fbpx

La tutela economica “post mortem” nella convivenza “more uxorio”.

D.ssa Stella Feroleto

All’ interno dell’ ordinamento giuridico italiano, la famiglia è considerata, tradizionalmente, una società naturale fondata sul matrimonio.

Ciò emerge con chiarezza sia dalla disciplina normativa contenuta nella Costituzione repubblicana del 1948, che dalle disposizioni presenti nel codice civile del 1942.

L’ articolo 29 della Costituzione statuisce, infatti, che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti della famiglia come società naturale fondata, appunto, sul matrimonio.

Quest’ultimo, che può essere civile o concordatario, si basa sulla uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia della unità familiare.

Nel caso di morte di uno dei coniugi, il sistema giuridico appresta una serie di garanzie anche dal punto di vista della tutela economica “post mortem” e quindi dal punto di vista successorio nei riguardi del coniuge superstite.

In particolare, il coniuge superstite viene annoverato tra i soggetti legittimari di cui all’ articolo 534 del codice civile in forza del quale le persone a favore delle quali la legge riserva una quota di eredità o altri diritti nella successione sono: il coniuge,  i figli e gli ascendenti.

L’ articolo 548 del codice civile, inoltre, rimarcando indirettamente come la separazione non faccia venire meno gli effetti civili del matrimonio, stabilisce che il coniuge cui non è stata addebitata la separazione con sentenza passata in giudicato ha gli stessi diritti successori del coniuge non separato.

Con particolare riguardo alla successione del coniuge, poi, l’ articolo 581 del codice civile, rubricato “concorso del coniuge con i figli” sancisce che: “quando con il coniuge concorrono i figli, il coniuge ha diritto alla metà dell’eredità, se alla successione concorre un solo figlio ed a un terzo negli altri casi”.

Il coniuge, inoltre, concorre alla successione insieme agli ascendenti, fratelli e sorelle; difatti l’ articolo 582 del codice civile sancisce che al coniuge sono devoluti i due terzi dell’ eredità se egli concorre con ascendenti o con fratelli e sorelle anche se unilaterali, oppure con gli uni e con gli altri.

Ai sensi e per gli effetti dell’articolo 583, poi, il coniuge, in mancanza di figli, ascendenti, fratelli e sorelle, succede per l’intero dell’ eredità. 

Con particolare riguardo, infine, alla posizione del coniuge putativo, l’articolo 584 del codice civile prevede che quando il matrimonio è stato dichiarato nullo dopo la morte di uno dei coniugi, al coniuge superstite in buona fede spetta una quota di eredità. Egli è, però, escluso dalla successione quando la persona della cui eredità si tratta è legata da valido matrimonio al momento della morte.

Dalla disamina delle disposizioni codicistiche si evince, dunque, una grande “favor” da parte del legislatore italiano nei confronti della famiglia fondata sul matrimonio e quindi nei riguardi della posizione successoria del coniuge in caso di morte del marito o della moglie.

Ciò  nonostante , nel corso degli ultimi decenni si è assistito in Italia ad una evoluzione dei costumi familiari ed a una evoluzione dei rapporti tra persone legate da vincoli affettivi che non vogliano o non possano sfociare per ragioni magari legate alla morale cattolica nel matrimonio. 

In tal prospettiva, vi è stata un’ apertura sia da parte dell’ordinamento che da parte del legislatore nei confronti di unioni sentimentali e familiari non consacrate dal vincolo matrimoniale.

Negli ultimi anni è, perciò, emersa la forte esigenza di tipizzazione di una disciplina normativa volta alla regolamentazione della convivenza “more uxorio” e delle unioni civili tra persone omosessuali.

Al riguardo, ha assunto una rilevanza fondamentale la Legge numero 76 del 20 Maggio del 2016 sulla regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e sulla disciplina, appunto, della convivenza.

Con particolare riguardo alla tutela economica “post mortem” delle parti dell’ unione civile e dei conviventi emerge, tuttavia, dalla lettera della legge una evidente disparità di trattamento  tra le due posizioni: mentre, infatti, il comma 21 dell’ articolo 1 della Legge numero 76 del 2016 sancisce che “alle parti dell’ unione civile tra persone dello stesso sesso si applicano le disposizioni previste dal capo III e dal capo X del titolo I, dal titolo II e dal capo II e dal capo V bis del titolo IV del libro secondo del codice civile” in materia di successione tra coniugi, nulla si dispone circa la applicabilità delle medesime disposizioni nei confronti del convivente “more uxorio” in caso di morte dell’ altro convivente.

