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La fine del secondo Dopoguerra e la nascita della Repubblica italiana.

STORIA CONTEMPORANEA

La fine del secondo Dopoguerra e la nascita della Repubblica italiana.

Estratto da Temi svolti e casi pratici per la carriera prefettizia, 2022, Edizioni Giuridiche JusToWin

Di Salvatore Gengaro e Serafino Ruscica

Schema preliminare di svolgimento della traccia:

  • Ricostruzione del contesto storico degli eventi che portarono alla fine del secondo conflitto mondiale
  • La caduta del fascismo e la guerra di Liberazione
  • Il ritorno della democrazia la nascita dei partiti di massa
  • Il referendum istituzionale del 1946 e l’approvazione della Costituzione Repubblicana.
  • Gli anni del centrismo

 Svolgimento

La fine della seconda guerra mondiale è vista dalla concorde dottrina storiografica come una sorta di metaforico spartiacque che segna il declino delle potenze del Vecchio Continente e l’ascesa degli Stati Uniti d’America in contrapposizione ai paesi del blocco sovietico. Gli eventi sconvolgenti del secondo conflitto mondiale portano, innanzitutto, ad una perdita di centralità di nazioni come la Francia, la Germania e l’Inghilterra in passato protagoniste dello scenario mondiale.

Gli anni che seguono la fine del secondo conflitto sono caratterizzati in Europa da notevoli sconvolgimenti che porteranno nel breve volgere di qualche anno allo scioglimento di quel fronte comune costituito da Usa, Inghilterra ed Urss che aveva consentito di sconfiggere il nazifascismo in Europa. La Germania, infatti, virtualmente sconfitta già dall’autunno del 1944 capitolò nella primavera successiva stretta dalla morsa degli anglo-americani che avanzavano da ovest e dai Russi che arrivarono per primi alle porte di Berlino scoprendo gli orrori dei campi di sterminio nazisti. La guerra continuerà ancora per qualche mese nel Pacifico per la strenua resistenza opposta dal Giappone che si decise, per mano dell’imperatore Hiroito, a firmare la resa soltanto dopo gli attacchi a Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto 1945).

 In particolare i primi anni del dopoguerra sono caratterizzati in Italia dal susseguirsi di sconvolgimenti politico – istituzionali di primo piano causati dall’inevitabile necessità di creare le basi ed il fondamento per un ordinamento democratico dopo la deriva illiberale dell’esperienza del Ventennio.

Liberata e riunificata nella primavera del 1945, l’Italia si trovò ad affrontare al pari delle altre nazioni uscite dal conflitto, i problemi della ricostruzione.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’esperienza della dittatura fascista può dirsi conclusa. Tuttavia, Mussolini dopo la liberazione dalla prigionia di Campo Imperatore (AQ) avvenuta per mano dei tedeschi riparò a Salò dove con l’appoggio della Germania nazista diede vita all’esperienza della Repubblica Sociale di Salò. Di fatto dopo l’8 settembre ’43 il Paese si trovo spaccato in due e teatro, come non accadeva dai tempi di Napoleone, di scontro tra eserciti stranieri. Sin dal luglio 1943 gli Anglo – Americani sbarcano sulle coste della Sicilia e risalendo il continente riescono a liberare l’Italia centro – meridionale. Solo all’esito di una sanguinosa guerra di Liberazione, che vede schierati a fianco degli Alleati gli antifascisti, alcuni dei quali rientrati dall’esilio all’estero per partecipare all’impresa della Liberazione (25 aprile 1945), il Paese verrà interamente riunificato sotto un solo governo. Come ricorda M.S. Giannini (Apparati amministrativi in La nascita della Repubblica. Atti del convegno di studi storici. Archivio Centrale dello Stato. Roma 4/5 giugno 1987, citato da G. Melis, Storia dell’amministrazione Italiana Il Mulino, 1996) a seguito dei fatti dell’8 settembre ’43 vigevano in Italia cinque differenti formazioni: al Nord i comandi tedeschi e la Repubblica Sociale, al Sud quelle del governo militare alleato e quello che rimaneva della burocrazia monarchica, sempre al Nord nelle zone liberate o comunque sottratte ai nazifascisti quella del CLNAI (Comitato nazionale Liberazione Alta Italia).

I bombardamenti e le distruzioni di strade ed infrastrutture avevano creato gravi disarticolazioni al sistema stradale e ferroviario, l’economia era in gravissime condizioni e la popolazione risentiva dei disagi dovuti alla mancanza di beni di prima necessità che aveva favorito un po’ dovunque la diffusione del mercato nero.

