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Il rapporto tra il reato di ragion fattasi ed i reati a base violenta contro la persona.

Maria Chiara D’Ambrosio

Il rapporto tra il reato di ragion fattasi ed i reati a base violenta contro la persona.

Il reato cd di “ragion fattasi” è previsto dall’art. 393 c.p. che punisce colui che, al fine di esercitare un preteso diritto, si fa arbitrariamente giustizia da sé usando violenza o minaccia sulle persone.

La norma, unitamente alla fattispecie prevista ex art. 392 c.p., esprime il divieto generale di autotutela privata ed afferma il monopolio dello Stato nell’esercizio della funzione punitiva.

La norma descrive un reato proprio esclusivo o cd di mano propria in quanto il legislatore prevede in capo all’agente una specifica qualificazione soggettiva consistente nella titolarità di una pretesa giuridica. La caratterizzazione soggettiva incide su due aspetti diversi.

In primo luogo la qualificazione della fattispecie come reato proprio esclusivo determina l’inoperatività dell’art. 117 c.p. in tema di concorso nel reato proprio, posto che la norma ha una funzione d’incriminazione solo riguardo ai reati propri non esclusivi, con la conseguenza che il terzo concorrerà nel reato proprio in questione qualora aiuti o agevoli la condotta dell’intraneus.

La caratterizzazione soggettiva dell’agente rileva anche nell’ottica di perimetrare l’ambito oggettivo del reato in questione. Il legislatore, nell’art. 392 c.p., utilizza la locuzione “al fine di esercitare un preteso diritto” il che postula che la pretesa creditoria debba promanare da un’obbligazione giuridica che rispetti le coordinate civilistiche.

Diversamente, se l’agente usa violenza o minaccia sul debitore rivendicando un debito nascente da un’obbligazione naturale che, per definizione è non giuridica, la fattispecie non si realizza per difetto di un elemento essenziale: l’agente infatti non è titolare di un preteso diritto ma di una pretesa extragiuridica che, in quanto tale, non gode della giustiziabilità innanzi all’Autorità giudiziaria.

Come accennato, il reato si contraddistingue dalla fattispecie che lo precede perché, a parità delle condotte, diverso è l’oggetto materiale: nell’art. 392 c.p. la condotta si riverbera sulle cose mentre nell’art. 393 c.p. la stessa si ripercuote sulle persone.

La fattispecie è punibile a titolo di dolo specifico come si evince dalla locuzione, richiamata nell’art. 392 c.p. I comma “al fine di esercitare…”. Secondo la giurisprudenza ormai consolidata le fattispecie a dolo specifico non urtano con il principio di offensività in virtù della loro assimilazione alla fattispecie tentata: il giudice infatti, prima di elevare l’imputazione, dovrà verificare se la finalità ultronea sia stata oggettivizzata mediante l’esecuzione di atti idonei e univocamente direzionati alla verificazione dell’evento stesso.

Per quanto riguarda l’oggetto giuridico, occorre affermare che la collocazione topografica della norma suggerisce di qualificare la fattispecie come reato plurioffensivo; i beni giuridici presidiati sono due: al bene dell’incolumità personale e della libertà di autodeterminazione si affianca l’interesse pubblico a preservare la corretta amministrazione della giustizia.

Se sia accede all’impostazione dogmatica di autorevole dottrina si può sostenere che il reato in commento è norma a più fattispecie in quanto il nucleo della condotta incriminata è rappresentato dalla violenza o minaccia, ossia da due condotte che sono tra loro fungibili. La conseguenza sarà la realizzazione di un unico reato anche qualora la condotta dell’agente sia caratterizzata dalla combinazione della violenza e della minaccia.

Tuttavia il panorama normativo consegna all’interprete un dato: la condotta violenta sulle persone non caratterizza solo il reato del “farsi giustizia da sé” ma è nucleo essenziale anche di altre fattispecie criminose. Pertanto quando l’agente, ex art. 393 c.p., utilizza violenza sulle persone per recuperare il credito insoddisfatto, si pone il problema di stabilire se tra il reato in questione e quello a base violenta sussista un concorso apparente di norme o un concorso effettivo di reati.

Il quesito va ampiamente scrutinato in quanto non ha una mera valenza dogmatica ma incide in maniera apprezzabile sul trattamento sanzionatorio dell’imputato. Qualora si optasse per il concorso apparente di norme si arriverà ad affermare che all’agente sarà addebitabile un unico reato, mentre se si ritenesse che tra i reati ci sia un concorso effettivo saranno imputati all’autore non uno ma due illeciti con conseguente peggioramento del trattamento sanzionatorio.

I criteri che consentono di discernere il fenomeno dell’apparenza dal concorso effettivo di reati sono 3: al principio della specialità che è l’unico criterio legale generale si affiancano i criteri della sussidiarietà e della consunzione che, a differenza del primo, secondo la giurisprudenza maggioritaria, operano solo se espressamente richiamati da una norma ad hoc.