Stante il persistente vuoto normativo, bisogna allora interrogarsi su quali potrebbero essere degli strumenti di tutela “post mortem” nei confronti del convivente in caso di morte prematura del compagno.

Posto che, secondo parte di autorevole dottrina e di giurisprudenza, stabilire una disciplina per la tutela economica “post mortem” a favore del convivente superstite all’ interno del contratto di convivenza previsto dalla Legge 76 del 2016  si porrebbe in contrasto col principio di ordine generale di cui all’ articolo 458 del codice civile  in base al quale è nulla ogni convenzione con cui taluno disponga della propria successione in vita e, in particolare, si porrebbe in contrasto col divieto di istituire e costituire eredi (quali potrebbero essere in astratto i conviventi) rispetto ad una successione non ancora aperta, si potrebbe affermare che, un primo strumento di tutela economica nei confronti del convivente superstite potrebbe essere rintracciato in eventuali disposizioni testamentarie previste dal convivente.

Nell’attuale assetto sistemico, infatti, il testamento olografo, pubblico o segreto è l’ unico negozio giuridico formale “mortis causa” attraverso il quale, nell’espletamento dell’ autonomia negoziale del singolo, si consente alla persona di disporre del proprio patrimonio per il tempo successivo alla morte.

Tuttavia, di una parte delle sostanze del “de cuius” dovranno necessariamente beneficiare i legittimari con impossibilità di lesione della quota di riserva e di esclusione, da parte del testatore, di taluno di loro dall’asse ereditario, salvo i casi di indegnità previsti “ex lege”; di altra parte del suo patrimonio, invece, il testatore potrà liberamente disporre; in tal senso, ad esempio, dunque, il testatore convivente potrebbe decidere di far in modo che il compagno sia destinatario di un legato, il quale consiste in un’ attribuzione a titolo particolare rispetto a cui il legatario risponderà nei limiti della “res” legata.

È da rilevarsi, tuttavia, che la convivenza è un fenomeno prevalentemente giovanile e che raramente un compagno decide in giovane età di fare testamento in quanto, di norma, non prevede la sua morte come evento imminente.

Dunque, lo strumento del testamento risulta essere, probabilmente, poco efficiente al fine di tutelare le ragioni economiche “post mortem” del convivente “more uxorio” per delle ragioni pratiche.

Un altro strumento che potrebbe, poi, essere utilizzato a tutela economica “post mortem” del  compagno è quello del contratto a favore di terzi di cui agli articoli 1411 e 1412 del codice civile.

In forza dell’ articolo 1412, in particolare, se la prestazione deve essere fatta al terzo dopo la morte dello stipulante, questi può revocare i benefici anche con una disposizione testamentaria ed anche se il terzo abbia dichiarato di volerne profittare, salvo che lo stipulante abbia rinunciato per iscritto al potere di revoca.

Quello del contratto a favore di terzo rappresenterebbe una importante forma di manifestazione dell’autonomia negoziale del singolo e costituirebbe, quindi, un utile mezzo per addivenire ad una tutela pratica economica del convivente per il momento successivo alla morte, senza violare il divieto di patti successori previsto dall’ordinamento giuridico.

Uno strumento di fondamentale importanza a tutela delle ragioni economiche del convivente superstite potrebbe, poi, essere individuato nell’ articolo 2645 ter del codice civile, rubricato: “trascrizione di atti di destinazione per la realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amministrazioni, o altri enti e persone fisiche”.

Tale disposizione normativa, pur rappresentando una importante manifestazione di solidarietà economica nei confronti di determinati soggetti vulnerabili, ha fatto molto discutere in dottrina ed in giurisprudenza.

Secondo un primo filone interpretativo, infatti, con la tipizzazione dell’ articolo 2645 ter nel codici civile, il legislatore italiano avrebbe voluto dare cittadinanza all’interno dell’ ordinamento al cosiddetto “trust” interno che rappresenta un fenomeno di segregazione patrimoniale per determinati fini conseguiti dalle parti.

Il “trust” è stato previsto dalla Convenzione dell’Aja  la quale, a sua volta, è stata recepita in Italia con la Legge numero 364 del 1989, lasciando agli stati la possibilità o meno di prevedere delle disposizioni “ad hoc” con cui ammettere il “trust” negli ordinamenti nazionali.

