Le origini e l’evoluzione della questione meridionale

di E. D. T.

La questione meridionale continua ad essere tra le cause principali della riduzione della competitività internazionale del nostro Paese: pensare di affrontare i problemi dell’Italia ignorando il Mezzogiorno è utopico. La questione meridionale ci aiuta a capire fenomeni e problematiche che caratterizzarono la storia dell’Italia moderna: l’arretratezza del mondo contadino, i problemi legati alla riforma agraria, la disoccupazione post-industriale, l’economia illegale sommersa, la gestione da parte delle mafie di affari di portata mondiale. Il termine “questione meridionale” venne usato per la prima volta in Parlamento dal deputato Billia per descrivere la disastrosa situazione economica che venne a crearsi nel Mezzogiorno in seguito all’unificazione. L’annessione del Regno delle due Sicilie al Regno d’Italia avvenne forzosamente e tale annessione provocò un milione di morti e venticinque milioni di migranti. Il Regno delle due Sicilie era un regno ricco, all’avanguardia e con un livello di benessere medio in linea con quello di altri Stati. Dagli studi statistici di Nitti emerge che il patrimonio del Regno delle due Sicilie ammontava ad oltre quattrocento milioni di lire oro –valore più alto rispetto agli altri Stati preunitari e pari al 65% della moneta circolante nella penisola- e che il debito pubblico era a livelli irrisori. Il settore agricolo faceva da traino per l’economia dello Stato, dalle colture intensive delle pianure campane alla produzione di oli e grani di qualità che venivano poi venduti, attraverso il banco di Napoli, nei principali mercati europei. Rilevanti erano anche le produzioni di agrumi siciliani, vite, mandorlo e fico. La produzione di vino, specialmente quello siciliano, godeva di importanti esportazioni verso il Regno Unito. Il governo borbonico sosteneva inoltre il settore industriale, sia attraverso l’impiego di misure protezionistiche che incoraggiando l’afflusso di capitali stranieri. Importanti stabilimenti industriali si collocavano in diverse zone del Regno: la fabbrica metalmeccanica di Pietrarsa, il cantiere navale di Castellammare di Stabia, la Fonderia Ferdinandea e il Polo siderurgico di Mongiana in Calabria. Per quanto concerne il sistema infrastrutturale il regno delle Due Sicilie seguì un percorso diverso rispetto al resto del Paese: si preferì dare priorità ai trasporti via mare, una scelta che, alla luce di un’importantissima marina mercantile sia per numero di navi che per tonnellaggio, era la seconda in Europa. Il commercio e l’industria erano prevalentemente concentrate nelle zone costiere del Regno e riguardavano non soltanto l’altra sponda del Mediterraneo, ma anche rotte transoceaniche (specie verso l’Europa settentrionale). La scelta di favorire i trasporti via mare era anche motivata dall’arretratezza delle vie di comunicazione del Regno, un problema che si tentò di affrontare con ingenti somme di denaro durante il regno di Ferdinando II, ma che non furono in alcun modo sufficienti a mutare radicalmente lo stato delle infrastrutture. È opportuno inoltre ricordare che il Regno delle Due Sicilie vantava un forte patrimonio culturale e una vita culturale ed artistica di prim’ordine. Il Real Teatro di San Carlo era tra i più magnificenti teatri del continente, le ricchezze archeologiche diedero vita ad uno dei musei archeologici più importanti del mondo (gli scavi di Pompei) e il Museo archeologico nazionale di Napoli. L’università di Napoli era la più grande del Regno e si contraddistingueva per i suoi meriti scientifici. A Napoli fu istituita la prima scuola non militare di ingegneria italiana nella quale si formarono brillanti tecnici. Il Regno vantava inoltre diversi primati nel settore scientifico: il primo telegrafo elettrico italiano, il primo osservatorio astronomico italiano a Capodimonte ed il primo osservatorio vulcanico e sismologico del mondo (l’Osservatorio Vesuviano). Risulta quindi spontaneo chiedersi come e in che misura l’unificazione abbia avuto un impatto sulle condizioni socio-economiche del Mezzogiorno. Se, come ho pocanzi ricordato, i Borboni avevano adottato una politica protezionistica per difendere le industrie del Regno, la stessa politica non fu invece seguita dal neonato Stato italiano: le nuove leggi sulle tariffe doganali danneggiarono in modo significativo l’economia meridionale e, nel 1862, furono ufficialmente abolite le tariffe protezionistiche e, di conseguenza, la competitività delle industrie si ridusse considerevolmente. Basti pensare agli stabilimenti di Mongiana, che impiegavano millecinquecento persone e garantivano ghisa e acciaio per gli arsenali napoletani, che vennero chiusi in quanto considerati troppo a sud e quindi poco controllabili. L’eliminazione delle misure protezionistiche portò al fallimento gli opifici tessili a Napoli, Taranto, Otranto, Gallipoli e San Leucio (i cui telai furono poi portati a Valdagno dove nacque la prima fabbrica tessile veneta). Vennero chiuse le ferriere di Mongiana e la carterie di Sulmona. Gli appalti per i lavori pubblici vennero affidati ad imprese lombardo-piemontesi. Il debito pubblico sabaudo, risultato di una politica espansionista portata avanti da Cavour, doveva essere risanato: lo Stato sabaudo era il più indebitato d’Europa. Il sistema monetario sabaudo prevedeva emissione di carta moneta, senza rispettare però la convertibilità della moneta: ad ogni lira di carta piemontese non corrispondeva un valore in oro equivalente presso l’istituto bancario emittente. Come conseguenza la valuta piemontese era molto più debole di quella borbonica: il sistema borbonico prevedeva invece l’emissione di monete d’oro e d’argento e le cosiddette “fedi di credito” (assegni circolari) ai quali corrispondevano però il controvalore in oro nelle casse del Banco delle Due Sicilie. Al momento dell’unificazione il denaro circolante nel Regno delle Due Sicilie ammontava a cinquecento milioni di monete d’oro e d’argento. In seguito all’unificazione fu impedito al Banco delle Due Sicilie di accumulare le proprie monete presenti nel mercato per trasformarlo poi in carta moneta poiché, così facendo, avrebbe controllato interamente il mercato finanziario italiano. Quel quantitativo di oro finì nelle casse piemontesi e la forte moneta borbonica venne rimpiazzata da quella piemontese. Il Banco di Napoli vede le proprie risorse decimarsi, mentre la Banca di Sardegna aumenta i propri fondi da ventisei a centocinquantasette milioni di lire. La conseguenza di queste scelte fu un aumento vertiginoso della pressione fiscale sul Mezzogiorno, sia per risanare i debiti contratti dal governo sabaudo nella fase antecedente all’Unità sia per far fronte alle spese legate alla corsa agli armamenti. In ambito amministrativo il neonato governo italiano scelse la strada del centralismo statale, ignorando le peculiarità regionali per proteggere l’unificazione e rischi di secessione da parte delle popolazioni appartenenti ai precedenti regni. La decisione di impiegare funzionari piemontesi fu spesso mal tollerata nei restanti territori del Regno d’Italia: le tradizioni amministrative e la cultura giuridica dovevano lasciare spazio al rigido formalismo sabaudo. Nel 1864 il debito pubblico ammontava a oltre duemila milioni di lire, oltre la metà derivante dalle guerre d’indipendenza e dalle opere infrastrutturali dei governi Cavour; a tal riguardo il Ministro delle Finanze Bastogi reputò necessario varare una serie di misure volte ad aumentare il carico fiscale: il tributo sulla ricchezza mobile –scomparsi nel 1974- e la tassa sulla macinazione dei cereali (anche detta “tassa sulla miseria”). Coloro che provvedevano al proprio sostentamento principalmente attraverso la produzione di cereali si videro chiedere due lire per ogni quintale di grano e una lira per ogni quintale di granoturco e