La nascita del movimento sindacale in Italia e il suo contributo all’evoluzione delle relazioni economico sociali del paese

                                      Storia contemporanea

La nascita del movimento sindacale in Italia e il suo contributo all’evoluzione delle relazioni economico sociali del paese

di Luca Pane

Raggiunta l’Unità d’Italia, il paese dovette aspettare diversi anni prima di intraprendere una politica industriale che lo ponesse in competizione con le principali potenze europee dell’epoca. Dal momento che gran parte della neonata economia nazionale si basava sul piccolo artigianato e sull’agricoltura, non si era ancora formato in Italia un proletariato di fabbrica analogo a quello che, in Inghilterra, aveva ispirato il pensiero di Marx ed Engels. Le uniche figure embrionali riconducibili al movimento sindacale furono le società di mutuo soccorso, guidate perlopiù da mazziniani, le quali però rifiutavano lo sciopero come mezzo di lotta, preferendo la semplice solidarietà tra gli appartenenti ad esse.

Perché nascessero i primi moti sindacali e le prime organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori bisognò aspettare la fine del secolo XIX, quando in Italia attecchì l’azione di alcuni agitatori politici riconducibili al filone del socialismo di matrice anarchica. Carlo Cafiero, Errico Malatesta ed Andrea Costa furono tre delle personalità più attive nel campo della lotta per l’emancipazione del proletariato e della difesa dei lavoratori: a Cafiero, tra l’altro, si deve la redazione di un compendio de “Il Capitale” di Marx che raggiunse un vasto pubblico di lettori. Costa, a differenza degli altri due uomini politici, comprese come solo l’organizzazione politica avrebbe potuto fornire un valido aiuto alle istanze dei lavoratori italiani ed optò per la fondazione, nel 1881, del Partito socialista rivoluzionario della Romagna. Quest’ultimo gli permise di potersi presentare alle elezioni successive e di poter essere eletto, primo tra i socialisti, alla Camera dei deputati.

Nel frattempo, si andava organizzando anche il proletariato più attivo e, secondo la terminologia marxista, più cosciente del proprio ruolo nella società, ovverosia quello del Nord Italia. A Milano venne fondato, sempre negli anni ’80 del secolo XIX, il Partito operaio italiano. L’organizzazione partitica venne ritenuta dunque, in un primo momento, diretta espressione della volontà dei lavoratori ed essa venne preferita, grazie alla possibilità di offrire rappresentanza politica, alle associazioni sindacali, le quali pure conobbero un incremento alla fine del secolo. Basti pensare che sorsero sia le rappresentanze nazionali delle categorie lavoratrici, cioè le federazioni di mestiere, sia quelle operanti su base locale (comunale), quali le camere del lavoro.

Inoltre, a causa dell’efficace azione di diffusione e propaganda delle idee socialiste si ebbe il primo grande sciopero nazionale, che interessò il mantovano ed il Polesine a cavallo tra il 1884 e il 1885.

Nonostante gran parte del proletariato seguisse come propria stella polare l’ideologia socialista, durante il pontificato di Leone XIII fu riservata dalla Chiesa cattolica un’attenzione mai riscontrata prima nei confronti del mondo del lavoro. Conscio della necessità di riavvicinare la Chiesa alla società italiana e di non permettere che essa venisse superata dall’evoluzione dei costumi, Leone XIII enunciò nell’enciclica Rerum novarum (1891) la dottrina sociale della Chiesa, che sarà d’ispirazione per molti intellettuali e uomini politici provenienti da ambienti cattolici: per fare un esempio, ad essa si ispirò il più volte Presidente del Consiglio della Democrazia cristiana Amintore Fanfani.

La Rerum novarum rappresentava una novità assoluta per la Chiesa, dal momento che per la prima volta il papato si occupava espressamente, per di più in un documento ufficiale, delle condizioni di lavoro della comunità cattolica. Si faceva riferimento alla “giusta mercede” che il datore di lavoro doveva corrispondere ai lavoratori, mentre questi dovevano astenersi dal compiere atti che potessero turbare la concordia tra le classi sociali. Alcuni vi hanno visto un riferimento esplicito alle corporazioni medievali di arti e mestieri, che radunavano al proprio interno i rappresentanti sia dei datori di lavoro che degli operai, per giungere in loco ad una sintesi tra gli interessi in contrasto. Veniva, al tempo stesso, riconosciuta la possibilità per i lavoratori cattolici di potersi riunire, a tutela dei diritti della categoria, in apposite associazioni sindacali, già note come “leghe bianche” e che, soprattutto al Centro Sud, costituiranno il nerbo dell’attivismo sindacale, con modalità di lotta non dissimili da quelle adoperate dai sindacati socialisti.

