascista è rappresentato dalla serie di leggi eccezionali, denominate leggi fascistissime, emanate tra il 1925 e il 1926; tra le innovazioni introdotte da tali norme, il cui scopo precipuo era il mutamento dell’ordinamento giuridico del Paese, vi era il riconoscimento di prerogative del Capo del Governo, che sarebbe dunque divenuto direttamente responsabile nei confronti del Capo dello Stato e non del Parlamento, nonché la creazione del cosiddetto Stato sindacale corporativo, con l’abolizione del diritto di sciopero e la legge sulla stampa, che di fatto poneva una censura alle pubblicazioni contrarie al regime. Nel frattempo, sul piano economico, le politiche liberiste adottate dal fascismo, avevano portato l’inflazione a livelli estremi, e l’aumento dei prezzi era accompagnato da una forte svalutazione della lira; a tale questione, Mussolini rispose con la proclamazione della cosiddetta “Quota Novanta”, bloccando il rapporto tra sterlina e lira a 1:90. Parallelamente, grazie ai Patti del Laterano del 1929, il leader fascista appianò i dissidi con la Chiesa, ottenendo nel contempo un maggiore controllo sulle fila dell’Azione cattolica. Dopo le elezioni del marzo del 1929, la Camera dei Deputati risultò interamente composta da appartenenti al partito fascista, sancendo effettivamente il controllo del partito al potere sulla base elettorale.

Gli anni Trenta del Novecento portarono ad un ulteriore consolidamento dell’autorità del partito fascista; alla crisi economica iniziata nel 1929, a cui i Paesi democratici avevano risposto con politiche di aumento della competitività sul mercato estero, l’Italia fascista reagì con le commesse militari e con il ritorno alle aspirazioni coloniali del periodo crispino e giolittiano, rispecchiando quanto stava avvenendo nella Germania hitleriana con il riarmo. L’impresa di Etiopia venne dipinta dalla leadership fascista come un potenziale sbocco per i molti lavoratori disoccupati, ingenerando un aumento dei consensi alimentato dalle speranze delle classi più colpite dalla congiuntura economica avversa. Pure se relativamente breve sotto il profilo temporale, l’operazione militare in Etiopia rappresentò una spesa significativa per l’Italia, già duramente colpita dalla crisi economica; le sanzioni della Società delle Nazioni, che condannarono l’impresa, e le spese militari sostenute nel biennio 1935-1936 contribuirono all’emergere del malcontento nella popolazione, malcontento che all’estero trovava la sua espressione nei gruppi di intellettuali antifascisti, e che in Italia trovava sostegno tra i pochi esponenti comunisti scampati al carcere, e tra i liberalsocialisti rimasti nel Paese. Nel frattempo, a livello istituzionale, gli anni Trenta rappresentarono il passaggio da corporativismo ad autarchia; dopo la fondazione di Istituti quali l’Istituto Mobiliare e L’istituto Ricostruzione Universale, nati inizialmente con l’obiettivo di riscattare le imprese private in fallimento, il regime fascista, passato per una politica di tagli ai salari, lanciò un programma di politica economica autarchica, abbandonando nel contempo la Società delle Nazioni; tuttavia, tali misure non fecero che accrescere il divario tra classi meno abbienti e imprenditori, con incrementi dei costi insostenibili per i consumatori. Allo scoppio del secondo conflitto mondiale, la politica autarchica promossa dalla leadership del Paese aveva portato il Paese sull’orlo del tracollo finanziario, caratterizzato da iperinflazione e forte impoverimento del ceto popolare e del ceto medio; il decennio 1930-1940 si concluse con un sostanziale allineamento tra Italia fascista e Germania nazista per ciò che concerne le politiche razziali e il consolidamento dello Stato totalitario; il processo iniziato con le leggi fascistissime, che nel 1925-1926 avevano rappresentato il preludio del progressivo mutamento del regime giuridico del Regno d’Italia, vide la sua conclusione logica proprio nel 1938, con l’eliminazione delle elezioni dei componenti della Camera dei Deputati, che sarebbero da quel momento stati nominati dagli organi del partito fascista; all’inizio del 1939, infatti, vide la luce la cosiddetta Camera dei Fasci e delle Corporazioni.