segale. I tumulti che seguirono all’approvazione della legge provocarono la morte di duecentocinquanta persone e mille feriti. Ad aggravare le difficoltà del neonato Regno d’Italia ci furono difficoltà di cui le classi dirigenti non tardarono ad accorgersi: l’italiano era parlato solo dalla minoranza istruita del Paese e, prima dell’unificazione, esistevano diversi Stati regionali con leggi e regolamenti non uniformi. Il sistema tributario sabaudo fu esteso al Mezzogiorno, che come ricordato in precedenza godeva di una pressione fiscale molto contenuta, provocando un aumento delle imposte del 32%. Alla morte di Cavour, Bettino Ricasoli decise di estendere all’intero regno l’ordinamento piemontese, con la conseguente fine delle organizzazioni amministrative degli altri Stati preunitari, attraverso quella che viene comunemente definita la “piemontizzazione” del Paese. Le realtà meridionali si trovarono costrette ad applicare leggi e ordinamenti totalmente estranei alle loro tradizioni e al loro carattere: i piccoli centri siciliani e calabresi erano governati dalle stesse leggi in vigore nel resto del Paese. Cavour era originariamente favorevole ad un decentramento, ma cambiò progressivamente posizione, diventando centralista, per sventare il rischio che nel meridione si affermassero movimenti rivoluzionari che avrebbero messo a repentaglio l’unificazione. Le aspettative di chi aveva accolto la spedizione dei mille furono amaramente frustrate: gli strati meno abbienti della società avevano sperato in un miglioramento delle loro condizioni di vita, ma si videro costretti a sostenere maggiori tasse e a prestare servizio di leva, riducendo conseguentemente la forza lavoro per ogni nucleo familiare. Il fenomeno del brigantaggio fu incentivato dalla povertà e dalla fame, nonché dalla volontà di sottrarsi all’obbligo di leva. Nitti scriveva: “per il cafone non c’è alternativa, o brigante o emigrante”. Durante il governo Giolitti furono privilegiate le industri presenti nel Nord del Paese mentre il Mezzogiorno veniva marginalizzato nella sua sfera agricola, abbandonando i piani industriali iniziati nell’era borbonica. I braccianti meridionali, come suesposto, avevano sperato in una riforma agraria che non ci fu. La leva obbligatoria, l’aumento delle imposte e l’abolizione del diritto di legnatico, di pascolo e di foraggio provocarono un importante impoverimento dei contadini meridionali. Il fenomeno del brigantaggio nacque, in un primo momento, come una protesta sociale da parte di quel mondo contadino ancora nostalgico dell’era borbonica, ma ben presto si allargò a fasce più estese della popolazione. Lo Stato reagì abbracciando un modello amministrativo dirigista in cui le autonomie locali erano sottoposte al rigido controllo del governo. A ciò si aggiunse lo scioglimento dell’esercito borbonico e garibaldino che causò l’entrata di migliaia di soldati nelle fila dei briganti. Diversi scontri e ribellioni popolari scoppiarono nelle regioni meridionali fin dall’anno dell’unificazione. Nell’agosto del 1861 il generale Cialdini fu inviato a Napoli, dopo aver ottenuto pieni poteri per sedare le rivolte e fronteggiare l’emergenza del brigantaggio postunitario. L’intervento provocò migliaia di feriti e altrettante di fucilati. Gli scontri nel periodo che va dal 1861 al 1870 andarono via via aumentando e fu necessario l’invio di centoquarantamila militari, l’approvazione della Legge Pica (sospensione dei diritti civili) e l’esercizio del diritto di rappresaglia sulla popolazione civile. Fu istituita a Torino una Commissione d’inchiesta sul brigantaggio. Le disparità e diseguaglianze erano evidenti. I meridionalisti, da Einaudi a Salvemini e, in seguito, Gramsci e Sturzo, ritenevano la politica protezionista inadatta a promuovere uno sviluppo economico armonico e omogeneo, bensì uno strumento per favorire l’industrializzazione del Nord a danno e a spese del meridione. Nell’analisi meridionalista