Nel 1892 circa trecento tra delegati del Partito operaio italiano, delle federazioni di mestiere, delle camere del lavoro e della galassia anarchica si riunirono a Genova per fondare un partito a tutela e in rappresentanza dei lavoratori italiani. Non vi fu, però, accordo tra gli aspiranti membri sugli obiettivi che l’organizzazione avrebbe dovuto perseguire ed una delegazione, guidata da Filippo Turati, preferì abbandonare i lavori e spostarsi in altra sede, dove decise di dare vita al Partito socialista dei lavoratori, in seguito diventato nel 1895 Partito socialista italiano.

Filippo Turati era un figlio dell’alta borghesia lombarda, la cui formazione politica egli dovette in gran parte all’incontro con Anna Kuliscioff, esule russa che si era stabilita in Italia dopo aver girato per l’Europa. Gli obiettivi perseguiti da Turati a breve termine consistevano nel miglioramento delle condizioni lavorative del proletariato, nell’adeguamento dei salari e in una maggiore rappresentanza sindacale, anche se il fine ultimo dell’azione del Partito socialista era la realizzazione della socializzazione dei mezzi di produzione e l’abolizione della proprietà privata.

Il codice penale approvato nel 1890, sotto il Governo Crispi, d’ispirazione liberale e passato alla storia come “codice Zanardelli”, riconobbe l’esercizio della libertà di sciopero (non ancora riconosciuto dal legislatore come diritto vero e proprio), depenalizzandolo. Anche se, a fare da contraltare alle disposizioni del codice penale, furono le leggi di pubblica sicurezza che consentivano l’invio al domicilio coatto degli esponenti sovversivi senza l’autorizzazione del magistrato.

Dal 1891 al 1893 in Italia vi fu il Governo Zanardelli-Giolitti, in cui allo statista piemontese venne assegnato il delicato ruolo di Ministro dell’Interno. La condotta tenuta da Giolitti dinanzi alle rivendicazioni operaie caratterizzerà l’intera parabola della sua esperienza politica, dal momento che egli sin dall’inizio manifestò la propria contrarietà a far intervenire la forza pubblica durante gli scioperi e le manifestazioni dei lavoratori, ritenendo che il dovere dello Stato liberale fosse quello di astenersi dai conflitti di classe e di svolgere il semplice ruolo di arbitro della contesa. Inoltre, nell’ottica di Giolitti l’approvazione di provvedimenti legislativi a carattere speciale e di una forma embrionale di stato sociale avrebbe determinato un raffreddamento delle tensioni sociali presenti nella società italiana di allora. È sotto questo Governo che vennero approvate le prime leggi sulla previdenza per i lavoratori e l’assistenza agli invalidi, sulla regolamentazione del lavoro minorile e femminile e sull’istituzione del Consiglio superiore del lavoro, organismo consultivo al cui interno erano presenti i membri dei sindacati.

La politica giolittiana dell’astensione dai conflitti sociali conobbe attuazione pratica in occasione di una ondata di scioperi che investì l’Italia in seguito alla morte di un minatore durante una manifestazione a Genova. La contesa venne reindirizzata sui binari della vertenza sindacale ma il mancato intervento della forza pubblica per reprimere i dissensi suscitò sconcerto e nervosismo nella classe imprenditoriale e negli ambienti più conservatori, che non mancarono in seguito di privare Giolitti del loro appoggio.

Dimessosi Giolitti a seguito dello scandalo della Banca romana, il secondo governo Crispi (1893-1896) adottò il pugno di ferro di fronte alle rivendicazioni operaie, soprattutto nelle zone dove le proteste e le manifestazioni erano sfociate in violenze sistematiche. Nel 1894 lo statista siciliano adottò una serie di leggi, note come “antianarchiche”, con le quali dispose lo scioglimento dei circoli anarchici presenti sul territorio, ma estendendone l’applicazione anche ai movimenti irredentisti, alle associazioni cattoliche più intransigenti e, soprattutto, nei confronti del Partito socialista, che costituiva il vero bersaglio di quel pacchetto legislativo.