La seconda Guerra Mondiale vide l’ingresso di un’Italia in condizioni economiche disperate; gli scarsi mezzi a disposizione dell’esercito italiano, pur considerando alcune vittorie strategicamente rilevanti, resero impossibile una efficace partecipazione al conflitto; l’esperienza bellica dimostrò come la potenza militare tedesca rappresentasse il principale sostegno e forza trainante per l’esercito italiano; ma anche tale sostegno sarebbe venuto meno, con l’arrivo delle prime sconfitte della Germania, a seguito della disastrosa Operazione Barbarossa e la distruzione della Sesta Armata a Stalingrado; gli esiti di tali operazioni militari portarono ad una forte ripresa del sentimento antifascista, e quasi ad una rinascita della Resistenza, seppure in forma clandestina; rappresentanti del partito comunista, del partito socialista, e liberali, avviarono una intensa campagna di protesta occulta, avviando nel contempo le discussioni sull’assetto postfascista dello Stato italiano, e portando al risveglio dei contrasti tra socialisti, fortemente antimonarchici, e liberali; agli scioperi del marzo 1943 seguì il voto contrario del Gran Consiglio del Fascismo nei confronti di Mussolini del luglio successivo, vicenda conclusasi con l’allontanamento del leader fascista da parte del re Vittorio Emanuele III, che avrebbe nominato il maresciallo Badoglio per rivestire il ruolo di primo ministro. I Comitati nati a seguito dell’uscita di scena di Mussolini, nel mese successivo, dovettero gestire le pressioni provenienti dal basso, che spingevano per la fine dell’alleanza con la Germania nazista; il mancato accordo tra Comitati fece sì che alla pubblicazione dell’Armistizio dell’8 settembre 1943, l’intero Paese non fosse pronto a resistere attivamente alla presenza tedesca sul territorio; nel frattempo, Mussolini, fuggito dal confino, diede vita alla cosiddetta Repubblica Sociale Italiana, che, pur essendo nella pratica uno “Stato” vassallo della Germania, avrebbe dovuto raccogliere l’eredità dello Stato fascista, il cui imminente crollo risultava tuttavia palese dalla velocità di disgregazione dell’esercito italiano e la nascita del movimento di Resistenza. È infatti dello stesso periodo la nascita dei Comitati di Liberazione Nazionale, che, inizialmente rappresentati da pochi gruppi scollegati tra loro, avrebbero dato vita alla lotta partigiana. L’atteggiamento degli Alleati nei confronti della Resistenza risultò inizialmente improntato sulla diffidenza, sentimento in netto contrasto con la volontà dei CLN di far valere le proprie istanze; proprio nel periodo 1943-1944, i CLN iniziarono a spingere per ottenere l’allontanamento del governo, che doveva essere sostituito con un governo composto da esponenti dei partiti antifascisti, e l’abdicazione del monarca. L’impasse ricevette un’ulteriore impulso a seguito del discorso di Togliatti dell’aprile 1944 (la cosiddetta “svolta di Salerno”), nel quale il leader del partito comunista esortava alla lotta comune contro i nazifascisti; nel frattempo, l’attività del partito comunista aveva portato all’estensione capillare dei Comitati di Liberazione Nazionale sul territorio, onde favorire l’arrivo degli Alleati. Tale diffusione dotò altresì de facto i CLN di funzioni proprie degli apparati di governo; è questo infatti il caso delle azioni riferibili alla politica estera effettuate dal CLN Alta Italia nei confronti della Francia e della Jugoslavia, caratterizzati dall’avvio di trattative per normalizzare i rapporti con le nazioni limitrofe. A questi movimenti di natura politica si accompagnava naturalmente la lotta partigiana vera e propria, che, pur ponendosi in contrasto con le aspettative degli Alleati, fin dall’inizio riluttanti a concedere ai CLN la possibilità di effettuare operazioni militari su larga scala, andava via via allargandosi, riscuotendo nel contempo grande consenso da parte popolare. Alle repressioni nazifasciste seguivano violente ed efficaci azioni di guerriglia, a cui le forze nemiche risposero con feroci rappresaglie (un chiaro esempio è rappresentato dal massacro delle Fosse Ardeatine del marzo 1944), che non sortirono altro effetto se non quello di rendere ancora più risoluta l’azione di