L’elevata disoccupazione, la crisi d’identità di una Nazione uscita sconfitta dalla guerra dopo venti anni di dittatura si rifletteva nella crisi istituzionale di un Paese da rifondare(nonostante la svolta dell’8 settembre ’43, infatti, al tavolo del trattato di pace nel 1947, l’Italia sarà considerata tra i responsabili del secondo conflitto e sarà condannata a pagare le indennità alla Grecia ed agli altri paesi aggrediti durante gli anni dell’espansione coloniale in Africa). Già all’indomani dello sbarco in Sicilia una commissione di esperti formata da militari americani aveva stilato un rapporto (V. Ellwood, L’alleato nemico, la politica dell’occupazione anglo – americana in Italia 1943/1946, citato da G. Melis, Storia dell’amministrazione italiana, Il Mulino, 1996) da cui emergeva che la struttura estremamente centralistica dell’amministrazione italiana era una delle caratteristiche fondamentali dello stato italiano in aperta contraddizione con la natura tradizionalmente regionale della società italiana e ciò, secondo questo rapporto, facilitava come avvenuto nel caso del fascismo, l’assunzione di tutti i poteri da parte di una minoranza. In altri termini la relazione esprimeva un netto favore per una forma di stato – semi federale, basato su un largo decentramento di poteri alle regioni: non gli Alleati, dunque, ma i partiti e la burocrazia decisero per la continuità centralistica dello Stato.

L’offerta americana di una sorta di consulenza al Governo italiano (ricorrente nei documenti del 1944) fu lasciata sostanzialmente cadere così come accadde per le altre possibili alternative autonomistiche implicitamente presenti nel governo CLN dove i poteri erano stati affidati ai prefetti politici designati dal CLN. Anzi di fronte alle potenzialità autonomistiche della situazione nel Nord del Paese, fu decisa la fine dei “prefetti politici” stabilendo che i prefetti dovessero esser scelti esclusivamente tra i funzionari di carriera.

L’insieme di questi fattori causò l’emersione di gravi fenomeni sociali quali la diffusione del banditismo in Sicilia, l’emersione, sempre in Sicilia, di spinte separatiste alimentate da un movimento indipendentista legato ai grandi proprietari terrieri ed alla classe dirigente dell’epoca pre – fascista, la ripresa delle armi nel centro – nord da parte di gruppi insurrezionali che finita la resistenza vantavano pretese di epurazione nei confronti di coloro che erano stati compromessi con il precedente regime. Tra i più inquietanti episodi, si ricorda quello della strage di Portella della Ginestra, di cui fu protagonista il gruppo capeggiato dal bandito Salvatore Giuliano. Come noto il fenomeno criminale in Sicilia riespose dopo i fatti dell’8 settembre e lo sbarco degli americani (luglio 1943) che per stabilire un contatto con la popolazione, necessario per rovesciare l’ormai vacillante regime fascista, non esitarono ad avvicinare esponenti malavitosi locali.

Non meno preoccupante si presentava la questione delle epurazioni, vale a dire l’allontanamento e la punizione nei confronti di coloro che erano stati legati al regime fascista, rappresenta uno degli aspetti più problematici dei primi anni di vita Repubblicana. Non mancarono le polemiche contro di quella che fu definita da M. S. Giannini (Apparati amministrativi cit. p. 248) “la ridicola macchina montata per la defascistizzazione”. Si ricordano alcuni provvedimenti in materia che, come ricorda G. Melis (Storia dell’amministrazione italiana, 1996, ed. il Mulino, 425) avevano previsto, quale forma di risarcimento, il richiamo in ufficio di coloro che durante il fascismo erano stati licenziati per cause politiche, l’istituzione dell‘Alto Commissariato per l’epurazione nazionale del fascismo che mirava a giudicare il comportamento di quei pubblici funzionari che si erano macchiati di “grave faziosità fascista”. Nel complesso la legislazione dell’epurazione si rivelò ambigua e farraginosa e ciò ne favorì un’applicazione parziale e reticente anche per via di un montante movimento di mobilitazione a favore degli epurandi che fu organizzato negli ambienti moderati. Comunque nonostante gli scarsi risultati, la macchina delle epurazioni impegnò le energie di larga parte dell’amministrazione italiana tra il 1943 ed il 1946 con notevoli strascichi giudiziari fino agli anni ’50, contraddistinguendosi per la notevole percentuale di proscioglimenti, la quasi costante riforma in appello dei giudizi sfavorevoli all’inquisito in primo grado e in ogni caso per l’applicazione di sanzioni per lo più blande. Infine, nel 1946, fu lo stesso Togliatti nella sua veste di ministro della Giustizia a volere fortemente l’amnistia che pose la parola fine ad operazione molto difficile da concludere se non altro per la consistenza degli appoggi di cui il fascismo aveva goduto.