Inoltre egli fece dichiarare lo stato d’assedio, con il conseguente trasferimento all’esercito dei poteri di controllo dell’ordine pubblico, nella zona della Lunigiana, dove si erano propagati dei moti insurrezionali scatenati dagli anarchici e in Sicilia, dove il movimento dei Fasci siciliani avanzava richieste di miglioramento delle condizioni di vita e sollevava proteste contro una tassazione sui beni di prima necessità giudicata troppo esosa.

Grazie al decollo industriale che il nostro paese conobbe tra l’inizio del XX secolo e l’entrata nella Prima guerra mondiale, durante l’età giolittiana si formò quel proletariato industriale assente negli anni successivi all’unificazione. Nel 1906 nacque la prima confederazione sindacale che raggruppava le precedenti federazioni di mestiere presenti sul territorio nazionale, la Confederazione generale del lavoro (CGL). Nel 1910 a dotarsi di un’organizzazione sindacale furono, a loro volta, i datori di lavoro che diedero vita a Confindustria.

Gli anni che precedettero il primo conflitto mondiale si caratterizzarono per l’ascesa nei consensi del Partito socialista, alla cui guida nel frattempo si era imposta la corrente rivoluzionaria o massimalista, in seguito al congresso di Reggio Emilia del 1912. A fronte delle istanze riformiste avanzate da Bissolati e Bonomi, che volevano privare il partito delle connotazioni ideologiche più accese per farne un’organizzazione politica con al centro la sola tematica del lavoro e al tempo stesso manifestavano la volontà di collaborare con le forze democratico-borghesi, si affermò la corrente rivoluzionaria. Tale corrente aveva come suo principale esponente un giovane agitatore romagnolo, Benito Mussolini, che divenne direttore del quotidiano del partito “l’Avanti”.

Nell’Italia del Centro Nord la presenza del Partito socialista era molto forte, esprimendosi nel controllo delle amministrazioni comunali e soprattutto delle “leghe rosse”, associazioni sindacali che rappresentavano quasi tutti i lavoratori presenti nella zona di riferimento. Il sistema delle leghe rosse, se da un lato tutelava le posizioni del proletariato, dall’altro presentava decise storture, dal momento che chi non ne faceva parte non aveva praticamente possibilità di trovare occupazione. Infatti, le leghe gestivano in proprio degli uffici di collocamento ai quali era necessario essere iscritti per poter essere cooptati dai datori di lavoro. Vedremo in seguito come il sistema messo su dalle leghe crollò sotto i colpi dello squadrismo fascista, specie nelle regioni della Val Padana grazie all’appoggio che gli fu concesso dagli agrari.

Alla fine del secolo sorse anche il primo sindacato dei coltivatori diretti, Federterra, che raggruppò circa duecentomila esponenti. All’interno del mondo agricolo, però, vi erano delle differenze tra i contadini ovvero i braccianti a chiamata diretta ed i piccoli mezzadri e gli affittuari che ambivano, a differenza dei primi, alla proprietà della terra.

Nell’anno precedente l’entrata in guerra, l’Italia fu scossa da moti insurrezionali, appoggiati dal Partito socialista, che fecero temere per la stabilità delle istituzioni liberali. Nelle Marche e in Romagna, nella prima settimana del giugno del 1914, infatti, si registrò un’ondata di violenze senza precedenti, che culminarono nell’occupazione di municipi, in atti di sabotaggio delle linee di comunicazione e di trasporto e, addirittura, nel sequestro di militari inviati per sedare le rivolte. Passata alla storia come “settimana rossa”, queste sommosse non portarono però ad alcun risultato concreto e palesarono, per la prima volta, i limiti dell’azione politica dei socialisti. Questi ultimi, però, nonostante durante la guerra fossero rimasti sostanzialmente ai margini della scena politica nazionale, non persero consenso elettorale ma, anzi, furono premiati alle elezioni del 1919 con uno strepitoso successo.

Cessate le ostilità belliche, il paese conobbe un periodo caratterizzato da violente proteste di piazza e da un livello di conflitto sociale molto elevato. Diversi furono i fattori scatenanti la situazione di caos in cui piombò il nostro Paese: sicuramente la crisi economica, dovuta alle privazioni e alle devastazioni causate dalla guerra e che costrinsero il Governo a liberalizzare il prezzo del pane per far fronte all’enorme deficit di bilancio. Un ruolo lo giocò anche il ritorno alla vita civile di quanti avevano combattuto al fronte, ma avevano dovuto accontentarsi di una “vittoria mutilata”. Infine era giunta in Italia l’onda lunga proveniente dalla Russia, dove la rivoluzione bolscevica aveva portato al potere i comunisti di Lenin.

