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Lo Stato totalitario fascista: il candidato illustri le istituzioni e il sistema politico del ventennio fascista, mettendo in luce continuità e punti di rottura con l’Italia liberale che l’aveva preceduto.

TEMA DI STORIA CONTEMPORANEA.

Lo Stato totalitario fascista: il candidato illustri le istituzioni e il sistema politico del ventennio fascista, mettendo in luce continuità e punti di rottura con l’Italia liberale che l’aveva preceduto.

Caterina Diani

Come reazione alle frustrazioni nazionali e al diffuso disagio, in un’Europa messa in ginocchio dagli esiti della Prima guerra mondiale e dalla grave crisi economica che ne conseguì, nacquero numerosi movimenti di massa.

In particolare, in Italia i problemi del primo dopoguerra risultarono amplificati dal periodo di instabilità che la classe dirigente liberale stava attraversando, dalla scarsa cultura democratica e dalla generalizzata insoddisfazione derivante dai risultati conseguiti a seguito della Conferenza di Parigi, con specifico riferimento ai territori che l’Italia avrebbe dovuto ottenere.

In più, i costi in termini di vite umane oltre che economici, alla chiusura del Primo conflitto mondiale, furono altissimi per l’Italia. L’apparato industriale, che durante la guerra era cresciuto in maniera sensibile, iniziò a subire le difficoltà della riconversione produttiva, il blocco dell’industria pesante e la smobilitazione dell’esercito fecero aumentare la disoccupazione, mentre l’inflazione divenne galoppante.

L’insieme di questi fattori portò cospicua parte del popolo ad avvicinarsi al nazionalismo, alla questione antidemocratica e antiparlamentare, a sostenere iniziative aggressive e avventurose come l’occupazione di Fiume, alimentata dal mito della “vittoria mutilata”.

Sintomi significativi di tale esteso clima di malcontento furono la formazione del Partito popolare, grazie al quale finì la separazione forzata tra cattolici e vita politica, l’incredibile crescita di consensi ottenuta dai socialisti e la fondazione di gruppi di ex combattenti determinati a darsi una rappresentanza politica autonoma.

Il 23 marzo 1919 si costituirono i Fasci di combattimento, fondati dall’ex socialista massimalista Benito Mussolini e destinati a porre le basi del Partito nazionale fascista, nato un paio di anni dopo.

Inizialmente il movimento si schierò a sinistra, dichiarandosi repubblicano e chiedendo riforme sociali, pur ostentando un forte nazionalismo e un’accesa avversione nei confronti del PSI, e occupò per alcuni mesi una posizione marginale nella vita politica italiana, assumendo solo successivamente un carattere più aggressivo. Cominciò, così, il fenomeno dello squadrismo, in virtù del quale le camicie nere – così chiamate in quanto i militanti fascisti si dotarono di una “divisa” costituita, appunto, da una camicia nera – iniziarono a compiere spedizioni punitive contro case del popolo, circoli, cooperative, tipografie, sedi dei sindacati e del movimento socialista, sostenute o coperte dagli industriali e dai grandi proprietari terrieri, gli agrari, che utilizzarono i fascisti per reprimere i moti contadini e la c.d. “violenza rossa” del biennio 1919\1920.

Le squadre di azione fasciste intensificarono i propri attacchi nel corso del 1921, anche grazie alla tolleranza dimostrata nei loro confronti dalle forze dell’ordine e da vari organi dello Stato, convinti di poter usare il fascismo per ridimensionare l’influenza dei socialisti e dei popolari e per contrastare il pericolo di una rivoluzione comunista anche in Italia. Da quel momento, quindi, la situazione italiana precipitò verso una soluzione autoritaria della crisi politica, visto che parte della classe dirigente si convinse della necessità di impiegare la violenza nera per riacquistare controllo sociale e politico del Paese.

Nel novembre di quello stesso anno Mussolini fondò il Partito nazionale fascista (PNF) per meglio inserirsi nel gioco politico ufficiale.

Il Governo Bonomi del 1921 e quello Facta del 1922 furono impotenti di fronte allo sgretolarsi dello Stato liberale dinnanzi alla reazione fascista. Bonomi avrebbe voluto arrivare ad una pacificazione nazionale, con un compromesso tra fascisti e socialisti garantito dallo Stato che fungesse da presupposto per il ristabilimento della legalità violata. Ciò si dimostrò, nei fatti, inattuabile: l’apparato statale, dopo aver rinunciato per due anni alla funzione essenziale della tutela dell’ordine pubblico, risultava essere impossibilitato a fungere da garante nella distensione delle ostilità, tenuto anche conto delle connivenze burocratiche e militari nei confronti della sovversione fascista.