In una situazione così critica, un contributo positivo fu dato dalla decisione di Stati
Uniti e Gran Bretagna di rinunciare a chiedere riparazioni di guerra.

In particolar modo, la generosità americana rese la ricostruzione assai più agevole di quanto non fosse avvenuto dopo la prima guerra mondiale.

La guerra aveva accentuato la frattura tra il Nord e il Sud del Paese che dal 1943 in poi avevano vissuto due esperienze completamente diverse: da un lato, il Sud aveva vissuto una fase di continuità istituzionale nel segno della monarchia, fino ai fatti dell’8 settembre del 1943; dall’altro, invece il Nord del Paese aveva vissuto l’insurrezione popolare in cui la lotta di liberazione nazionale si intrecciava alle istanze di rinnovamento in campo politico e sociale. Queste istanze di rinnovamento si scontravano con le resistenze di una società in gran parte ancora conservatrice e, soprattutto, con la condizione nella quale si trovava l’Italia alla fine della guerra che era quella di un paese sconfitto e quindi non ancora pienamente arbitro del proprio destino, ma dipendente dagli aiuti economici degli alleati.

Le forze politiche che si candidavano alla guida del paese all’indomani della liberazione erano ancora quelle che erano state protagoniste della lotta politica tra la fine della prima guerra mondiale e l’avvento della dittatura.

Certamente il ritorno alla dialettica democratica si era accompagnato ad una forte crescita della partecipazione politica, che sembrava poter favorire il successo dei partiti di massa.

Il ritorno alla democrazia vede come protagonisti di primo piano i partiti socialista e comunista, principali artefici della Resistenza rappresentati in questa fase da leader carismatici del calibro di Pietro Nenni e Palmiro Togliatti grandi protagonisti della mobilitazione antifascista. Il partito comunista in particolare era molto diverso dal piccolo partito leninista – operaio fondato a Livorno nel 1921: aveva, infatti, dopo la Liberazione ampliato la base del proprio consenso al di là del tradizionale appoggio di cui godeva presso le classi operaie, coinvolgendo gli intellettuali che aspiravano ad un radicale cambiamento della classe politica del paese e trasformandosi in un grande partito di massa in senso moderno.

Come alternativa ai partiti di sinistra si presenta in questa fase la Democrazia Cristiana, risorta dalle ceneri del Partito Popolare fondato da Don Sturzo nel 1919, ispirata alla dottrina sociale – cattolica e contraria alla lotta di classe. La classe dirigente del partito era composta da quei giovani che nel ventennio avevano militato nelle file dell’Azione Cattolica il cui operato, seppur entro i limiti di un tacito accordo, il regime fascista aveva tollerato.
Si segnalavano inoltre il partito liberale il cui principale esponente era Luigi Einaudi, il partito repubblicano che si distingueva per l’intransigenza sulla questione istituzionale ed il partito d’azione di Ferruccio Parri, protagonista di spicco della Resistenza che tuttavia avevano un ruolo marginale in termini di consenso popolare. Residuavano inoltre alcuni partiti monarchici che divennero protagonisti durante il periodo che precedette il referendum istituzionale.

Tuttavia, merita menzione in questa fase la nascita di un movimento d’opinione fondato dal commediografo Guglielmo Giannini e noto come Fronte dell’Uomo qualunque o movimento qualunquista che in breve si propose di incarnare il malcontento del cittadino medio, l’uomo qualunque appunto, esprimendo avversità ai partiti e manifestando il disagio di coloro che dopo aver subito la dittatura del ventennio fascista temevano di subire lo strapotere dei partiti del CNL protagonisti del primo governo di unità nazionale.

Tuttavia il consenso raccolto da questo movimento fu per lo più effimero e finì poi per coagularsi nelle file del partito liberale o della democrazia cristiana

Inoltre, i partiti si trovavano anche a dover risolvere la questione istituzionale, ossia l’individuazione della nuova fisionomia dello Stato post-fascista.