Nel 1919 il sindacato di categoria dei metalmeccanici, il più solido all’interno della Confederazione generale del lavoro (la FIOM, Federazione italiana operai metallurgici), proclamò una serie di scioperi al fine di ottenere un miglioramento delle condizioni salariali e lavorative. Va ricordato che tra il 1900 e il 1915, grazie al decollo industriale del Paese, i salari dei lavoratori impiegati nel settore secondario erano cresciuti di molto, così come ancor di più erano aumentate le paghe dei salariati impiegati nell’agricoltura. In seguito al rifiuto opposto dalle rappresentanze degli industriali, la Fiom diede l’ordine a circa quattrocentomila operai di occupare le fabbriche, la cui sorveglianza venne affidata alle “guardie rosse”, delle vere e proprie ronde armate di operai. Anche il settore dei servizi pubblici, tradizionalmente poco sindacalizzato, conobbe una serie impressionante di astensioni dal lavoro dei propri dipendenti.

L’esperienza dell’occupazione delle fabbriche, che sembrava essere il prodromo di una rivoluzione socialista in Italia, non produrrà gli effetti sperati dal sindacato, dal momento che la CGL riuscì a riportare la contesa sul piano di una tradizionale vertenza sindacale. La sensazione diffusa nel mondo politico era che i socialisti aspettassero la rivoluzione, invece di portarla essi stessi a compimento e lo spavento suscitato dall’occupazione delle fabbriche, al culmine del “biennio rosso” (1917-1919), portò alla sedimentazione di un sentimento di ostilità accesa presso gli industriali e i ceti medi, sul quale il nascente movimento fascista farà leva per affermare con la forza il suo predominio.

La componente del Partito socialista più attenta e permeabile rispetto a quanto accadeva in Russia decise, nel 1921, di dare vita al Partito Comunista d’Italia all’esito del congresso di Livorno. I giovani intellettuali comunisti che gravitavano attorno all’orbita della rivista “L’ordine nuovo”, tra i quali c’era Antonio Gramsci, guardavano con interesse al modello dei soviet, ovverosia dei consigli di fabbrica, sperimentato nell’Urss e spingevano per una sua diffusione capillare nelle città con i nuclei industriali più avanzati, specialmente a Milano e Torino.

La nascita del fenomeno squadrista e il propagarsi della violenza da essa esercitata determinarono l’entrata in crisi sia del Partito socialista che delle rivendicazioni dei lavoratori, dal momento che questi con le violenze del biennio rosso e con l’ostilità manifestata verso l’idea di patria si erano attirati l’ostilità di una buona fetta della popolazione italiana. L’azione militare delle squadre ebbe ad oggetto le camere del lavoro, le leghe rosse, i municipi e le sedi delle associazioni socialiste e popolari, che vennero distrutte e date alle fiamme al termine delle spedizioni.

Il fascismo, movimento di per sé molto eterogeneo, raggruppava al proprio interno diverse correnti politiche, tra le quali un posto di rilievo spettava al sindacalismo rivoluzionario. Amico personale del futuro duce Mussolini fu Filippo Corridoni, giovane sindacalista parmense e leader della corrente italiana, che morì in guerra da volontario interventista nel 1916. Uno dei quadrumviri della Marcia su Roma, Michele Bianchi, proveniva anche lui dalle fila del sindacalismo rivoluzionario. Questo movimento nacque in Francia alla fine dell’Ottocento, sulla spinta dei contributi dottrinari apportati dallo studioso Georges Sorel: questi, nelle Reflexions sur la violence, teorizzò la funzione fondamentale ricoperta dalla violenza e ne esaltò la funzione di mito ispiratore per il proletariato. Le tesi soreliane, negli anni successivi, avranno un’importanza fondamentale nella formazione politica di Mussolini.

Giunto al potere con la Marcia su Roma del 28 ottobre 1922 il fascismo, dopo una prima fase “liberista” nella quale si limitò a licenziare dai pubblici impieghi le fasce di lavoratori più sindacalizzate (specie nel ministero delle Poste e telegrafi), avviò la stagione della politica totalitaria, in seguito alla crisi sorta a causa del delitto Matteotti del giugno 1924. Nel 1926 in base agli accordi di Palazzo Vidoni, stipulati grazie all’opera del capo del sindacalismo fascista Edmondo Rossoni (anch’esso proveniente dalle fila del sindacalismo rivoluzionario), fu sancito l’obbligo di iscrizione ai sindacati fascisti e il divieto di contrattazione con sindacati diversi da quelli, che di fatto divennero gli unici presenti sulla scena nazionale.