Il “trust” rappresenta una deroga al principio fondamentale di responsabilità patrimoniale generica di cui all’articolo 2740 del codice civile, in base al quale il soggetto risponde nei confronti dei creditori con tutti i suoi beni presenti e futuri ed è per questo, principalmente, che si dubita del pieno riconoscimento dell’ istituto del “trust” nel sistema italiano; il legislatore italiano, infatti, vuole evitare dei sistemi di segregazione patrimoniale che potrebbero pregiudicare le ragioni dei creditori in caso di inadempimento del debitore.

Tutto ciò premesso sul punto, si potrebbe, comunque, affermare che una delle parti della convivenza “more uxorio” potrebbe ricorrere certamente all’ articolo 2645 ter del codice civile e destinare, con atti coperti dalla garanzia della forma pubblica, beni immobili o beni mobili iscritti in pubblici registri, per un periodo non superiore ai novanta anni o per la durata della vita della persona fisica beneficiaria, a favore proprio del suo compagno al fine di realizzare interessi meritevoli di tutela.

Tali atti di destinazione, fra l’ altro, dovranno essere trascritti al fine di rendere opponibile ai terzi il vincolo di destinazione.

Gli atti di destinazione di cui all’ articolo 2645 ter del codice civile, sia come eventuale manifestazione della volontà legislativa di tipizzazione del “trust” interno, che come eventuali autonomi fenomeni di segregazione  patrimoniale rispondenti a fini solidaristici, può dirsi che costituiscano un importante strumento di cui il convivente “more uxorio” potrebbe avvalersi al fine di tutelare dal punto di vista patrimoniale il suo compagno economicamente più debole per il “post mortem”.

Infine, si può anche sostenere che, al fine di tutelare le ragioni economiche del compagno, il convivente potrebbe anche ricorrere ad ulteriori strumenti quali, ad esempio, il contratto di rendita vitalizia o la donazione.

Con specifico riguardo alla donazione, è da rilevarsi che essa costituisce un contratto formale col quale una parte (donante), per spirito di liberalità, si spoglia di una porzione del suo patrimonio al fine di arricchirne un’altra (donatario).

Tuttavia, anche nel caso della donazione i legittimari potrebbero agire con l’azione di riduzione delle donazioni eccedenti la quota di cui un testatore poteva disporre al fine di reintegrare la legittima.

Quelli sin qui menzionati sono alcuni degli strumenti di cui, però, il convivente può decidere di avvalersi come di non avvalersi nella piena estrinsecazione della sua autonomia patrimoniale (“ex” articoli 41 della Costituzione e 1322 del codice civile); proprio per tale ragione sarebbe opportuno, come a più riprese sottolineato dalla recente dottrina e dalla giurisprudenza, un intervento legislativo volto a fare chiarezza al fine di evitare, rispetto ad una realtà di fatto consolidatasi, una disparità di trattamento violativa del principio di uguaglianza formale e sostanziale di cui all’articolo 3 della Costituzione tra la posizione giuridica dei conviventi e quella più favorevole dei coniugi ed anche delle parti dell’ unione civile.

Allo stato, infatti, una delle poche disposizioni di legge volta a tutelare – in parte minima – economicamente il convivente “more uxorio” è contenuta al comma 42 dell’articolo 1 della Legge numero 76 del 2016 che sancisce il fatto che, fatto salvo quanto previsto in tema di assegnazione di casa familiare in presenza di prole (il cui interesse è sempre prioritario), in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza, il convivente di fatto superstite ha diritto a continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore ai due anni e, comunque, non oltre i cinque anni.

Inoltre, si aggiunge che se nella casa coabitano figli minori o figli disabili del coniuge superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni.

Dunque, in conclusione, si può affermare che un intervento legislativo volto a disciplinare la tutela economica “post mortem” del convivente superstite è particolarmente atteso ed auspicato.

La convivenza, oggi, infatti, non è più concepita a livello sociale in una accezione negativa come “concubinaggio”, ma è diventata una ordinaria e consueta modalità di vita dei rapporti sentimentali e familiari e rileva certamente come formazione sociale di primaria importanza fondata su vincoli solidaristici in forza dell’ articolo 2 della Costituzione.