Nell’arco delle forze antifasciste, solo il Partito d’Azione aveva assunto una posizione precisa sulla questione istituzionale, richiamandosi alle formulazioni del movimento “Giustizia e libertà” degli anni ‘30: il progetto era quello dell’instaurazione della Repubblica, nella prospettiva di una “rivoluzione democratica” che modernizzasse il paese, affrancandolo dalle dipendenze clericali cattoliche o comuniste che fossero.

Tuttavia, questo progetto laico venne sconfitto dall’opposizione conservatrice della Democrazia Cristiana e dei liberali, oltre che dall’indifferenza degli altri partiti della sinistra, che miravano a creare attraverso la soluzione repubblicana, una democrazia sociale in grado di preparare la realizzazione del socialismo.

Questo insuccesso decretò la fine del Partito d’Azione.

Nell’inverno del 1946, la caduta del governo di unità nazionale guidato da Parri fu il primo segnale della crisi della solidarietà antifascista tra i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale.

Il partito cattolico e i suoi alleati si batterono per demandare al voto popolare la questione istituzionale attraverso un referendum.

Dal canto suo, Vittorio Emanuele III respinse l’accusa di aver tradito lo Statuto
durante il Ventennio, addebitando ogni responsabilità del tracollo al governo fascista.

Peraltro, il figlio Umberto scaricò pubblicamente la colpa degli avvenimenti del 1922 sul popolo italiano, affermando imprudentemente in pubblico che l’entusiasmo
pubblico per il fascismo aveva costretto il Re a rassegnarsi alla nomina di Mussolini.

Questo atteggiamento scontentò perfino i sostenitori della monarchia, che individuarono in Vittorio Emanuele III il capro espiatorio del fascismo e della sconfitta militare.

Solo quando l’opinione pubblica chiese il referendum istituzionale, il Re tentò di fermare gli eventi con l’abdicazione, nella speranza che la maggiore popolarità del figlio potesse raddrizzare le sorti della battaglia elettorale e salvare la dinastia.

Fu così che, nel maggio 1946, a seguito dell’abdicazione del padre, Umberto II divenne re per soli trentaquattro giorni.

La consultazione referendaria, si tenne il 2 giugno 1946, contestualmente alle elezioni per l’Assemblea Costituente, con una votazione a suffragio universale.

L’esito del referendum fu un consistente successo per l’opzione repubblicana, di conseguenza pochi giorni dopo Umberto II lasciò l’Italia.

Il risultato delle urne fornì alla scelta repubblicana il carattere di una legittimazione popolare e costituì il miglior viatico ai lavori dell’Assemblea Costituente per disegnare la nuova carta fondamentale.

Nelle elezioni per la costituente la Democrazia Cristiana si affermò come primo partito, con una sostanziale sconfitta del Partito Comunista che fallì nel duplice obiettivo di prevaricare l’opposizione di centrodestra e di spiccare come partito leader della sinistra, venendo superato dal Partito Socialista di Unione Proletaria.

Questo risultato, non soltanto suggellò la sconfitta dei liberali eredi di Cavour e Giolitti, ma mostrò anche che la «terza forza» aveva scarsa base: gli intellettuali del
centrosinistra stavano già frammentandosi in una mezza dozzina di fazioni
dottrinarie preoccupate più di combattersi ferocemente l’una con l’altra che
di trovare una via intermedia tra comunismo e clericalismo.

Rispetto alle ultime elezioni libere prefasciste, fu evidente l’avanzata dei partiti di massa e la crisi definitiva dei vecchi gruppi liberaldemocratici ormai sostituiti dalla Democrazia Cristiana nella rappresentanza dell’Italia moderata.

Complessivamente, i risultati del 2 giugno dimostrarono che gli elettori italiani avevano definitivamente voltato pagina rispetto all’esperienza fascista, che in materia di scelte istituzionali non si erano lasciati spaventare dalla minaccia del “salto nel buio” agitata dai monarchici, che nella stragrande maggioranza avevano riposto la loro fiducia nei partiti antifascisti.