La concezione economica mussoliniana, fondata sul modello del corporativismo, prevedeva il contemperamento degli interessi contrastanti all’interno delle corporazioni che avrebbero dovuto rappresentare organicamente le istanze di entrambe le categorie, lavoratori e datori di lavoro, in vista della realizzazione di un fine superiore, la produzione nazionale. Anche se sotto il regime fascista vennero approvate numerose leggi a tutela delle classi lavoratrici, come quelle sull’orario minimo di lavoro, sull’assicurazione obbligatoria, sul lavoro minorile e femminile e sull’assistenza agli infortunati sul lavoro, va sottolineato come a causa dell’assenza di sindacati svincolati dal potere politico i salari dei lavoratori dipendenti subirono una contrazione di circa il 20%.

Approfittando della situazione di caos in cui era precipitata l’Italia dopo la seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943 e l’armistizio firmato con gli Alleati l’8 settembre dello stesso anno, la Confederazione Generale del Lavoro risorse dalle sue ceneri nel settembre del 1944 in seguito ad un incontro tenutosi nella Roma ancora occupata dall’esercito tedesco. Le due principali componenti, quella cattolica e quella social-comunista, erano equamente rappresentate negli organismi direttivi, anche se la seconda presentava una schiera di aderenti decisamente più numerosa della prima.

Nel dopoguerra si verificò un episodio di cronaca, che suscitò un clamore tale nel Paese da determinare una serie di manifestazioni di piazza violente: l’attentato a Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista, ad opera di un giovane di destra. A seguito dell’accaduto, sull’onda della tensione altissima che si riverberava in Italia e che faceva presagire un’insurrezione delle sinistre, la componente social-comunista della CGL proclamò una serie di scioperi nazionali, in disaccordo con la corrente cattolico-moderata. Quest’ultima, dal canto suo, per protesta uscì dalla CGL e fondò una nuova federazione sindacale, la CISL (Confederazione italiana sindacale del lavoro). Poco dopo, anche i socialdemocratici ed i repubblicani optarono per la creazione di una nuova sigla sindacale, la UIL (Unione italiana del lavoro). Queste tre sigle sindacali saranno, tra alterne fortune, le principali protagoniste della scena economica e politica nazionale, almeno fino agli anni più recenti.

Durante i governi De Gasperi (1948-1953), la CGL rappresentò una delle principali forze di opposizione nei confronti delle politiche di austerity che, per volontà soprattutto della componente liberale degli esecutivi, puntavano ad un miglioramento del saldo di bilancio attraverso il contenimento della spesa e la stretta sui salari dei lavoratori, i quali continuavano a versare in condizioni di vita al limite della tollerabilità. Il ministro dell’Interno Mario Scelba, in carica quasi ininterrottamente dal 1947 al 1955, fu il principale bersaglio delle veementi manifestazioni sindacali organizzate dalla CGL, indette soprattutto a favore dei braccianti del Sud Italia. Queste manifestazioni si concludevano spesso con scontri tra lavoratori e forze dell’ordine e in diverse occasioni ci furono delle morti tra coloro che protestavano, alimentando il risentimento delle classi lavoratrici nei confronti di politiche reputate illiberali e puramente repressive.

Gli anni del miracolo economico avevano visto un netto miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori salariati ed un conseguente quanto fisiologico allentamento delle tensioni sociali. Al contempo, la nascita della stagione del centrosinistra aveva visto prima l’appoggio esterno e poi la partecipazione al Governo con la Democrazia cristiana del Partito socialista italiano; circostanze che determinarono l’avvio di un programma di riforme sociali ed economiche, non portato del tutto a compimento.

Successivamente l’Italia conobbe un periodo contraddistinto da un’elevata conflittualità politica e sociale, innescata dalla contestazione giovanile proveniente da oltreoceano e poi culminata successivamente nell’”autunno caldo” del 1969. Per la fine di quell’anno era previsto il rinnovo dei contratti collettivi nazionali, ma a differenza che nel passato alle rivendicazioni del mondo operaio si sovrapponevano le istanze provenienti da un universo giovanile in fermento, il quale vedeva nel proletario l’alleato naturale per l’abbattimento dell’ordine borghese costituito.