resistenza, con un ulteriore passo in avanti rappresentato dalla costituzione di un Comando Militare, ulteriore rafforzamento delle strutture partigiane; dalla guerriglia, i Comitati erano passati alla guerra vera e propria, e le forze partigiane rappresentavano ora un vero e proprio esercito. Nel frattempo, a livello internazionale, gli Alleati, osservata la situazione europea, discussero e definirono le rispettive aree di influenza nella gestione dell’assetto post-bellico. L’Italia passò sotto la sfera di influenza anglo-americana, con una nuova emersione della diffidenza alleata; il comunicato del comandante Alexander del novembre 1944 chiedeva la cessazione delle operazioni militari per i partigiani, e l’attesa dell’offensiva alleata; per quanto di difficile esecuzione, la richiesta alleata generò una forte risposta da parte delle forze partigiane, le quali, oltre a continuare la lotta, tra la fine del 1944 e i primi mesi del 1945 avviarono le discussioni con le formazioni politiche circa le questioni da affrontare a seguito della liberazione. Ben presto emersero le divergenze tra le posizioni dei partiti, tra liberali tradizionalmente legati a casa Savoia, e socialisti favorevoli alla conclusione dell’esperienza dei CLN a favore di una repubblica socialista, pur considerando le difficoltà legate a tale progetto in un’Italia inserita nella zona di influenza anglo-americana. Nonostante tali divisioni, al momento della Liberazione, lo scenario italiano dimostrava una diffusione capillare delle idee antifasciste, che avevano superato le divergenze tra classi, unendo il popolo nella lotta al nemico comune. Il primo governo post-liberazione, che vide Parri, rappresentante del Partito d’Azione, rivestire il ruolo di primo ministro, dovette tuttavia fronteggiare la profonda crisi in cui versava il Paese, sia a livello economico, sia a livello sociale; pur considerando il controllo esercitato dalla Commissione Alleata, che di fatto limitava il campo d’azione delle forze politiche del Paese nel periodo successivo alla Liberazione, le strutture poste in essere dallo Stato fascista continuavano ad esistere, specie per ciò che riguardava la presenza di gruppi privilegiati; su questo punto risultarono particolarmente evidenti i contrasti tra Partito d’Azione e Partito liberale, in particolare se si considera il legame di quest’ultimo alla monarchia e alla tradizione democratica prefascista, e che, alla fine del 1945, diedero inizio ad una crisi politica, dimettendosi dal governo. De Gasperi, incaricato di formare il nuovo governo, acconsentì alle richieste liberali, incentrate sulla ricostruzione dei poteri pubblici e un progressivo depotenziamento dei CLN, nel contempo potenziando il peso dei partiti “di massa”, e introducendo nuove misure economiche, che tuttavia aggravarono il livello di disoccupazione del Paese. Alle elezioni amministrative del 1946, seguì la decisione di Vittorio Emanuele III di abdicare in favore del figlio, divenuto re con il nome di Umberto II. tale decisione però si rivelò tardiva, nonostante il diffuso sostegno alla monarchia presente nel Mezzogiorno d’Italia e la intensa campagna propagandistica posta in essere dal nuovo Re. I voti del 2 giugno, oltre a dare la vita all’Assemblea Costituente, mostrarono, con il 54% dei voti, la preferenza della forma di governo repubblicana. La Costituente, riunitasi per la prima volta tre settimane dopo il referendum, vide al suo interno una netta divisione tra le forze politiche che la componevano, e la Carta Costituzionale non fece che rispecchiare l’incontro tra le diverse volontà e aspettative di tali formazioni, che, pur trovandosi sovente in contrasto, riuscirono a trovare un accordo, nonostante la situazione di crisi economica, sociale e politica. Enrico De Nicola, già capo provvisorio dello Stato, a seguito della entrata in vigore della Costituzione del nuovo Stato repubblicano, avvenuta il 1 gennaio del 1948, assunse il titolo di Presidente della Repubblica. Gli oltre dodici milioni di voti a favore del sistema repubblicano avevano definitivamente sancito la conclusione dell’esperienza monarchica italiana, durata ottantacinque anni.


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