Il criterio strutturale è previsto ex art. 15 c.p. che prevede i presupposti in presenza dei quali v’è concorso apparente tra norme: all’identità della materia, intesa come medesimezza della fattispecie astratta, si aggiunge il rapporto strutturale tra le norme interessate.

Il rapporto strutturale o di continenza si verifica quando una norma contiene tutti gli elementi dell’altra con l’aggiunta di uno o più elementi specializzanti che possono, a loro volta, assolvere due funzioni: specificano o aggiungono un elemento che invece è assente nella fattispecie base.

Il criterio della continenza, sebbene soddisfi le istanze di legalità e nella, sub specie, i principi di prevedibilità e determinatezza, spesso urta con altri principi costituzionali quali: la proporzionalità della sanzione e la sua adeguatezza al disvalore concreto del fatto.

L’insufficienza del solo criterio legale a dirimere il contrasto anzidetto viene confermata dal fatto che il legislatore, pur in assenza di un rapporto strutturale tra le norme, ne esclude comunque il concorso facendo operare gli altri criteri suesposti.

Si pensi, per esempio, alle clausole di sussidiarietà che il legislatore utilizza nella tipizzazione di numerosi illeciti penali e che consentono di escludere l’applicazione della norma sussidiaria rispetto ad un’altra con essa potenzialmente concorrente.

Si pensi altresì al reato complesso, previsto ex art. 84 c.p. che costituisce estrinsecazione del principio di consunzione e che determina l’esclusione del concorso effettivo di reati sulla logica di una valutazione sostanziale, in assenza di un rapporto strutturale tra le norme coinvolte.

Alla medesima logica si ispira anche la cd progressione criminosa normativamente prevista, nell’ambito della quale la giurisprudenza tende ad includere l’ante factum e il post factum non punibili. Si pensi, nel primo caso, all’art. 302 c.p. che incrimina colui che istiga alcuno a commettere un delitto contro l’incolumità pubblica. Il reato non si configura, per esplicita previsione normativa, allorquando l’istigazione venga accolta e il reato, quindi, commesso.

Si pensi, nel secondo caso, invece, al reato di favoreggiamento reale ex art. 379 c.p. che prevede la locuzione “fuori dei casi di concorso nel reato”. Anche in tale circostanza la locuzione vale ad escludere il concorso tra il reato presupposto e quello di favoreggiamento reale in virtù non di un rapporto strutturale ma di una valutazione sostanziale tale per cui sarebbe sproporzionato imputare all’agente un concorso di reati: il favoreggiamento, infatti, costituisce uno sviluppo fisiologico della commissione del reato presupposto e pertanto non va punito.

Ciò premesso, in ordine al rapporto tra il reato di cui all’art. 393 c.p. e quelli a base di violenza verso le persone, occorre indugiare sull’eventuale operatività di uno dei criteri sopra richiamati al fine di stabilire se tra gli stessi si configuri un concorso apparente di norme o effettivo di reati.

I reati a base di violenza che rilevano in tale contesto e che saranno, pertanto, oggetto di scrutinio sono: il reato di percosse, ex art. 581 c.p., il reato di violenza privata ex art. 610 c.p., il reato di estorsione ex art. 629 c.p.

Orbene, con riferimento al reato di percosse, si immagini il caso in cui l’agente, titolare di un preteso diritto, al fine di recuperare il debito, percuota il proprio debitore. In questo caso la violenza viene perpetrata mediante l’autonomo reato di percosse. In tale evenienza è lo stesso legislatore che esclude il concorso effettivo di reati prevedendo al comma II dell’art. 581 c.p. che, qualora la violenza sia elemento costitutivo o circostanza aggravante di altro reato, la norma non si applica.

In questo caso il legislatore ha fatto ricorso al principio sostanziale della consunzione ritenendo che le percosse rimangano assorbite nel reato di cui all’art. 393 c.p. sulla scorta del fatto che i due reati si pongono, secondo l’id quod plerumque accidit, in rapporto di strumentalità.

A differenza del caso suesposto, i rapporti tra il reato di cui all’art. 393 c.p. e le altre fattispecie richiamate meritano, in assenza di un sussidio normativo esplicito (assenza di una clausola di riserva ad esempio), un’analisi più attenta e problematica.

Il reato di violenza privata, per esempio, ex art. 610 c.p. punisce colui che, usando violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare o commettere qualcosa. L’interferenza con il reato dell’esercizio arbitrario delle funzioni si realizza allorquando l’agente, al fine di soddisfare la propria pretesa, costringe il proprio debitore a fare, tollerare o omettere qualcosa.

Il confronto delle due fattispecie conduce l’interprete a ravvisare un rapporto di continenza tra le stesse posto che entrambe sono accomunate dallo stesso nucleo essenziale: la condotta infatti viene perpetrata con violenza o minaccia. In realtà si può sostenere che tra le norme viga un rapporto di specialità bilaterale per specificazione, ammesso dalla giurisprudenza maggioritaria.