Spesso e volentieri queste spinte centrifughe scavalcarono a sinistra, per grado di intensità e capacità di diffusione, le manifestazioni dei sindacati ormai ritenute non più in grado di rispondere alle esigenze, sempre più pressanti, di una società in continua evoluzione e troppo compromessi con le istituzioni ed i partiti che ci si proponeva di rimpiazzare.

Gli anni che seguirono furono caratterizzati da un clima di violenza mai visto nell’Italia repubblicana ma le tre principali confederazioni sindacali riacquistarono il loro peso specifico nella dialettica lavorativa, grazie soprattutto all’adozione dello Statuto dei lavoratori con legge n. 300/1970, il quale attribuiva e riconosceva ai lavoratori una serie di diritti e libertà sindacali anche all’interno delle fabbriche. Le tre sigle decisero nel 1972 di confluire in una medesima organizzazione, riacquistando in questo modo l’unità di intenti originaria e assumendo un’importanza chiave nei rapporti tra la cittadinanza e le istituzioni: esse affiancarono spesso i partiti nell’agone politico, a volte prendendone anche il posto e venivano regolarmente convocate per tavoli di concertazione che esulavano dalle loro competenze strette. L’idillio tra i tre sindacati ebbe, però, breve durata dal momento che nel giro di pochi anni essi decisero di separare nuovamente le loro strade.

“Il movimento del 1977”, una seconda ondata di contestazione soprattutto studentesca, incrinò fortemente la fiducia di cui i sindacati avevano goduto nei primi decenni della storia repubblicana, al punto che è rimasta impressa nella memoria collettiva l’aggressione che subì lo storico segretario della CGL Luciano Lama presso l’Università “La Sapienza” di Roma, per mano degli studenti che lo contestavano ad un comizio. I sindacati iniziarono a perdere quel ruolo chiave che essi avevano ricoperto fino ad allora nella società, come fu evidente nel corso degli anni Ottanta quando due vertenze da essi avviate li videro uscire, in entrambe le occasioni, da sconfitti.

La prima questione che palesò l’evidente perdita di prestigio ed autorevolezza dei sindacati fu il tavolo aperto con la Fiat, che aveva deciso di chiudere alcuni suoi stabilimenti. Dinanzi all’ondata di scioperi ed occupazioni che ne derivò, nel 1980 i quadri intermedi della società reagirono con un’imponente manifestazione per le strade di Torino, “la marcia dei quarantamila”, chiedendo a gran voce il ripristino dell’ordine e delle normali condizioni lavorative. La Fiat vide, quindi, venire in suo soccorso i suoi stessi dipendenti, in maniera del tutto inaspettata.

La seconda occasione in cui i sindacati manifestarono la perdita del potere contrattuale di cui erano titolari in passato fu la riforma del meccanismo della scala mobile, introdotto negli anni ’50 per adeguare i salari dei lavoratori dipendenti al costo della vita. Il Governo Craxi decise di abolirlo, dapprima con decreto legge ed in seguito al termine di una lunga battaglia parlamentare per la conversione in legge. I sindacati, appoggiati dai comunisti, decisero di sottoporre la legge a referendum abrogativo nel 1985 ma non venne raggiunto il necessario quorum strutturale dei votanti.

Nell’epoca attuale, caratterizzata dalla rivoluzione digitale e dalla globalizzazione, i sindacati hanno ulteriormente perso il peso che essi avevano nel Novecento, anche a causa della strutturale trasformazione dell’economia, la quale ha visto spostare il suo centro in Italia dal settore secondario al terziario. Inoltre gli organismi sindacali sono stati investiti dalla forte crisi di rappresentatività che ha connotato la nostra recente stagione politica, producendo come conseguenza un fiorilegio di sigle autonome e la perdita di fiducia nei confronti delle tradizionali organizzazioni sindacali. Queste ultime, se fino all’inizio del Duemila riuscivano ancora a organizzare imponenti manifestazioni di piazza, come lo fu quella di contestazione nei confronti del governo Berlusconi nel 2002, oggi risentono del mutamento radicale delle pratiche di governo, delle relazioni economiche, perfino dello stesso linguaggio adoperato, da molti percepito come anacronistico ed obsoleto rispetto al tempo in cui viviamo.


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