Come ricorda autorevole dottrina (V. E. Di Nolfo, Le paure e le speranze degli italiani (1943/1953); ed. Mondadori, 1986, citato da Giardina – Sabatucci – Vidotto, op. cit,: “La vittoria della Democrazia Cristiana era il risultato della paura. Questa veniva dal profondo e sarebbe durata a lungo perché nei mesi che la precedettero furono messi in moto motivazioni elementari e fondamentali per la vita dell’uomo…. Era una vittoria di tutti coloro che avevano paura di perdere la libertà, paure che le promesse delle sinistre fossero soltanto ingannevoli promesse di potenziali dittatori… certo accanto alle paure spiegabili vi erano paure più nascoste talora inconsce, comunque più volgari, poiché legate ad un’altra paura di base: quella di perdere i propri privilegi in una società più giusta”. 

Tuttavia, l’analisi del voto rivelava la persistenza di una frattura tra il centro-nord che aveva votato a favore della Repubblica e il centro-sud prevalentemente monarchico: si trattava di quelle spaccature ereditate dalla guerra e dalla storia del Paese che si riproponevano nella nuova Italia democratica, preannunciandone il difficile cammino.

Fu un’importante vittoria dei cattolici, che testimoniava il superamento dell’anticlericalismo risorgimentale.

Si trattò di una svolta in cui ebbe sicuramente un peso rilevante il voto femminile.

Dopo le elezioni per la costituente, i democratici, socialisti e comunisti continuarono a governare insieme, dando vita ad un governo presieduto da Alcide de Gasperi e basato sull’accordo fra i tre partiti di massa.

Ciò nondimeno, l’esperienza comune di governo non eliminava i motivi di contrasto tra la DC e le sinistre, originati dal inasprirsi dello scontro sociale nonché dal profilarsi della guerra fredda e del bipolarismo mondiale.

Questo passaggio rappresentò un momento cruciale nel processo attraverso il quale la Democrazia Cristiana acquistò un’etichetta più conservatrice e la politica italiana si andò polarizzando sulle due posizioni estreme, irreconciliabili e quasi non comunicanti.

Mentre la Dc tendeva ad assumere il ruolo di garante dell’ordine sociale e della collocazione del Paese in campo occidentale, i comunisti sostenevano le lotte operaie e contadine e accentuavano il loro allineamento all’Urss.

La radicalizzazione del conflitto sociale e politico fu anche alla base dei contrasti nel Partito Socialista che esasperavano la tradizionale dialettica tra massimalisti e riformisti.

Il contrasto insanabile tra la corrente di Pietro Nenni, favorevole all’unità d’azione con il PCI, e quella guidata da Saragat che non nascondeva la sua ostilità verso la politica staliniana nell’Europa dell’Est, portò alla scissione di palazzo Barberini che condusse gradualmente alla formazione di due nuovi partiti: il Partito Socialista Italiano di Nenni e il Partito Socialdemocratico Italiano di Saragat.

Questi contrasti politici determinarono l’esclusione delle sinistre dall’esecutivo e la costituzione di un nuovo governo de Gasperi formato perlopiù da democristiani con l’apporto di alcuni “tecnici” di area liberale (tra cui Einaudi che si rese protagonista della celebre polemica contro l’istituto prefettizio, tacciato di essere anacronistico in uno Stato democratico).

Nonostante la crescente tensione politica, i partiti antifascisti riuscirono a mantenere quel minimo di solidarietà necessaria alla Repubblica per superare le prime due fondamentali prove che le si ponevano di fronte: la conclusione del trattato di pace, firmato nel febbraio 1947 e il varo della Costituzione.

I lavori della costituente si conclusero il 22 dicembre 1947 con l’approvazione a larghissima maggioranza del testo costituzionale che entrò in vigore dal 1 gennaio 1948.

Dal punto di vista istituzionale, la Costituzione ispirandosi ai modelli democratici ottocenteschi dava vita a un sistema di tipo parlamentare, che prevedeva la responsabilità del governo di fronte alle camere, titolari del potere legislativo e che avevano il potere di eleggere, in seduta congiunta, il Presidente della Repubblica con mandato settennale.

Dopo l’amara esperienza del fascismo si decise di spogliare il ruolo presidenziale di poteri effettivi, rendendola una carica essenzialmente rappresentativa e onorifica.

In più, la Costituzione era votata a garantire il pluralismo istituzionale, superando la vecchia struttura centralistica dello Stato, prevedendo la creazione del nuovo istituto, le Regioni, potenzialmente in grado di affiancarsi allo Stato nell’esercizio del potere legislativo.