Facta, capo dell’ultimo Ministero espresso dal Parlamento liberale, non fu più in grado di frenare il cammino fascista verso la presa del potere. E la marcia su Roma del 28 ottobre 1922 finì con l’essere attuata in modo del tutto incruento, vista la scarsa resistenza opposta dalle strutture dello Stato liberale nei confronti di quella iniziativa insurrezionale. Il Governo Facta, infatti, dichiarò lo stato d’assedio, ma il Re Vittorio Emanuele III rifiutò di firmare la proclamazione di tale stato, impedendo all’esercito di disfarsi delle squadre fasciste. Per di più, a seguito delle dimissioni di Facta, il Re scelse di incaricare Mussolini di formare un nuovo Governo, benché fosse chiaramente il responsabile del colpo di Stato. In pochi furono in grado di capire da subito che la marcia su Roma e il conseguente incarico a Mussolini infersero un colpo letale allo Stato liberale e alle sue strutture. L’ascesa di Mussolini al potere avvenne, infatti, nell’apparente rispetto delle forme statutarie, anche se la violenza che ne aveva costituito le basi poneva già in dubbio la permanenza, per l’avvenire, delle libertà e delle guarentigie costituzionali e la minaccia intimidatrice delle sue ormai incontrastate squadre d’azione gli consentirono di poter iniziare la costruzione di un sistema autoritario sulle macerie dello Stato liberale risorgimentale.

L’istituzione del regime totalitario avanzò gradatamente, tramite una serie di tappe intermedie contraddistinte dal progressivo accrescimento del potere personale del capo del Governo, dalla graduale subordinazione di tutti i poteri alla volontà del partito (prima dominante e poi unico), e dalla sostanziale riforma della cornice statutaria. Furono, pertanto, stabiliti i presupposti della dittatura personale e create le condizioni politiche indispensabili per la costituzione del regime fascista.

In una fase di concreta precarietà politica riguardo le sorti dell’ordinamento statutario, la circostanza che organi dello stesso coesistessero con gli organi del PNF e che i corpi armati statali fossero affiancati dalle squadre d’azione resero evidente il disegno eversivo nei confronti del sistema e l’inizio del piano di Mussolini di fascistizzazione dello Stato. Invero, una volta al potere, Mussolini creò il Gran Consiglio del Fascismo, organo permanente del Partito e principale ispiratore delle politiche del Governo, e inserì le squadre fasciste nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, un vero e proprio corpo armato del partito che continuò, quasi indisturbato, a sferrare violenti attacchi contro ogni oppositore del regime. Sebbene la costituzionalizzazione del Gran Consiglio avvenne solo più tardi, nel 1928, sin dal principio la sua composizione – personalità del Ministero e dell’apparato statale, membri del PNF – e la sua attività palesarono l’intenzione mussoliniana di affiancare e persino sostituire le istituzioni statuali con quelle partitiche. Siffatta sovrapposizione tra organismi e funzioni statali e di partito risultò particolarmente evidente, fin dall’inizio, nella politica amministrativa, con particolare riferimento al controllo prefettizio sulle organizzazioni locali del Partito e l’analoga sorveglianza di quest’ultimo sull’attività dei Prefetti, attraverso l’impiego sempre crescente degli organi dello Stato per rafforzare il potere fascista.

Nelle elezioni del 1924 il PNF ottenne il 65% dei seggi grazie all’attuazione della Legge Acerbo, la quale, predisposta dal Gran Consiglio ed elaborata dal deputato Giacomo Acerbo, per assicurare al partito di Mussolini una solida maggioranza parlamentare, costituiva un collegio unico nazionale e riservava al partito che avesse conseguito la maggioranza dei suffragi i 2\3 dei seggi della Camera, ripartendo il restante terzo tra le liste minoritarie in base alla percentuale dei voti ottenuti da ciascuna di esse. La riforma Acerbo introdusse, inoltre, il principio della designazione dall’alto dei deputati, inseriti nel c.d. listone, formato da persone di sicura fiducia del Partito e del Governo. La chiara portata illiberale e antidemocratica di tale legge elettorale, il perdurare delle violenze e della illegalità, le intimidazioni e le minacce agli esponenti antifascisti, una rigida censura sulla stampa di opposizione e indipendente rivelarono in maniera lampante come Mussolini non avrebbe più permesso il mantenimento di una qualsiasi dialettica politica, né in Parlamento né nel Paese.