A parità delle modalità esecutive, si può ritenere che l’art. 610 c.p. è speciale rispetto all’art. 393 c.p. nella parte in cui specifica il generico riferimento alla violenza ex art. 393 c.p. A sua volta tale norma è speciale rispetto all’art. 610 c.p. sotto due profili: specifica l’agente ( che non può essere chiunque ma solo il titolare di un preteso diritto) e caratterizza la finalità dell’azione delittuosa ( al fine di esercitare un preteso diritto)

Se si aderisce a tale ipotesi ricostruttiva si può giungere ad affermare che, in questo caso, non v’è concorso effettivo di reati ma la realizzazione della sola fattispecie ex art. 393 c.p. Nelle ipotesi di specialità bilaterale, infatti, l’opinione dominante ritiene che l’individuazione della norma speciale ricada su quella che abbia più elementi specializzanti.

Più problematico invece è il rapporto tra il reato di cui all’art. 393 c.p. e quello di estorsione previsto ex art. 629 c.p.

Tale norma, infatti, punisce colui che, mediante violenza o minaccia, agisce per procurarsi un ingiusto profitto cagionando un danno alla vittima. La norma descrive un reato di evento, di danno, punibile a titolo di dolo.

La collocazione topografica della fattispecie suggerisce di qualificare il reato come plurioffensivo: l’interesse del legislatore è infatti non solo quello di tutelare il patrimonio altrui ma anche quello di preservare i beni personali dell’incolumità psico – fisica e della libertà di autodeterminazione.

Il confronto tra la norma in commento e quello di cui all’art. 393 c.p. è stato oggetto di un lungo dibattito giurisprudenziale. Il quesito ha riguardato proprio l’eventuale configurabilità tra le norme di un concorso effettivo o di un concorso apparente.

Sul punto la giurisprudenza ha affermato che, attesa l’identità del nucleo essenziale della condotta attraverso violenza o minaccia, tra le due fattispecie vige un concorso apparente di norme. Il dibattito tuttavia viene alimentato dall’individuazione dell’elemento di specialità.

Sul punto si isolano due orientamenti che meritano di essere partitamente analizzati.

Secondo un primo orientamento l’elemento specializzante va individuato nell’elemento materiale, ex adverso, a tale teorica se ne contrappone un’altra che invece ravvisa l’elemento specializzante nell’elemento soggettivo.

Nell’ambito della prima teorica si riscontrano altri due approcci: secondo alcuni l’elemento specializzante va ravvisato nel grado di offesa al bene giuridico mentre secondo altri lo stesso va individuato nell’evento materiale che, in caso di estorsione è rappresentato dal profitto ingiusto e dal danno, assenti nel reato di cui all’art. 393 c.p.

Le argomentazioni spese a sostegno di tale teorica sono molteplici.

In primo luogo si valorizza l’esigenza di agevolare l’accertamento probatorio in sede processuale: l’inflizione di un’offesa più elevata e la verificazione di eventi diversi sono empiricamente accertabili e quindi più facilmente provabili.

Ex adverso, l’individuazione dell’elemento specializzante nell’elemento psicologico rende l’accertamento probatorio più complesso, richiedendo un’indagine sul foro psicologico e sulle finalità soggettive dell’imputato che è difficile da condurre.

In secondo luogo si ritiene che l’adesione a tale approccio riduca i margini di discrezionalità del giudice nell’accertamento della fattispecie e nell’irrogazione della sanzione.

A tale teorica se ne contrappone un’altra che invece individua l’elemento specializzante nella caratterizzazione soggettiva della condotta: è la finalità che consente all’autorità di sussumere la condotta nella fattispecie di cui all’art. 393 c.p. oppure nell’art. 629 c.p. Si realizza la prima fattispecie quando il giudice accerti che l’agente abbia agito per esercitare un preteso diritto, si configura la seconda ipotesi criminosa, invece, quando l’agente ha agito per un proprio interesse personale nell’intento di perseguire un profitto ingiusto, danneggiando la persona offesa.

Milita in tale direzione l’argomento letterale: in entrambe le norme il legislatore precisa la finalità che orienta il proposito criminoso dell’agente.

In secondo luogo si supera altresì l’obiezione della tesi contraria: l’adesione all’approccio soggettivo infatti non grava il giudice di un onere probatorio eccessivo. La Corte di cassazione ha infatti precisato che la finalità soggettiva dell’agente va accertata sulla base di un’indagine casistica che tenga conto delle circostanze in cui è stata posta in essere la condotta.

L’indagine del giudice infatti dovrà incentrarsi sulle modalità esecutive della stessa, sulla misura dell’offesa e sull’eventuale danno cagionato: il fatto stesso che la condotta perpetrata sia eccessivamente violenta o sproporzionata rispetto alla finalità di recuperare il proprio credito dimostra che la finalità dell’agente sia ulteriore e sfoci, ex art. 629 c.p., nel perseguimento di un interesse personale di profitto.

Il contrasto suesposto è stato recentemente superato dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite che, ribadendo il concorso apparente tra i due reati in commento, aderisce all’approccio soggettivo sopra descritto.


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