Tuttavia, i timori dei partiti circa il pericolo che l’istituzione delle Regioni conducesse ad uno sgretolamento dell’unità nazionale fecero ritardare l’attuazione del Titolo V della Costituzione fino al 1970, potendosi anzi affermare che la piena potenzialità dell’istituto regionale si sarebbe realizzata solo con la riforma costituzionale del 2001.

Nei rapporti economico – sociali erano più evidenti le tracce nella Carta Costituzionale del compromesso tra il solidarismo cattolico e la impronta comunista.

Oltre ai diritti fondamentali della persona, era sancito il diritto dei cittadini al lavoro, ad un salario adeguato al minimo vitale, all’assistenza sanitaria.

Veniva, inoltre, garantito il diritto degli operai a partecipare ai profitti e alla direzione delle imprese.

L’utilità sociale era individuata come limite all’esercizio del diritto di proprietà.

Quantunque la Costituzione rappresentasse un compromesso equilibrato tra le istanze delle diverse forze politiche, un momento di acceso confronto si ebbe con riferimento al voto sull’articolo 7, inerente i rapporti tra Stato e Chiesa, che solo all’ultimo momento fu approvato con l’inaspettato voto favorevole del PCI, nonostante l’opposizione dei socialisti e degli altri partiti laici.

Dal punto di vista strettamente politico, i costituenti, preoccupati di allontanarsi il più possibile dall’esempio negativo dell’autoritarismo fascista, privilegiarono l’esigenza di garantire spazi di agibilità e visibilità a tutte le forze politiche piuttosto che quella di assicurare stabilità e legittimazione autonoma al potere esecutivo.

La scelta in favore di un modello parlamentare, unita ad una legge elettorale proporzionale (destinata a rimanere in vigore fino al 1993), fece dei partiti i veri destinatari del consenso popolare e dunque gli arbitri incontrastati della politica italiana.

Questo assetto istituzionale avrebbe determinato la fragilità dei governi per gran parte della storia repubblicana, obbligati com’erano a fondarsi su accordi di coalizione, e avrebbe precluso qualsiasi forma di alternanza.

Il varo della Costituzione repubblicana fu l’ultima manifestazione significativa della collaborazione fra le forze antifasciste.

La nuova Costituzione entrò in vigore nel gennaio 1948, e in aprile si
tennero le elezioni parlamentari, alle quali si presentarono quasi cento partiti.

La campagna elettorale segnò la radicalizzazione dello scontro politico tra i due principali schieramenti contrapposti, quello governativo guidato dalla Democrazia Cristiana e sostenuto dalla Chiesa e dall’alleato statunitense (anche tramite la minaccia per la verità poco velata di sospendere gli aiuti economici previsti dal piano Marshall) e quello di opposizione egemonizzato dal Partito Comunista, portatore delle istanze dei lavoratori e dei ceti disagiati, ma penalizzato da una stretta adesione alla causa dell’ URSS, in un momento in cui l’immagine del comunismo sovietico veniva associata alla repressione del dissenso attuata nell’Europa dell’Est.

Infatti, il colpo di Stato comunista in Cecoslovacchia instillò nell’elettorato il timore di uno spostamento del paese verso la sfera di influenza sovietica, agevolando la Democrazia Cristiana nella vittoria.

Il partito cattolico riuscì ad ottenere la maggioranza assoluta: nella storia dei partiti politici italiani si trattò di una maggioranza eccezionalmente ampia, che sarebbe rimasta, peraltro, il miglior risultato elettorale nella storia dei democristiani.

Da queste elezioni uscirono definitivamente ridimensionati il gruppo monarchico e quello liberale.

Inoltre, si registrò l’ulteriore sconfitta per la «terza forza» rappresentata da Parri, da Sforza e dagli azionisti radicali, segnando così il fallimento del loro tentativo di
rendere la società italiana più laica, più coerentemente democratica e più
egualitaria.

Quello del 18 aprile 1948 fu, verosimilmente, un voto contro l’autoritarismo e a favore di una politica di riforme, pur moderata e persino movente da presupposti di conservazione.

Con il successo della Dc si aprì la fase del “centrismo” destinata a durare fino al 1953 e a collocare definitivamente l’Italia nell’area di influenza del patto Atlantico. Infatti nell’aprile del 1949 fu firmato a Washington il Patto atlantico (N.A.T.O.) alleanza militare difensiva tra i paesi dell’Europa occidentale, gli Stati Uniti ed il Canada cui aderirà l’Italia dopo la vittoria dei partiti filo-occidentali e moderati nelle elezioni del 1948.


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