Epilogo di questo clima di intimidazione, violenza e illegalità fu l’assassinio di Giacomo Matteotti, esponente della sinistra riformista e moderata, da parte degli squadristi in conseguenza della fervente requisitoria da lui pronunciata in Parlamento contro il fascismo, denunciando i brogli e le irregolarità commesse durante le elezioni; uccisione a cui seguì l’abbandono della Camera da parte di numerosi deputati di opposizione in segno di protesta per il tragico evento, dando luogo alla c.d. secessione dell’Aventino. La speranza di questi parlamentari di smuovere il Sovrano affinché rompesse con il Governo restaurando una condizione di legalità e normalità istituzionale si rivelò vana. Infatti, Vittorio Emanuele III rimase inerte e Mussolini decise di assumere tutta la responsabilità storica, politica e morale dell’accaduto, annullando le ultime garanzie liberali e sancendo di fatto la fine del sistema liberale statutario instaurato nel 1848.

Da quel momento furono adottati importanti atti costituzionalmente rilevanti al fine di introdurre il regime autoritario e instaurare la dittatura personale di Mussolini. Tra la fine del 1925 e il 1926, invero, il capo del Governo decretò la soppressione di ogni libertà mediante una serie di provvedimenti, chiamati Leggi fascistissime, attraverso i quali l’Italia divenne uno Stato totalitario. Si procedette alla fascistizzazione della stampa, alla persecuzione degli antifascisti, al rafforzamento dei poteri del capo del Governo, alla reintroduzione della pena di morte, all’istituzione di un Tribunale speciale per la difesa dello Stato, alla creazione dell’OVRA – forza di polizia segreta col compito di far scomparire ogni manifestazione di dissenso – e allo scioglimento di tutti i partiti, eccetto quello fascista, facendo così scomparire anche le ultime vestigia del sistema parlamentare preesistente, il quale si basava sulla necessaria pluralità delle formazioni politiche rappresentate nelle Camere e sul diverso ruolo che in queste dovevano esercitare maggioranza e opposizione.

Nel dettaglio, le leggi fascistissime modificarono profondamente il diritto pubblico italiano adeguando la struttura dell’ordinamento statale alle aspirazioni autoritarie e alle esigenze autocratiche di Mussolini. La legge sulle attribuzioni e prerogative del capo di Governo, infatti, gli garantiva preminenza assoluta riconoscendogli poteri e prerogative estranei alla tradizione liberale e alla prassi parlamentare, in virtù delle quali il Presidente del Consiglio era considerato un primus inter pares nei confronti degli altri componenti del suo Governo. Egli diventava superiore gerarchico rispetto ai ministri, nominati e revocati dal Sovrano su sua indicazione e responsabili sia verso il Re che verso il primo ministro per i provvedimenti del loro ministero. Si prevedeva, altresì, l’estromissione del Parlamento da ogni controllo sull’Esecutivo il quale poteva essere revocato soltanto da Re di sua iniziativa, escludendo, dunque, la possibilità di sanzionare le responsabilità politiche del Ministero tramite mozione di sfiducia. Infine, conferì al capo del Governo il potere di determinare l’ordine del giorno delle Camere, con evidente subordinazione del potere legislativo a quello esecutivo.

La successiva legge sulla facoltà dell’Esecutivo di emanare norme giuridiche non fece altro che confermare la volontà del regime di sminuire le prerogative parlamentari statutarie per raggiungere l’agognata preminenza del Governo sul Parlamento. Tale disciplina, infatti, estendeva al massimo il potere regolamentare del Governo e la possibilità per lo stesso di ricorrere all’esercizio straordinario del potere legislativo, al punto da apparire indubbia l’avvenuta usurpazione della funzione legislativa da parte di un Ministero non più soggetto ad alcuna forma di controllo parlamentare.