non si può dimenticare la sopraccitata figura di Francesco Saverio Nitti, il quale non negando gli svantaggi che la politica protezionista aveva portato all’economia meridionale, sosteneva che era una scelta obbligata per il raggiungimento del superiore interesse della collettività nazionale e, nel lungo periodo, del Mezzogiorno. Nitti esprimeva l’esigenza di occuparsi del divario fra le due aree del Paese attuando un coraggioso programma di sviluppo delle infrastrutture, controllo delle acque, elettrificazione e industrializzazione: bisognava procedere all’industrializzazione del Mezzogiorno. Veniva insomma chiesta l’approvazione di una legislazione speciale per promuovere lo sviluppo industriale delle aree del Sud e modificare gli effetti distorsivi della legislazione ordinaria. Nel 1903, sul totale dei lavoratori dell’industria il 57% era concentrato nelle regioni settentrionali mentre soltanto il 25% viveva nel meridione (la cui popolazione era pari al 37% di quella nazionale). Nello stesso anno Giolitti venne chiamato alla guida del governo in seguito alle dimissioni di Zanardelli e l’anno seguente furono varate le prime importanti “leggi speciali” per il Mezzogiorno: per la Basilicata e per Napoli, volte ad incoraggiare la modernizzazione dell’agricoltura e, per quanto concerne Napoli, lo sviluppo industriale tramite stanziamenti ed agevolazioni fiscali. Seguirono provvedimenti analoghi per le isole e la Calabria che avevano però il limite di non incidere in modo significativo sulla struttura sociale del Mezzogiorno. Di maggior impatto fu la costruzione dell’acquedotto pugliese e della direttissima Roma-Napoli. Tra le varie critiche che piovvero su Giolitti ci fu quella dei meridionalisti, fra cui spicca Salvemini, che accusavano la politica economica governativa di aver favorito e protetto le “oligarchie operaie” del Nord, ostacolando lo sviluppo delle migliori forze produttive nel Mezzogiorno. Agli inizi del Novecento il divario fra le due aree del Paese aveva assunto dimensioni drammatiche. Il miglioramento più incisivo si verificò nel 1912 con l’estensione della rete ferroviaria meridionale (all’indomani dell’unificazione esistevano cento km di ferrovie nel Sud e circa duemila km nel Nord). Importanti distanze riguardavano inoltre altri rilevanti aspetti della vita civile, innanzitutto quello dell’alfabetizzazione: nel 1911 il 59% della popolazione meridionale era analfabeta mentre nel Nord del Paese tale percentuale era di circa la metà. Nel 1861 le due economie erano prevalentemente agricole e con livelli di produttività simili. Nel 1910 la produttività delle regioni settentrionali era nettamente superiore a quella del Mezzogiorno. Il nord vedeva la nascita di un sistema industriale moderno, inesistente nel 1861 e lo sviluppo di una realtà industriale importante nel triangolo Milano-Genova-Torino. Le colture del mezzogiorno pagavano lo scotto della guerra commerciale con la Francia e la concorrenza dei prodotti provenienti da altri Paesi mediterranei. Oltre quattro milioni di meridionali emigrarono verso l’esterno nei primi quindici anni del Novecento, prevalentemente verso il continente americano. Una buona parte della produzione industriale settentrionale finiva nel mercato delle regioni meridionali, favorendo indubbiamente lo sviluppo del Nord del Paese, ma lasciando di fatto immutato il divario fra le due aree. Agli occhi di molti meridionalisti queste opere, piuttosto che un tentativo di porre rimedio agli squilibri generati dalle politiche fiscali e protezioniste varate in seguito all’unificazione, sembravano piuttosto un mezzo per ottenere consenso sociale. I contenuti benefici della legislazione speciale devono altresì essere ascritti alla quantità di risorse impiegate, alla scarsa efficacia dei singoli provvedimenti e all’esigua capacità di applicazione da parte delle classi dirigenti locali e nazionali. La prima guerra mondiale provocò un aumento