Nella seconda metà degli anni ’20, l’Italia si ritrovò, quindi, assoggettata ad un regime autoritario nel quale l’organizzazione statale e quella partitica erano completamente sovrapposte. Mussolini sapeva che per poter attuare i suoi propositi totalitari ed eliminare ogni parvenza di opposizione o resistenza agli stessi, era necessario incanalare nel movimento fascista il cattolicesimo nazionale. La Chiesa cattolica, infatti, con la sua enorme influenza sul popolo, poteva costituire un potenziale limite alle mire fasciste. La firma dei Patti Lateranensi, fortemente voluti da Mussolini al fine di consolidare le basi del suo potere con il favore della Chiesa e con il consenso delle masse cattoliche, costituì un enorme successo politico per il fascismo e l’acquisizione di una posizione privilegiata nei rapporti con lo Stato italiano per la Chiesa cattolica. La stipulazione dei Patti rappresentò un punto di rottura con la linea liberale e separatista impressa al diritto ecclesiastico italiano dalle Leggi Siccardi in poi. Invero, nonostante il primo articolo dello Statuto albertino dichiarasse il cattolicesimo religione di Stato, l’ideologia e la prassi liberali erano ispirati ad ideali laici e separatisti e in virtù di tali principi furono emanate le disposizioni disciplinanti i rapporti tra Stato e Chiesa, prima tra tutte la Legge delle Guarentigie, mai accettata dal Vaticano. Ponendo fine all’applicazione di suddetta legge, attribuendo allo Stato italiano una qualificazione confessionale, introducendo l’insegnamento cattolico impartito secondo la volontà canonica in tutte le scuole statali, rinunciando alla disciplina statale del matrimonio e del diritto familiare rinviando alla normativa ecclesiastica riconosciuta capace di produrre effetti civilmente vincolanti, Mussolini volle rimuovere gli ostacoli interposti alla completa adesione delle masse cattoliche al regime, rendendo più vasto il consenso al proprio potere e giungendo alla definitiva saldatura tra Stato e società civile.

L’opinione pubblica, effettivamente, intensificò il proprio consenso verso il regime e il sigillo politico furono le elezioni del 1929, quelle plebiscitarie per via del sistema adottato un anno prima.

La legge elettorale varata nel 1928, infatti, modificò in maniera radicale il modo di formazione della Camera dei deputati, per adeguarlo al generale clima autoritario e dittatoriale, e fu concepita per permettere la completa fascistizzazione della stessa. Gli elettori dovevano votare con un sì o un no una lista di candidati predisposta dal Gran Consiglio, su proposta dei sindacati e delle altre associazioni o organizzazioni collaterali espresse dal PNF. Mussolini avrebbe voluto comportarsi in maniera altrettanto dura con le opposizioni ancora presenti in Senato, ma il carattere non elettivo e i legami con la Corona della Camera alta gli impedirono di raggiungere gli stessi risultati ottenuti nella Camera bassa. Di conseguenza, sebbene le continue “infornate” di senatori fedeli al regime portarono di fatto ad una fascistizzazione dell’istituto, rimase in Senato una esigua ma notevole minoranza antifascista.

L’effettiva base del totalitarismo, il reale punto di fusione tra Stato e società civile, fu rappresentata, comunque, dal sistema corporativo.

Attraverso la totale disciplina della vita sociale ed economica il regime si proponeva di eliminare i contrasti di classe, sottoponendo alla guida e al controllo dell’apparato statale ogni attività di produzione e di scambio. L’organizzazione del capitale e del lavoro nelle forme previste dal diritto pubblico consentì allo Stato la regolamentazione ed il controllo di ogni attività economica e sociale.

I principi generali del corporativismo fascista furono enunciati nella Carta del lavoro (1927) e istituzionalizzati con la creazione delle Corporazioni, configurate come organismi centrali di collegamento tra le associazioni sindacali dei datori e quelle dei prestatori di lavoro e qualificate come organi dello Stato. La visione del sindacato come ente rappresentativo degli interessi dei suoi consociati, in senso liberale e democratico, venne, dunque, del tutto meno, posto che la corporazione esprimeva primariamente uno strumento dell’azione amministrativa per la vigilanza sulla produzione e sul lavoro, essenziale per l’attuazione degli obiettivi del regime.

Con la soppressione della Camera dei deputati e la sua sostituzione con la Camera dei Fasci e delle Corporazioni nel 1939 si giunse alla completa esautorazione del Parlamento. Questo, infatti, fu ridotto a organo di semplice consulenza normativa, con carattere subordinato e consultivo, spogliato di ogni autonomia dall’Esecutivo, composto da funzionari dipendenti dal regime, privo di rappresentatività, senza alcuna forma di indipendenza persino sul piano delle dinamiche interne.

Anche le prerogative regie furono gradualmente erose a favore del Duce, diventato il vertice effettivo dell’ordinamento e figura carismatica del regime. L’unica facoltà effettivamente rimasta al Sovrano era quella di nominare il capo del Governo, su proposta del Gran Consiglio del fascismo, e di registrare se l’azione dell’Esecutivo continuasse nel rispetto delle direttive fasciste ispiratrici dell’intero sistema. Il Re, infatti, ormai disponeva in maniera soltanto formale del potere di nominare e revocare i ministri, non poteva più ingerirsi nell’indirizzo politico dello Stato, non controllava più direttamente neanche le forze armate, salva soltanto la possibilità di assumerne il controllo formale in tempo di guerra.

Risulta evidente come l’allontanamento dal modello statutario attuato durante il Risorgimento e l’età liberale non potesse essere maggiore.

Invero, lo Statuto Albertino, essendo una Costituzione flessibile, permetteva la sua modifica – anche in pejus – tramite semplici leggi ordinarie, senza bisogno di un procedimento aggravato. La flessibilità della Carta del 1848, che sanciva solo principi generali interpretabili secondo le circostanze politiche, permise, quindi, la costruzione dello Stato autoritario, finendo per costituirne la base giuridica.

La decisione di Mussolini di intervenire al fianco della Germania nazista nella Seconda guerra mondiale segnò il progressivo distacco della società dal regime e il suo definitivo fallimento.

Il fascismo fu percepito dalla popolazione come responsabile della rovina dell’Italia, dei fortissimi disagi che il conflitto aveva causato, delle sconfitte militari, dell’invasione della Patria da parte di truppe straniere, e ciò determinò la crescente opposizione del Paese al regime.

Il dissenso dalla linea filo-tedesca e guerrafondaia di Mussolini si diffuse rapidamente andando a permeare sempre maggiori strati dell’opinione pubblica e persino dello stesso apparato di regime, i cui vertici erano consapevoli della gravità della situazione militare e della crescente opposizione del Paese verso la guerra e la dittatura che l’aveva causata.

Fu agevole, dunque, per il Gran Consiglio del fascismo, supremo organo costituzionale dello Stato, votare un ordine del giorno di sfiducia verso Mussolini, invitando il Re a riassumere il comando effettivo delle forze armate e a riacquistare le prerogative che lo Statuto Albertino gli garantiva.

Vittorio Emanuele III costrinse, quindi, Mussolini alle dimissioni nominando il Maresciallo Badoglio nuovo primo ministro.

Ci si è più volte domandati se le forme costituzionali furono o meno osservate nel corso del procedimento che portò alla caduta di Mussolini e del suo regime. Secondo alcuni, infatti, il Gran Consiglio era un organo sostanzialmente privo di qualunque forma di indipendenza, perché inevitabilmente soggetto all’arbitrio del Duce, e privo della possibilità di manifestare qualsiasi forma di dissenso e opposizione, di conseguenza il voto di sfiducia verso Mussolini e la sua successiva sostituzione sono paragonabili ad un vero e proprio colpo di stato compiuto dalla Monarchia contro il regime. Secondo altri, invece, la costituzionalizzazione del Gran Consiglio lo rese un organo statale autonomo, titolare di una responsabilità propria e di un potere di espressione di una volontà collegiale anche difforme e dissenziente da quella del capo di Governo che lo presiedeva, pertanto deve ritenersi pienamente legittimo il voto espresso il 25 luglio 1943 e le conseguenziali decisioni regie. Si può concludere, quindi, che considerate le circostanze eccezionali nelle quali si trovava l’Italia dopo un ventennio di fascismo e nel bel mezzo di un terribile conflitto mondiale, le istituzioni statali riuscirono comunque a garantire la legittimità del trapasso tra la dittatura mussoliniana e il Governo di Badoglio.

La fine del regime permise la destituzione di tutte le sovrastrutture istituzionali imposte dalla dittatura mussoliniana allo Statuto Albertino. Quest’ultimo, infatti, come accennato, non fu mai formalmente abrogato e ciò ingenerò nel Sovrano – e nel Governo manifestazione diretta della sua volontà – la convinzione di poter assicurare la continuità istituzionale ritornando, una volta cessata la guerra, alla prassi statutaria alterata di fatto ma mai interrotta di diritto. Siffatto disegno conservatore presupponeva la reintegrazione di tutti gli istituti rappresentativi nella forma sancita dallo Statuto, oltre che, naturalmente, il mantenimento della monarchia. Venivano, di conseguenza, chiusa la XXX legislatura, sciolti la Camera dei Fasci e delle Corporazioni e il Gran Consiglio, annunciate ufficialmente elezioni per la formazione della nuova Camera dei deputati, emanate norme per il riordino del Senato e per ripristinare tutte le guarentigie costituzionali.