del dislivello fra le due aree del Paese: le industrie belliche erano localizzate prevalentemente nelle regioni settentrionali e il Mezzogiorno si vide costretto a farsi carico degli oneri derivanti dal dissesto delle industrie belliche. Il salvataggio della Banca di Sconto, che aveva finanziato l’impresa bellica, nonché la ristrutturazione industriale iniziata dopo la crisi del 1929 gravarono ulteriormente sull’economia del Mezzogiorno. L’inflazione postbellica e il blocco dell’immigrazione deciso dal governo degli Stati Uniti incisero notevolmente sulle condizioni del Mezzogiorno: le rimesse degli emigrati avevano rappresentato un fattore chiave nel riequilibrare il rapporto tra popolazione e risorse. La politica demografica del fascismo portò ad un aumento della popolazione che non fu però accompagnato da un incremento del reddito pro-capite e lo squilibrio territoriale fra le due aree del Paese non si attenuò durante il Ventennio. La guerra aveva indubbiamente rafforzato la preminenza dell’industria del Nord: le industrie meridionali erano dedite principalmente alla trasformazione di prodotti agricoli e della pesca e continuavano ad accusare ritardi importanti in altri settori industriali (basti pensare alla produzione di acciaio che, nel 1948, vedeva il Nord fornire oltre il 90% della produzione nazionale). Nella fase della ricostruzione, oltre al varo della riforma agraria, fu istituita la Cassa per il Mezzogiorno (1950) per la gestione di fondi straordinari per promuovere lo sviluppo del Sud Italia. Tali risorse avevano come obiettivo la realizzazione di bonifiche, opere pubbliche, irrigazioni e lo sviluppo delle infrastrutture (da sempre e tutt’oggi elemento penalizzante per il Mezzogiorno). L’idea ispiratrice di una legislazione speciale per il Sud, come già detto, non era una novità. Negli anni cinquanta del Paese si verificò però una nuova ondata migratoria dal Mezzogiorno, questa volta dirette nelle regioni del Nord Italia, attratta dal boom industriale e dall’apertura dei mercati europei: fu il canto del cigno della società contadina meridionale. Tali politiche non provocarono una riduzione del divario –vista la crescita del Nord del Paese- ma in termini assoluti invertirono la tendenza recessiva della prima metà del Novecento. Importante fu inoltre la legge sulle aree e sui nuclei industriali del 1957 che introdusse finanziamenti e sgravi di natura fiscale per le piccole-medie imprese, nonché l’obbligo per le imprese a partecipazione statale a collocare nel Mezzogiorno il 60% dei loro nuovi impianti. Concludo la mia trattazione con qualche riflessione sulla situazione attuale del meridione. Il Mezzogiorno, dove le partenze dei giovani (laureati e non) verso l’estero è in costante aumento, necessita innanzitutto di interventi strutturali volti a modernizzare le sue infrastrutture e adeguare i collegamenti autostradali e ferroviari a quelli del resto del Paese: tale mancanza, unita ad altri fattori, ha spesso scoraggiato gli investimenti esteri nelle regioni meridionali. È evidente la necessità di completare i lavori dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e di estendere l’alta velocità ferroviaria fino a Reggio Calabria e a Gioia Tauro per il trasporto delle merci. Altresì importante è il rilancio della questione morale e del principio di legalità: la morsa delle organizzazioni criminali svilisce un territorio pieno di potenzialità e danneggia la reputazione dell’intero Paese. I fondi elargiti dalla Comunità Europea per favorire lo sviluppo del Mezzogiorno sono purtroppo spesso stati utilizzati in modo discutibile, sia per mancanza di expertise dei pubblici funzionari che per una più generale tendenza all’opacità delle amministrazioni locali: il governo centrale deve assicurare, attraverso l’implementazione di strumenti di accountability, un uso lungimirante e trasparente di tali risorse.


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